venerdì 13 settembre 2013

Letture: Bänziger, Böni



La spaesata inquietudine dell’uomo tra i monti la ritrovo nelle pagine maniacali dello svizzero Hans Ulrich Bänziger (nei due racconti “Senzaluogo” e “Interlaken” raccolti da Tararà nel 2005, con prefazione di Fabio Pusterla e traduzione di Paolo Scotini). La sua percezione degli spazi, che siano appartamenti di città o luoghi di montagna, è fondata su un senso di insoddisfatta inappartenenza, registrata dalla prosa puntigliosa e ossessiva (bernhardiana, verrebbe da dire accogliendo il suggerimento di Pusterla). Un termine ricorre insistentemente, nelle descrizioni e nei ragionamenti rimuginanti di Bänziger: atopia, inteso come definizione di un non-luogo, di un interstizio tra gli spazi, di un ambiente che si si può definire solo attraverso la negazione di altri luoghi. Il rapporto di Bänziger con gli spazi, e in conclusione con la realtà, è tutto in questa impossibilità (anche venata di un umorismo paradossale) di trovarvi un senso (una direzione, cioè, un sistema di relazioni, ma anche, in definitiva, un significato). Vagare da un luogo all’altro (farlo davvero, a piedi, ma anche immaginarlo soltanto), come è raccontato nelle pagine di Bänziger, permette di prendere coscienza dell’insensatezza – allo stesso tempo, questa insensatezza sembra offrire un appiglio, stemperare la disperazione che darebbe l’ottenimento del senso.
Inquietudini assai simili colgono un altro svizzero, Franz Böni (“Una passeggiata sotto la pioggia alpina” sempre Tararà, 2006, a cura di Giovanna Wiemer): ecco allora personaggi in viaggio, o in fuga da una civiltà urbana disumanizzata, che nel mondo della mondo trovano non rifugio, ma una prigione, impietosa, opprimente, dominata da una feroce legge di natura. “Natura e società preparano per il singolo la stessa distruzione” nota la Wiemer.

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