giovedì 26 dicembre 2013

Dallo Speciale n. 2 di FuoriAsse: "Le confidenze degli scrittori, tra romanzo e saggio"

Il pomeriggio del 25 ottobre, al Festival LABirinti, Giuseppe Giglio e io abbiamo provato a far dialogare i nostri due libri. Non è stato difficile: la raccolta di saggi di Giuseppe, “I piaceri della conversazione” (Sciascia, 2010), vede proprio nella letteratura l’estensione dell’atto comunicativo a una fitta rete che coinvolge scrittori di tutte le epoche, lettori presenti e futuri, e naturalmente critici; quanto al mio “A gran giornate” (La Linea, 2012), è un romanzo che vive di rimandi ad autori che mi sono cari, a opere che mi si sono sedimentate dentro, e con cui, nel corso della stesura, ho a lungo chiacchierato, in piena (e forse un po’ irresponsabile) libertà.
Abbiamo, Giuseppe e io, ritrovato l’uno nell’altro alcuni degli autori più forti e presenti: per esempio Savinio, Landolfi. Certo, ognuno ha poi i suoi: ecco allora che Giglio persegue quella linea letteraria che da Montaigne arriva a Sciascia, una linea frequentata da autori di acuta e affabile intelligenza, che non si isolano in una speculazione sdegnosa ma anzi, fiduciosi, vanno in cerca dei loro lettori, o lavorano per lettori che prima o poi arriveranno; io mi porto dietro altre figure (Petronio, Palazzeschi, Verne…), anche incompatibili, almeno in apparenza, che invito a coabitare nelle medesime pagine.
Giglio vede nella letteratura un sistema conversativo di straordinaria coerenza (“un sistema solare”, come ebbe a dire Sciascia): l’opera conversa con la realtà, prima di tutto, nello scovare relazioni tra le cose e funzioni alle cose; conversa poi con le altre opere che l’hanno preceduta, in un dialogo fecondo di rimandi che attraversa i secoli e alimenta la lingua, le idee, i temi, i personaggi; conversa infine proficuamente, come dicevamo, con quel lettore che in un certo senso ha modellato proprio al momento della creazione letteraria. È una visione seducente, con cui è difficile non essere d’accordo, di cui è difficilissimo non sentire, oggi in particolare, l’urgenza anche etica.
A Giuseppe Giglio, come a me, sono insomma cari gli autori che hanno fatto del dialogo il centro della loro opera e il tratto dominante della loro funzione. Montaigne, Stendhal, Sciascia, Savinio, Borges (ma anche Brancati, Alvaro…), Giglio li ha colti in fitto colloquio gli uni con gli altri, in un fruttuoso intreccio di interessi, di scoperte, al di là delle epoche. La loro idea di letteratura è fondata sulla ricerca e sulla condivisione; non è schematica, categorica, impositiva; il loro procedere è spesso un appassionato divagare; la loro scrittura è anche ascolto e presuppone sempre un interlocutore. Lo stesso saggio di Giglio procede amabilmente per rimandi e digressioni, come dovrebbe fare ogni buona chiacchierata, anche la più assorta, secondo le reazioni di chi ascolta o legge.
L’arte letteraria della conversazione, secondo Giglio, è anche, e forse soprattutto, indagine insieme al lettore: non quindi prescrizione dogmatica di una verità assoluta, ma esplorazione paziente della realtà, inseguimento di un possibile senso, che solo la letteratura può dare, quando nell’appropriarsi della vita la dota di una sintassi. Noi due abbiamo parlato parecchio di vita, in effetti, e della letteratura come capacità di svelare e interpretare la vita, e della critica come supporto indispensabile a questa investigazione sulla natura umana. In questo senso – e spero di non forzare il pensiero di Giuseppe – il romanzo tende quasi a farsi saggio, a modo suo e con le sue peculiarità, mentre il saggio tende di sicuro a farsi narrazione di un rapporto tra critico e autore.     
L’opera letteraria è fatta sì di vita, ma anche di quella particolare vita che filtra da altri libri. Per Giglio (e, se permettete, anche per me), essa è anche frutto dell’assiduo confronto di un autore con i suoi autori, con gli abitanti del suo personale canone, con quei modelli che gli sono rimasti nella penna e che continuano ad agire in lui, che lo voglia o no. La sensibilità di Giuseppe Giglio ha saputo perciò avvertire in “A gran giornate” sintonie anche insperate con il Landolfi de “La moglie di Gogol”, con il già citato Savinio (con la frase saviniana “Quando si dice pensare, s’intende pensare alla morte. E a che altro pensare?” inizia la recensione scritta da Giuseppe mesi fa per “La Sicilia”), con Buzzati, con l’anonimo del Lazarillo de Tormes.

A me piace pensare all’invenzione narrativa come a un continuo oscillare tra controllo e abbandono, a una sorta di deriva pilotata (“A gran giornate” è questo, in fondo, il racconto del naufragio di alcuni inadeguati avventurieri, in mezzo a cascami letterari e allegorie intellegibili). In questo naufragio monitorato, il critico letterario diventa essenziale curatore delle intenzioni, espresse o inespresse, volontarie o inconsapevoli, dell’autore: ne definisce la rotta (a posteriori? ma sì, il libro, se è buono, continuerà per un bel pezzo a vivere e a crescere), o almeno una delle possibili rotte, vi scova un ordine, vi intercetta delle connessioni, vi scava alla ricerca di qualcosa che l’autore ancora non sa e che è bene che qualcuno gli dica.

http://www.youblisher.com/p/783115-FuoriAsse-Speciale-LABirinti-Festival/

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