domenica 10 febbraio 2013

Da "Letteratitudine News": "La scuola sotto il genere della commedia", di Roberto Sandrucci

È bella la severità con cui Roberto Sandrucci, nel suo “La scuola sotto il genere della commedia” (Edizioni ETS, 2012), affronta il tema delle “rappresentazioni della scuola pubblica italiana”. Da insegnante e pedagogista, Sandrucci sa bene che cosa sia il mondo scolastico nella realtà, in cosa consista la complessità dell’insegnamento, a quali responsabilità il docente sia richiamato dinanzi al compito delicato di entrare in relazione con classi di giovani e giovanissimi; sa soprattutto che la scuola resta, bene o male, la maggiore agenzia culturale di ogni paese civile, e che così è anche qui da noi, nonostante i colpi inferti da più parti all’immagine e alla sostanza della scuola (di quella pubblica in particolare). Per questo non si ritrova dinanzi all’immagine derisoria e limitativa che della scuola viene data dalla televisione, dal cinema, da certa letteratura, e rifiuta quella che definisce efficacemente “la sottocultura del ridiamoci su”, che riduce la figura professionale del docente, i rapporti con gli alunni, gli alunni stessi, l’insegnare nel suo complesso a repertorio di macchiette, di gag, a casi umani, a bizzarrie innocue o degne al più di compatimento.
Nella lucida Introduzione, Sandrucci enuncia il problema nelle sue articolazioni. “Si ride di ciò di cui non si ha la capacità, o la volontà, di discutere seriamente”. Così, le difficoltà anche gravi, diffuse, della scuola pubblica vengono messe in caricatura ed esasperate, al punto che si ha l’impressione che tutto nella scuola vada male, non funzioni, e che tutto giri a vuoto, gigantesco meccanismo farraginoso del nulla che si delegittima da solo. Dov’è, in queste rappresentazioni, la scuola che funziona, si chiede Sandrucci, quella che, sia pure con difficoltà sempre maggiori, sa trasmettere ancora un patrimonio millenario senza il quale le giovani generazioni saranno perse e vuote? La commedia scolastica non ce lo dice, si disinteressa della complessa (e affascinante) dinamica dell’apprendimento, preferisce esercitare una comicità angusta accanendosi su figure e situazioni trite, su un repertorio di tic e frustrazioni divenuto folklore. Quanti personaggi stereotipati, allora, quanto facile degrado nei ritratti di insegnanti e alunni e altro personale – quanta denigrazione, in sostanza, della centralità che dovrebbe avere la scuola nella vita sociale e culturale di un Paese. Non cessa di sorprendere, a questo punto, che il pubblico più affezionato di questa produzione letteraria, televisiva e cinematografica sia costituito da persone che nella scuola lavorano, in particolare docenti. Forse è (anche) per questo che la scuola di oggi ha finito per assomigliare alle caricature semplificate e umilianti che la commedia scolastica insiste a proporre – di sicuro è anche per questo che il resto del pubblico, genitori e studenti e altri ancora, hanno del mondo della scuola una considerazione così bassa.
In molte delle rappresentazioni studiate da Sandrucci si respira una nostalgia per un passato in cui insegnare sembrava assai più facile: l’insegnante faceva lezione, l’alunno stava attento e studiava, e non c’erano troppe scartoffie da compilare, troppe riunioni da fare, troppi progetti. Questo malcontento di fondo dà sfogo alle lamentele di docenti avviliti dalle difficoltà del presente, innervositi dalla fumosità delle più recenti riforme, ma allo stesso tempo sembra trovare una risposta troppo semplicistica ai problemi dell’insegnamento, sconfina della rievocazione di un’età dell’oro idealizzata (pre-sessantotto, in ogni caso), rischia di diventare ostilità preconcetta per le nuove tecnologie, lamentoso conservatorismo, se non reazione vera e propria – e perde di vista la figura dell’insegnante come professionista, avvitandosi sul tema della nostalgia per un tempo in cui insegnare era considerato soprattutto una vocazione.
Il rischio di una visione così svilente della scuola di oggi, sottolinea Sandrucci, è che assieme a questa anche la cultura nel suo insieme venga presentata come un peso inutile, roba da snob e da perdenti, antiquariato ozioso. Gli ultimi decenni hanno corroborato, ahimè, questa idea, con sistematicità inquietante; ma i germi di questa sordida denigrazione erano già ben presenti nel cuore degli anni ’80, nella serie televisiva “I ragazzi della terza C” (dal 1987, con la regia di Claudio Risi; ricordate?). Non so dove Roberto abbia trovato la forza e il sangue freddo di assistere, taccuino alla mano, a tutti gli episodi della prima serie; immagino che abbia sofferto molto dinanzi alla riduzione degli insegnanti a macchiette patetiche, ma soprattutto dinanzi al messaggio di fondo, a quella sorta di epica dell’ignoranza che innerva le puntate di quella serie (di sicuro gloriosa, per qualcun altro), al trionfo della furbizia e del sotterfugio – tutte cose così sinistramente profetiche, a pensarci bene.
Né so come l’autore abbia saputo sciropparsi i libri di Marcello D’Orta, Federico Moccia e Mario Giordano, e quanto sia uscito provato da quelle letture. Ma sono contento che lo abbia fatto, con quella passione e senza alcuna indulgenza. Io, che insegno e non amo i libri e i film sulla scuola, mi sono tenuto sempre lontano dalle rappresentazioni della scuola – ora, grazie al saggio di Sandrucci, so il perché.
Piccola annotazione a margine: “La scuola sotto il genere della commedia” è utile non solo per il lettore comune, o per l’insegnante, ma anche per lo scrittore, che rischia di descrivere la scuola nel modo più comodo e corrivo, un po’ sghignazzando e un po’ lamentandosi, e potrebbe invece raccogliere la sfida del racconto della didattica, dell’insegnamento e dell’apprendimento, questi sì temi complessi e ardui, avvincenti non solo nei successi ma anche nei fallimenti.
Altra piccola nota mia personale, forse un po’ fuori tema: Sandrucci si è occupato, con il rigore dello scienziato, di sette casi di rappresentazione della scuola pubblica italiana; sarebbe bello se pensasse di studiare con la stessa acribia le rappresentazioni diciamo drammatiche della scuola, che ogni tanto certa cinematografia soprattutto statunitense ci propone, e studiare gli effetti che quelle rappresentazioni hanno avuto e forse hanno ancora sul comportamento di molti docenti. Penso in particolare al film di Peter Weir “L’attimo fuggente”, a Robin Williams insegnante anticonformista in un college molto conformista, a quella sua propensione al beau geste (salire sui banchi, strappare da un libro le pagine di analisi della poesia). Mi sono sempre chiesto che cosa ci fosse scritto in quelle pagine strappate, ho sempre visto come potenzialmente pericoloso l’invito a sbarazzarsi di strumenti di interpretazione senza averli prima letti, e fuorviante la tecnica di rimuovere la noia invece di imparare a gestirla, e ho sempre sospettato che la lettura della poesia senza strumenti di analisi che permettano di cogliere la sapienza del linguaggio poetico porti a un approccio melenso e superficiale. Eppure ricordo quanta impressione fece quel film, all’epoca (era il 1989), quanta simpatia e desiderio (ben presto rientrato) di emulazione suscitarono quei gesti plateali presso gli insegnanti.
Questo mio pezzo è apparso oggi su "Letteratitudine News", e lo si può leggere qui: https://letteratitudinenews.wordpress.com/2013/02/10/la-scuola-sotto-il-genere-della-commedia/#more-2149

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