martedì 28 gennaio 2014

Letture: "Le incompiute smorfie", Vladimir Di Prima

“Le incompiute smorfie” di Vladimir Di Prima, romanzo pubblicato in versione digitale da Meligrana e Priamo nel 2013, dopo una cornice “americana” e “all’americana” che nel contestualizzarlo suona singolarmente incongrua (ma è ingannevole, come scopriremo alla fine), diventa subito e rimane per buona parte un’opera grottesca, teratologica, allucinata, intrisa di puzze, miasmi, aliti, colorata da carni in disfacimento, brulicante di insetti. Le donne che fumano (“don-ne, boc-ca, fu-mo”): è questa la divorante ossessione sessuale raccontata in prima persona al pubblico newyorkese dal protagonista, Mario Pergola, nella rievocazione prima dell’adolescenza, poi della giovinezza. Raddoppiata in seguito nella parallela ossessione di un altro personaggio centrale, padre Nator, essa invade molte pagine, diventa un ristagno patologico, che Di Prima affronta impavido, collegandosi, immagino, ad altre fissazioni erotiche frequentate dalla letteratura siciliana: ma più che al modello anche un po’ ovvio di Brancati mi ha fatto pensare a un Mazzaglia (“Ricordo di Anna Paola Spadoni” e “Principi generali”, in particolare), però reso più mortuario, a un Sebastiano Addamo fuori controllo, privato dell'indulgente conforto della memoria. Anche stilisticamente, nelle pagine più sconce de “Le incompiute smorfie” ci aggiriamo dalle parti di un barocco esagitato (Mazzaglia, ancora, o, più lontano, l’ombra ispiratrice forse di un Consolo), non sempre limpido nell’accavallarsi di registri e figure o nella tenuta linguistica. Se volessimo uscire dall’inevitabile circolo delle auctoritates siciliane, potremmo tirare in ballo certi irregolari della letteratura, come Francesco Permunian, appartato cantore di sgradevolezze e mostruosità (un nome che potrebbe venire in mente anche al mio amico Domenico Calcaterra, che di Permunian conosce bene le opere).
Nell’angusto, soffocante, fetido microcosmo della provincia Mario Pergola si aggira come un insetto (gli occhiali grandi e scuri con cui ripara la vista malata dalla luce lo rendono insettesco). È prima vittima del bigottismo retrivo del padre, “il notaio”, da questi viene sottoposto a una pedagogia fatta di rimproveri, scenate e complicate torture. Quando scopre la propria vocazione, ovvero quell’ossessione di cui si stava parlando, Pergola si dedica al voyeurismo e al feticismo con coinvolgimento totale, dissugandosi in interminabili sedute di autoerotismo che sono anche una forma di cocciuta ribellione. Mandato dai genitori in altro paese, Salus, presso il già citato padre Nator, scopre in quest’ultimo un alleato, un se stesso fatto adulto, un padre putativo che talvolta, come in ossequio a certi personaggi di Sade, filosofeggia su natura, vita e piacere; vestito da prete, ne diventa a sua volta un doppio, si adatta a interpretare un distorto romanzo di formazione, o la parodia di questo. Da questo momento in poi il romanzo di Di Prima un po’ si assesta, divaga, pare voglia frustrare le attese del lettore, o almeno smentirne le aspettative più pessimistiche: e ora si fa conte philosophique, ora gotico vecchio stile con tanto di maledizione gravante sul paese e fantasmi e specchi e casa infestata, ora resta – ancora – commedia sporcacciona e visionarietà alla Bacon (la corruzione della carne) o alla Dalì (insetti, giraffe).

Il circo di freaks condotto in parata da Di Prima a colpi di frustino, e ogni tanto sbandante, ha alla fine una smentita che non ci ha convinti fino in fondo. Ora, sarà meglio avvertire il lettore che non vuole rinunciare a sorprendersi: bada, non andare oltre, sto per anticipare informazioni significative sulla conclusione. Tutto, in chiusura del romanzo, si rivela frutto del rimuginio di uno squilibrato, pluriassassino per giunta, e tutti o quasi i personaggi e le situazioni raccontate nelle pagine precedenti vengono riletti come rielaborazioni di gesti reali compiuti o subiti da un folle rinchiuso. E il grottesco funereo, l’iperbarocco scanzonato, tutto è ricondotto alle contorsioni di una mente gravemente malata, incapace di distinguere sogno e realtà, bene e male, ieri e oggi: ma allora non è una cifra per leggere, storpiandolo, esasperandolo, sottoponendolo a una lente che nell’ingrandirlo lo deforma, il chiuso mondo del perbenismo di provincia (la Sicilia, l’Italia tutta, buona parte del mondo, chissà)? Il didascalismo puntiglioso di questa chiusa ricorderebbe altre conclusioni (il finale di “Psyco”, per dire la prima, anche troppo ovvia, che mi viene in mente), ma, per fortuna, non tutto quadra: i nomi delle vittime, per esempio, suonano finti, allusivi, fin troppo parlanti; forse – e non so se questo ci rassicura o ci inquieta: diciamo che rassicura la nostra inquietudine –, forse non siamo del tutto fuori da quel mondo grottesco e soffocante e imputridito che Pergola ha edificato delirio dopo delirio. Forse il nostro mondo non è così diverso dal suo.

1 commento:

Anonimo ha detto...

Recensione splendida, come dovrebbero sempre essere le recensioni, piccoli studi critici. Un viaggio esplorativo nel libro, al fine di offrirne nuove chiavi. E questo e' un romanzo che merita attenzione, specie per l'uso della lingua. Pure a me il finale non convince completamente, ma nel complesso mi sembra un lavoro di grande valore artistico. Emanuele