martedì 18 dicembre 2012

Piccola (e vanitosa) postilla al post precedente

Leggendo "Mariti alla brace" di Betty Mindlin, ed. La Linea (v. post precedente), ho capito finalmente dove diavolo è finito il mio Nathan nella sua deriva nelle foreste (cap. 3): in uno dei racconti orali raccolti dalla Mindlin in Amazzonia.
Lasciando da parte gli scherzi: ne parlavo con Maurizio Gnerre, l'autore dell'Introduzione a "Mariti alla brace", a Roma, in occasione della presentazione di "A gran giornate". Gnerre sottolineava la dimensione "picaresca" di quelle narrazioni orali, e trovava in questa dimensione un elemento in comune con i miei personaggi dell'ultimo romanzo. Aveva ragione: unito alla divagazione libera dell'immaginazione e all'imprevedibilità combinatoria degli elementi, c'è un senso comune di ricerca e smarrimento in ambienti sempre più vasti e ostili, in cui si intrecciano realismo e fiabesco. A farci le spese, in uno dei capitoli più tropicalisti, è il povero Nathan, che oltretutto, come uno dei personaggi della Mindlin, vaga nudo (privo però, se vogliamo esser puntigliosi, dell'astuccio penico).

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