mercoledì 24 luglio 2013

"Potrei raccontarvi" su CLE


Sul n. 7-8 (luglio-agosto 2013) di CLE, la rivista di Cooperativa Letteraria riservata ai soci, compare un mio contributo intitolato "Potrei raccontarvi" in cui rievoco certe esperienze letterarie della mia infanzia, spero in modo non troppo melenso. Dal mese prossimo la rivista sarà scaricabile da tutti dal sito di Cooperativa Letteraria. Io vi anticipo la parte centrale del pezzo.

Da bambino, come tutti, amavo l’avventura, quella iperbolica e fracassona dei romanzi del ciclo di “Tarzan”. Quando la maestra ci portava a rifornirci di libri nella piccola biblioteca della scuola, io lì finivo, tra i romanzi di Burroughs, che avevano il vantaggio, ai miei occhi, di non perdere tempo dietro a premesse troppo lunghe, come invece accadeva con Verne (quelle premesse interminabili avrei imparato, pochi anni più tardi, ad amarle più delle stesse avventure). I dialoghi erano ridotti all’osso, ma d’altra parte come si può mettere in bocca a degli scimmioni (o “antropoidi”) un eloquio umano, o meglio, come tradurre in linguaggio umano i loro versi? Burroughs sapeva farlo, certo, ma appunto nessuno pretendeva dai suoi gorilla uno stile da commedia di carattere. C’erano poi azione, colpi di scena, lunghe descrizioni: e cominciavo a capire che il sale, o meglio il sangue dell’avventura, sta nelle descrizioni che intasano le pagine, distraggono il lettore impaziente, lo esasperano, ne sfiniscono le difese, e intanto lavorano sulla sua percezione del mondo, sulla profondità della sua visione, oltre che sul suo lessico, e gli restano per così dire attaccate agli occhi anche quando leva lo sguardo dalle pagine e guarda attorno a sé.
Da quelle esperienze furiose di lettore (rimanevo in classe a leggere, sprezzante, mentre i miei compagni nell’intervallo si precipitavano fuori a giocare nel cortile, a rincorrersi, farsi boccacce, a seviziare maggiolini) nacque la materia del mio primo romanzo. Lo scrissi a otto-nove anni o giù di lì, su un quadernetto, con tanto di esploratore, foresta, animali feroci e soprattutto un orripilante ippopotamo meccanico che si aggirava incongruamente nella jungla. Il racconto impressionò, ricevetti complimenti e qualche suggerimento benevolo (e forse preoccupato) a proposito dello spaventoso e frettoloso bagno di sangue con cui, ormai sazio, avevo concluso il tutto per passare ad altro. Fatto sta: dopo qualche mese venne pubblicato integralmente, efferatezze comprese, a puntate e in ultima pagina come un romanzo d’appendice, sulla rivista quindicinale (accidenti, come si intitolava?) dell’ordine cui apparteneva la zia suora, tra articoli su taglio, cucito e vetrineria, pellegrinaggi, decessi di consorelle. Anche lì, complimenti e imbarazzi: i primi ovviamente mi lusingarono fino a rendermi insopportabile; dei secondi nemmeno mi accorsi.
La maestra, in classe, amava leggerci romanzi di genere larmoyant. Ricordo certi polpettoni di Malot o Salvator Gotta, i “piccoli alpini”, i “piccoli vetrai”, i “senza famiglia”. Alcuni di noi, tra cui io, pur turbati dall’interminabile serie di sciagure e in attesa irrequieta di un lieto fine purchessia, in privato ostentavano indifferenza e si davano  a dileggi. Arrivavamo a inumidirci gli occhi di saliva, o a stropicciarceli, per simulare commozione, o per prendere in giro chi davvero piangeva. Ricordo una compagna di classe che, colta da emozione intrattenibile dinanzi alle traversie di qualche piccolo eroe, prese a piangere, andò a casa per pranzo piangendo, e piangendo tornò il pomeriggio, accompagnata dalla madre sconvolta, che non capiva perché la figlia fosse ridotta a un cencio fradicio. E ricordo che ammirai la cocciutaggine di quell’emozione, e invidiai quelle lacrime, sospettando che io e i miei amici ci perdessimo qualcosa, qualcosa di grande, ancora più grande dei brividi che lasciavo correre su di me quando per ore leggevo Verne. Senza saperlo, mi trovavo dinanzi a una variante imprevista del senso del sublime.

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