venerdì 27 dicembre 2013

Due righe sul premio Città di Trebisacce

Mi ero preparato un breve discorso di ringraziamento, per la sera della consegna del Premio Letterario Nazionale Città di Trebisacce, il 19 dicembre. Non l'ho letto, ma gran parte delle cose che avevo scritto le ho dette in risposta alle domande che Oreste Bellini e Flaviano Pisanelli, della giuria, mi hanno posto dinanzi al pubblico. Propongo qui le mie due paginette, in ogni caso - un ulteriore ricordo di quella bella serata.
(Foto di Francesco Delia)
Sono felice e onorato per questo premio, che è anche, diciamo così, il mio primo primo premio. E molto volentieri mi  sono scapicollato fin qui a Trebisacce da Aosta in un viaggio “a gran giornate” per riceverlo. Che lo abbia ricevuto proprio “A gran giornate” mi fa doppiamente piacere: perché so bene che è un romanzo che non segue mode del momento, non sottostà alle tendenze editoriali di oggi, e percorre invece una strada sua, che ha una tradizione illustre alle spalle, ma che oggi mi sembra poco frequentata. È la tradizione di Petronio (almeno del Petronio suggestivamente fatto a pezzi dall’usura dei secoli), di Rabelais, del “Tristram Shandy” di Sterne, dell’”Eroe del nostro tempo” di Lermontov, del Manoscritto di Potocki, e poi (cito a caso, in disordine), di  Felisberto Hernández, Tommaso Landolfi, Aldo Palazzeschi, Géza Csáth  e altri che non dico. Sono quasi tutti autori immensi, e non so se impallidire o arrossire a citarli come compagni che mi hanno preceduto e di cui con rispetto e umiltà amo seguire le tracce. Sono coloro sulle cui spalle mi sono arrampicato per guardare un po’ più in là, giusto per usare una metafora fortunata.
Se dovessi provare a definire “A gran giornate”, ne parlerei come di un romanzo di ricerca: prima di tutto nel senso che i personaggi vagano alla ricerca di qualcosa che rimane indeterminato, e che è lasciato alla pazienza e alla disponibilità del lettore; ma anche nel senso che questo mio libro ha l’ambizione di porsi in una linea di narrativa diciamo così sperimentale, giocosamente sperimentale anzi, che si muove con grande libertà e creatività all’interno dei territori del racconto (quella degli autori che ho citato poco fa). Il “viaggio” dei miei poveri, buffi, inadeguati personaggi rimanda anche al viaggio del loro autore all’interno delle strutture mobili, flessibili, accoglienti, continuamente reinventate del romanzo: questa è probabilmente la vera avventura di questo romanzo d’avventura – la mia avventura, cioè, il mio naufragio programmato, il mio monitorato perdermi all’interno di questo mondo narrativo in cui tutto può accadere. Io spero che un po’ del piacere anche un po’ fanciullesco che ho provato negli anni della stesura di questo romanzo abbia coinvolto anche il lettore:  il piacere della sorpresa, dell’invenzione, dell’inaspettato, prima di tutto; il piacere dell’inquietudine, anche, del brivido, dell’inappropriato, dello sconveniente; accanto a questo, complementare a questo, il piacere del controllo, della sorveglianza, della precisione anche linguistica, del trattenersi, del non detto, dell’allusione, dell’elisione, della sottrazione; non ultimo il piacere del riso, o del sorriso, soprattutto quando riso e sorriso smascherano convenzioni e falsità, quando toccano temi seri, quando servono a raccontare la morte; il piacere di un rapporto sempre più stretto con i propri personaggi, nati per caso come figurette volutamente prive di carattere, e un po’ alla volta caricate di pensieri, di carne, di manie e di affetti.
La vita, la vita vera, entra comunque, in queste pagine, anche se non era previsto che entrasse. “A gran giornate” non voleva all’inizio raccontare le incertezze dei nostri tempi, il disorientamento e la perdita di scopo della nostra società, intendo proprio dell’Italia di questi ultimissimi decenni, ma ha finito per caricarsi anche di questo, e per parlare anche, indirettamente, anche di questo. Non era previsto, ma è bene che sia così, che il gioco letterario degli inizi (l’allegoria della vita come fuga verso un precipizio raccontata come un’avventura, a frammenti come un Satyricon dei nostri tempi) sia diventato altro, che ci si possa riconoscere, o che dietro molte situazioni si possa leggere una allegoria dell’oggi. Il perdersi in territori sempre più ostili dei miei personaggi può far supporre, a questo punto, che io abbia una visione pessimistica se non disperante del mondo di oggi, e che il riso non possa far altro che rendere ancora più lancinante questa mia visione. In realtà, se il perdersi tra i ghiacci dell’ultimo capitolo non può che inspirarsi a uno scetticismo abbastanza marcato, vorrei sottolineare che i miei personaggi ci si perdono insieme, uniti da una sorta di scontrosa solidarietà – in questo legarsi solidale sta una coloritura positiva a cui tengo molto, un elemento di sollievo, di consolazione.
Se dovessi dedicare questo premio, lo dedicherei a Marilisa, mia moglie, che è stata anche ed è sempre la mia prima lettrice, e che sa riportarmi con i piedi per terra, sa aiutarmi a focalizzare le mie domande, sorveglia i miei punti deboli; e lo dedicherei anche a Marco Nardini, il mio editore e agente, che ha creduto da subito in questo strano romanzo, ne ha rispettato gli umori, mi ha aiutato a smussarne certe asperità, a renderlo meno scostante, e ha ritenuto di investirci. Lo dedicherei infine a tutti quei lettori che in questi anni sono stati al gioco e mi hanno sorpreso scovando tra le pagine del romanzo delle suggestioni che non erano previste, delle connessioni che non avevo calcolato, e interpretandolo secondo visuali nuove e sempre e comunque legittime. 

http://www.ilmusagete.it/?p=920

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