sabato 23 febbraio 2013

Da "Letteratitudine News": Stéphanie Hochet, "Le effemeridi"


Riporto il mio pezzo dedicato al romanzo "Le effemeridi" di Stéphanie Hochet uscito ieri su "Letteratitudine News". Si tratta della rielaborazione delle riflessioni che avevo pubblicato su questo blog, circa un anno fa, al momento della pubblicazione in Francia de "Les éphémérides". 

Ho la fortuna di avere letto tutti i romanzi di Stéphanie Hochet, dall’esordio, “Moutarde douce”, del  2001, a questo “Les éphémérides”, del 2012, il primo libro della scrittrice francese pubblicato in Italia (“Le effemeridi”, Edizioni La Linea, 2013, traduzione di Monica Capuani). In quest’ultima opera mi ha colpito l’attenzione riservata a una gamma di sentimenti piuttosto insolita nella produzione letteraria dell’autrice francese. Sì, la Hochet ha sempre sondato le grandi profondità del mondo interiore dei personaggi, soffermandosi in particolare sulle pulsioni distruttrici o prevaricatrici, inseguendo la tensione crescente nelle relazioni; ma più ancora che nel penultimo romanzo, “La distribution des lumières” (Flammarion, 2010), qui assistiamo alla caparbia ricerca da parte dei personaggi di una dimensione affettiva, li vediamo abbandonarsi l’uno all’altro, scoprirsi insomma bisognosi di amore e cercare ostinatamente segni di una fiducia reciproca. Questa constatazione non vale soltanto per il pittore Simon Black, che si innamora della cantante di fado Ecuador, ma anche, ad esempio, per i clienti del club sadomaso nel quale di notte lavora Tara, la principale voce del romanzo; e vale anche per la stessa Tara nei confronti della sua amica francese Alice, e per tutti insieme nei confronti del personaggio più sorprendente e prodigioso del libro, la piccola Ludivine, una presenza non saprei dire se cristologica o demoniaca – così differente da Embrun, la protagonista de “L’apocalypse selon Embrun” (Stock, 2004), ma ugualmente perturbante.
Questo bisogno di amore, questo desiderio di farsi colmare d’amore dagli altri, che Hochet descrive magnificamente attraverso gli sguardi, i pensieri, gli impulsi e gli umori dei corpi, i gesti inaspettati, anche aggressivi, sembra temperare il senso di sofferenza, il dolore che la vita suscita negli esseri umani semplicemente perché è vita. Soprattutto, questa solidarietà amorosa consente di dare un significato all’esistenza, un significato non illusorio ma in qualche modo definitivo, perché è la risposta (non la sola risposta, ma certo la più solida e la più coerente) all’Annuncio traumatico di una prossima fine. Affronterete meglio l’attesa della fine del mondo se qualcuno è al vostro fianco, vi aiuta e vi ama. Questo bisogno di amore sorprende gli stessi personaggi, li rende irrequieti ma alla fine permette loro di uscire dalla dimensione egotistica e di scoprirsi diversi da come credevano di essere.
A provocare nei personaggi questo bisogno di contatto, ad accelerare questo desiderio di protezione è, dicevamo, l’Annuncio di una fine. La prossimità della fine del mondo ha come prima conseguenza quella di un’inaspettata, acuta percezione del tempo: si misurano i giorni, si prende a poco a poco confidenza con l’idea di un’interruzione definitiva, si gusta infine ogni istante con una consapevolezza nuova. Certo, la fine di tutto non provoca solamente questo genere di reazioni positive: la maggior parte della popolazione si lascia andare ad atti vandalici, entra in una vertigine distruttiva, mentre i governi prendono decisioni ambigue e in ogni caso inefficaci, ma questo non riguarda i nostri personaggi.
Questo côté catastrofistico, però, secondo me non ha e non vuole avere troppa importanza nella struttura del romanzo, resta un’efficace trovata, dà giusto qualche pennellata scura, suscita qualche opportuna reminiscenza cinematografica. Ne “Le effemeridi” l’aspetto più importante di questo cataclisma misterioso e volutamente vago resta l’effetto sul sentimento del tempo dei personaggi, sulla loro coscienza di se stessi. Proprio come una malattia, la Catastrofe li obbliga a riconsiderare da cima a fondo la loro vita, le priorità che si sono dati, e rende insufficiente e inefficace ogni loro tentativo di indipendenza dagli altri. Pensate a uno dei personaggi più interessanti, il pittore Simon Black che, scopertosi malato di cancro, si scopre anche liberato (cioè guarito) dal suo male inesorabile proprio dall’urgenza del cataclisma: dopo aver praticato su se stesso e sui suoi soggetti pittorici forme sempre più dolorose di crudeltà dello sguardo e della messa in scena, recupera un po’ alla volta il gusto del vivere, e alla fine si abbandona una disarmata tenerezza. Ho letto in questo romanzo non il racconto di un’agonia collettiva, ma piuttosto la descrizione di un attaccamento alla vita che integra e illumina il nostro lato oscuro senza cancellarlo.
Certo, resta sempre in molte pagine una spiccata fascinazione per l’oscuro: lo testimoniano il repertorio di torture stilizzate praticate nel club sadomaso, l’emergere in Tara di un retrogusto razzistico, la ferocia dei Dog (i super-cani che Tara e Patty allevano per trasformarli nella sola specie che sopravvivrà alla catastrofe), la spaventosa “macchina per urlare” di Simon Black, e anche i quadri di quest’ultimo, diretta filiazione delle opere di Francis Bacon, per non dire della violenza incontrollabile che si manifesta nelle vie, nelle città e nelle campagne. Ma a fianco di queste pagine crudeli c’è il resto, l’esplorazione scrupolosa e coraggiosa dei sentimenti, il senso di attesa di un’epifania o semplicemente della fine di tutto, la ricerca di un possibile senso, in ogni caso laico, alla vita e alla morte. Ho già visto questo sguardo scrutatore, apparentemente impietoso ma in realtà profondamente onesto, che manifesta, nascosta dietro la predilezione per i dettagli inconfessabili e le mostruosità del corpo o dello spirito, una specie di umanismo che, senza risparmiarci nulla delle miserie umane, sa essere compassionevole: è lo sguardo della fotografa Diane Arbus, la sua capacità di rivelare l’umanità senza alibi attraverso un’implacabile “distribuzione delle ombre e delle luci” sulla scena.
Costruendo il suo romanzo, Stéphanie Hochet gioca con la varietà dei registri, imita le voci con i loro automatismi, compone una brillante polifonia di soliloqui che, alternandosi e sovrapponendosi, formano un’armonia molto contemporanea (anche se meno aspra di quella de “La distribution des lumières”). E come nel picaresco “Le combat de l’amour et de la faim” (Fayard, 2009), “Le effemeridi” è anche un’esplorazione degli spazi, in questo caso dei paesaggi vasti e selvaggi della Scozia, che si alternano con degli interni sempre un po’ soffocanti e che la Hochet descrive ricorrendo a un lirismo inquieto e a modo suo romantico.

Stéphanie Hochet
“Le effemeridi”
Traduzione di Monica Capuani
Pag. 160
Edizioni La Linea, 2013
ISBN: 978-88-97462-34-7


https://letteratitudinenews.wordpress.com/2013/02/22/le-effemeridi-di-stephanie-hochet/#more-2220

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