mercoledì 25 dicembre 2013

Da Speciale FuoriAsse n. 2: Carla Vasio, "Vita privata di una cultura"


Il 25 ottobre, al Festival LABirinti, si è parlato anche di Carla Vasio nel corso della presentazione del saggio di Massimiliano Borelli “Prose dal dissesto”, dedicato alla narrativa sperimentale degli anni sessanta. Vasio, oltre a essere una delle protagoniste di quella stagione appassionata e controversa, è ancora felicemente attiva. Proprio di recente, anche in coincidenza con la celebrazione del cinquantenario della nascita del Gruppo 63, Nottetempo ha pubblicato un suo libro di memorie incentrato sulla vita letteraria e artistica di quegli anni, “Vita privata di una cultura”. Mi piacerebbe tornare su quei momenti.

Partiamo per una volta dall’immagine di copertina, una bella foto di Ugo Mulas che ritrae alcuni giovani leoni dell’avanguardia (Balestrini, Pagliarani, Porta…) e loro sodali riuniti attorno al vecchio Ungaretti: accanto al compiaciuto Ungaretti, sorride una giovane Carla Vasio. La foto illustra assai bene il senso del più recente libro della stessa Vasio, “Vita privata di una cultura”, in cui il dibattito culturale fervido, talvolta aspro, talvolta soggetto a dissipazioni e naufragi, è raccontato dall’interno anche come intreccio (umano, umanissimo) di rapporti, di amicizie, di affetti, di attrazioni, di allontanamenti. Accanto ai convegni, ai concerti, alle mostre, ai salotti, ecco allora i momenti “privati” di confronto, le fughe per negozietti e stradine e spiagge e mercatini, le conversazioni divaganti, fatte con sollievo, con grazia, senza la tensione delle circostanze ufficiali. La stagione è sempre quella: i primi anni sessanta, il ribollire di pulsioni innovative nei più differenti campi artistici, l’insofferenza giovanile nei confronti delle personalità più consolidate e più legate alla tradizione (o compromesse con essa, fate voi). Ma Vasio si spinge anche oltre, insegue le persone fino a tempi più recenti, e, con controllata malinconia, non nasconde lo sfaldarsi negli anni delle proposte più innovative, non tace l’infittirsi delle incomprensioni e delle rivalità, l’emergere di protagonismi e di posizioni opportunistiche.
C’era dell’impaziente idealismo in quella prima fase, e Carla Vasio ne parla già nella Premessa: “Avevamo una speranza, una fiducia nel nostro avvenire: questo ci distingueva”. E subito dopo: “Forza creativa? Non so, ma certo forza propositiva. Un misto di audacia, consapevolezza, ingenuità, preparazione, presunzione, entusiasmo, che ci spingevano a lavorare per un futuro liberato” (almeno “da una tradizione ritenuta ormai inadeguata”). Era anche una fase pionieristica, in cui non solo si sperimentavano nuovi linguaggi, ma si diventava anche tipografi e editori, alla ricerca di una piena autonomia e con l’ambizione di articolare un programma editoriale lontano dalle logiche industriali (già allora). È così che, verso la fine degli anni sessanta, è nata l’esperienza della Cooperativa Prove 10: scrittori e musicisti attorno a una “vecchia stampante offset monumentale”, tra riunioni editoriali, sopralluoghi della polizia che li sospetta falsari, censure, presentazioni, e la quotidiana e rischiosa pulitura dei grossi rulli.
(Foto di Ugo Mulas)
Carla Vasio appare ovunque, presenza discreta ma non marginale, sin dal convegno palermitano del 1963, in cui legge certe sue pagine che sfoceranno poi nel primo romanzo, “L’orizzonte”. La sua, pur non essendo una posizione estrema, è frutto di una profonda ricerca (“Tu esprimi la ricerca in sé, non in tono tendenziale o provocatorio come fanno altri, ma proprio la ricerca, in un equilibrio di assoluta indifferenza” chiosa in quell’occasione Paolo Milano). Più avanti, Vasio ricorda una sua netta dichiarazione di intenti (pronunciata però in un’occasione privata, e quasi di malumore): “Vorrei arrivare al rigore di una pagina senza benevolenza, in cui ogni parola o punto o virgola sia necessaria, non sostituibile e non spostabile, e ogni pagina a sua volta sia indispensabile all'insieme, e ogni personaggio o episodio sia in grado di giustificare la propria presenza, e tutto il resto va abolito senza concessioni a contenuti emotivi anche se è difficile farlo in una prosa narrativa.”
Non c’è solo la letteratura, in “Vita privata”. Il libro organizza i ricordi in tre sezioni, la prima incentrata sugli scrittori, la seconda sui compositori, la terza sugli artisti e i luoghi d’arte. In tutti, protagonisti e figuranti, qualunque sia la forma artistica a cui si sono dedicati, è il senso sempre inquieto e insoddisfatto della quête (come si legge del compositore Giacinto Scelsi) a interessare Carla Vasio: da quel comune senso di ricerca sono nate le affinità, le complicità, le amicizie, le collaborazioni. Si pensi al “Romanzo storico”, un non-romanzo che nasce nel 1974 dalla collaborazione con l’artista e designer Enzo Mari; o alla  “Autobiografia” scritta da Vasio per Goffredo Petrassi; o ancora alla lunga frequentazione degli sperimentatori radicali del gruppo Nuova Consonanza; all’amicizia e alla collaborazione con Giulio Turcato, un artista che “girava per il centro di Roma con la noncurante grazia degli dei antichi”.
Dominano gli ambienti, in queste pagine fitte di incontri, di viaggi anche avventurosi (in una cupa Polonia, ad Algeri, nel Congo di Mobutu…). Carla Vasio è maestra nella descrizione di spazi vivi e aperti, e qui, sia pure senza le dilatazioni e le deformazioni sperimentali della sua prosa, ci consegna paesaggi e interni suggestivi come trompe-l’oeil – le abitazioni romane che ha frequentato o abitato, innanzitutto, tra le quali spicca, verso la fine, Villa Hélène, o Villa Andersen, sontuosa, cadente, che altri inquilini infestano come spettri, e che nasconde (occhio all’inganno del gioco prospettico) in alcuni cassetti fogli dello stesso Andersen in cui si aprono vedute di un grandioso e folle progetto di Città Ideale.
Vasio è anche ritrattista acuta e veloce. Alcune delle figure che le sono più care danno vita a ipotiposi gustose: in una, l’innata eleganza di Balestrini si confronta con un incidente automobilistico in un giorno piovoso, e dallo sportello dell’auto rovesciata esce prima una mano che saggia la pioggia, poi un ombrello, poi, “senza fare una piega, né sgualcito né bagnato… impeccabile,” “il Nanni”. Un altro ritratto di affettuosa esattezza è dedicato a Ungaretti, colto in una condizione di “vecchiaia orrenda” (è lo stesso poeta a dirlo) oscillante tra un’arguzia silenica e momenti di impenetrabile obnubilamento. C’è poi il compositore Giacinto Scelsi, concentratissimo nella “infinita ricerca dell’essenza ultima del suono”, qualcosa “da sentire come la vibrazione del silenzio”, e immerso in un misticismo incline all’esoterismo. Ma sono decine e decine gli artisti, gli scrittori, i musicisti che Carla Vasio invita in questo salotto garbato, un po’ sentimentale e un po’ distaccato, che è “Vita privata di una cultura”. Quello che lei scrive degli incontri nella casa svizzera di Aline Valangin, (“è la grande arte della conversazione di gente colta in un salotto elegante, dove le persone rispettano l’integrità altrui senza negarsi la capacità sottesa di una sostenuta ironia”) può valere anche per queste pagine, in cui anche i ghiribizzi e le tensioni e i caratteri difficili vengono mitigati dal lavorio della memoria.
Quanto quegli anni contino ancora, al di là dello sfaldarsi dei progetti e del divaricarsi dei percorsi personali (e dello svanire di molti) emerge chiaro nel Commiato finale, in cui Carla Vasio si chiede “perché parlare ancora degli anni sessanta e dintorni?” La risposta commuove: “Si racconta che Richelieu alla fine della sua vita si sia fatto portare nella galleria dei quadri e dei libri che gli erano più cari, li abbia guardati a lungo, poi abbia sospirato: ‘Ah, mes amis… mes amis…’ E niente altro.”

(Foto di Fabiana Piersanti)

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