domenica 3 febbraio 2013

Da "Zibaldoni e altre meraviglie": "Un'arcadia alla rovescia"

Da ieri, su"Zibaldoni e altre meraviglie", compaiono, sotto il titolo "Un'arcadia alla rovescia, quasi mostruosa", altre mie riflessioni su letteratura e provincia di confine (ricordo che proprio di questo si occupa la rubrica che ho il piacere di tenere sulla gloriosa rivista letteraria).
Ne riprendo la parte centrale, invitandovi a leggere il pezzo completo qui: http://www.zibaldoni.it/2013/02/02/unarcadia-alla-rovescia-quasi-mostruosa/.

Sto finendo per pensare alla Svizzera come a una sorta di metafora o meglio di paradigma di qualcosa, di una condizione più generale, come lo era, che so, la Sicilia rispetto all’Italia per Sciascia e per altri. A questo punto, assecondando l’idea, che forse è solo un’ideuzza, spulcio tra i libri di un ticinese che ha avuto una certa fortuna in Italia negli anni Sessanta, e che oggi il solito e benemerito Casagrande ristampa: Giovanni Orelli. Lasciamo da parte “L’anno della valanga”, che racconta (in un bell’italiano limpido, dominato dalla ripetizione ossessiva della parola “neve”) il chiuso, ma a modo suo vivido, microcosmo del villaggio di montagna nei lunghi e duri inverni dell’isolamento totale e dell’abbandono. Sono piuttosto gli altri suoi scritti, i racconti contenuti ad esempio nei volumi “Da quaresime lontane” (Casagrande, 2006) e “Di una sirena in Parlamento” (1999) e gli articoli, dalla verve satirica, e dalla lingua imbizzarrita, di ascendenza si direbbe gaddiana, a fare al caso nostro, laddove i mali di sempre del provincialismo, che sia di montagna o di città, o di città di montagna, vengono definiti e appuntati con uno spillo: il perbenismo, l’appagamento, e sotto sotto l’inquietudine che sobbolle, l’insoddisfazione che brontola, e dal punto di vista culturale una veduta corta sul mondo che confonde l’erudizione con il sapere.

Ma Orelli, che allungava lo sguardo verso l’Italia, e ha mantenuto a Lugano sempre modi da signore (e da professore di liceo, qual era), non amava polemiche che si nutrissero di rancore, e rimaneva sorridente. Se devo pensare a uno svizzero (sto divagando dietro a un’esile traccia, me ne rendo conto) che invece, alla pari con l’austriaco Thomas Bernhard, anzi con ferocia ancora più asciutta, abbia alimentato i dissapori con i conterranei svelandone le storiche bassezze, strappando via il velo (scuotendo via il tappeto) di un torpido perbenismo, ecco, penso a Jacques Chessex. Chessex ha vissuto sulla propria pelle il contrasto violento con la terra natale, si è fatto odiare da frange stolide di benpensanti locali per la sua inflessibilità e la sua sincerità, e ha additato i mali (orribili, nelle sue pagine) della profonda provincia montana delle Alpi svizzere. Lo ha fatto ad esempio ne “L’Ogre” (Grasset, 1973), ne “Le vampire de Ropraz” (Grasset, 2007), in “Un Juif pour l’exemple” (sempre Grasset, 2009), e in molte altre opere, in cui ha delineato con parole atroci quello stesso passato arcadico che ovunque e da sempre il perbenismo di provincia in cerca di modelli culturali idealizza, e lo ha caricato di male fino a renderlo disumano, o subumano. Non è un caso che in Italia, dove si comincia solo da qualche anno a tradurre con una certa attenzione alcuni titoli dalla vasta produzione letteraria di Chessex, in un primo tempo lo si sia preso per uno scrittore gotico, o horror, oltretutto irrisolto, o al massimo per un pornografo epigono di Sade – dandogli cioè una patente in un certo senso rassicurante di scrittore di genere, mentre il vertiginoso turbamento che provoca Chessex sta nel suo essere  (a modo suo, certo) uno scrittore realista di spietata sensibilità, un decifratore lucidissimo di teratologie fisiche, psicologiche, sociali e storiche. 

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