domenica 6 gennaio 2013

Due romanzi La Linea



“Nostalgia dell’ombra”, il primo romanzo del messicano Eduardo Antonio Parra a essere pubblicato in Italia (lo presenta La Linea, nell’eccellente traduzione di Angela Masotti), è la storia della formazione di un killer in un Messico pervaso di violenza. Per la ricchezza degli elementi narrativi che lo compongono, per il virtuosistico incastro di situazioni e tempi, lo si può leggere non come un noir (come il solito noir d’importazione, intendo), ma come un vero e proprio Bildungsroman, o come il racconto sofferto e privo di ogni indulgenza della scoperta di una vocazione. È anche l’affresco dettagliatissimo, dai contrasti e dai colori spietatamente esibiti, sontuosamente puzzolente, baroccamente sordido, di una società intrisa di violenza a tutti i livelli, dai rapporti sociali e familiari alle canzonette ai telefilm all’imprevista piega che possono prendere una passeggiata, un ritorno a casa. In questo mondo minaccioso e ribollente impara a muoversi il protagonista, attraverso i cui sensi vediamo, sentiamo, annusiamo, ricordiamo. Un’aggressione subita lo trasforma in pluriomicida, gli fa scoprire un’inclinazione alla morte e alla violenza, lo costringe alla fuga e attraverso la fuga gli fa scoprire mondi sconosciuti, come l’umanità che vive parassitariamente nella gigantesca discarica alle porte di Monterrey. Da quell’episodio il protagonista, in fuga, in agguato, in attesa, in ricerca, passa attraverso una serie di vite, che sono connotate da diverse identità, assunte per smemoratezza, per caso o per calcolo: così l’apparentemente mite Bernardo diventa il Chato, Ramiro, Genaro, e prende altri nomi ancora.

Il romanzo segue il protagonista (lo segue? piuttosto gli si insinua dentro, gli si aggrappa agli organi interni come un parassita) lungo uno dei casi che gli vengono affidati: una donna d’affari, la prima donna che gli toccherà uccidere. Passo dopo passo, respiro dopo respiro, Ramiro (ecco il nome del killer) rievoca le tappe che lo hanno portato fino a quel punto. È una rievocazione fondata su improvvisi sobbalzi della memoria, su nostalgie e rabbie e rimpianti, un intrecciarsi di piani narrativi condotti efficacemente per analogie e attriti tra presente e passato, che davvero vanno oltre ogni cliché di genere.

Diverso, ma per molti versi intrigante, un altro romanzo pubblicato da La Linea nel 2012, “La sala degli scrittori suicidi” di Evghenìa Fakinu, autrice già nota in Italia grazie a Crocetti. È un romanzo denso, pure avvincente, anche se mi pare non eviti alcuni cliché. Tra gli aspetti più interessanti sta la descrizione di una Grecia rurale, accogliente ma anche diffidente, con un retrogusto arcaico che si manifesta nell’avversione per l’estraneo, il diverso, l’eccentrico, nella visione superstiziosa della vita, nel permanere di rituali sociali millenari. In questa ambientazione si intravedono i contrasti di una modernizzazione mal digerita e malamente sovrapposta all’immobilità di una tradizione che del legame con il passato ha perduto il senso. In questo ambiente arcadico (è il caso di dirlo) ma anche crudele e stupidamente vendicativo si muovono una giovane documentarista e correttrice di bozze, Blues, e un vecchio (vecchio, insomma, ha sessant’anni: diciamo un attempato) scrittore ossessionato dallo scorrere del tempo e dall’inaridirsi della vena letteraria. L’avvicinarsi della giovane e dello scorbutico scrittore è raccontata con sensibilità, l’ostinazione con cui Blues fa breccia in Odisseas e conquista un po’ alla volta la sua fiducia è intrigante nella sua linearità. Ma ecco, proprio in Odisseas, nello scrittore in crisi, nell’eremita ritagliato evidentemente sul modello delle vite di altri scrittori come Salinger o Pynchon, mi pare di notare una delle fragilità del romanzo: forse perché la crisi dinanzi alla pagina bianca, per quanto vera, è stata raccontata già troppe volte, forse perché quando si concentra su Odisseas la Fakinu diventa insolitamente didascalica (e didascalico diventa di conseguenza anche lo scrittore, quando illustra dettaglio su dettaglio il contenuto delle diverse sale a tema della sua cascina, o quando in generale parla di letteratura).
Raccontare il mondo della letteratura è affare complesso, soprattutto quando per troppo amore si rischia di darne una visione, come dire, sentimentale, in cui si inseguono miti letterari comuni, si attinge a un romanticismo un po’ di maniera, si scivola nell’agiografia. Per fortuna, accanto alla rievocazione – nelle parole dello scrittore Odisseas – di figure fin troppo emblematiche come Borges o Hemingway o, ça va sans dire, Omero, si scoprono altre figure, vivaci e sconosciute, di intellettuali greci dalla vita appassionata e di vena potente, di cui vien voglia di approfondire la conoscenza.

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