domenica 2 febbraio 2014

Da "FuoriAsse" n. 10: Alberto Vigevani, "I compagni di settembre"

Nel 1944, un anno prima di “Uomini e no” di Vittorini, Alberto Vigevani inaugurò il filone, assai fecondo negli anni immediatamente successivi, della letteratura resistenziale. Lo fece pubblicando in Svizzera, dove si era rifugiato e continuava l’attività politica e culturale, “I compagni di settembre”, che oggi la piccola e vivace Endemunde di Andrea Garbarino presenta come il primo romanzo sulla Resistenza. Cronologicamente lo è, senza dubbio, e l’operazione di repêchage della Endemunde è meritoria: ma ci troviamo qui di fronte non tanto a una matrice da cui deriveranno una tendenza e un sottogenere, quanto, direi, a un capostipite destinato per certi versi a rimanere un unicum rispetto agli sviluppi successivi.
Con “I compagni di settembre”, Vigevani, che era già attivo sui giornali e aveva pubblicato un altro romanzo, tentò l’operazione di adeguarsi appieno alla materia trattata e di mettere al servizio della causa partigiana la sua scrittura (“penna e pensiero” accanto all’“azione”, all’“attività eroica della Resistenza italiana”, come ricorda Marco Fumagalli nella Postfazione, citando parole dello stesso Vigevani). Lo fece obbedendo a un’urgenza e forzando un po’ la propria natura di scrittore assorto e contemplativo dei paesaggi e degli infinitesimali moti dell’animo umano – tutte caratteristiche che avrebbe recuperato e affinato nei decenni successivi, in opere più fortunate che grazie a editori illuminati come Sellerio abbiamo potuto continuare a trovare sugli scaffali. Qui, ne “I compagni di settembre”, Vigevani volle essere tutto cose, azioni, concretezza virile: e riuscì a esserlo, nel linguaggio, sottraendo, asciugando, rinunciando alle sfumature del bello stile (“grumi della espressione accartocciata” avrebbe detto Franco Fortini). Per fortuna, però (e perdonatemi quel “per fortuna”), Vigevani non ci riuscì o non volle farlo fino in fondo: il romanzo è intriso di momenti di pura contemplazione del paesaggio, specie crepuscolare e notturna (anche secondo Calvino, nella Prefazione del 1964 a “Il sentiero dei nidi di ragno”, “la Resistenza rappresentò la fusione tra paesaggio e persone”, un paesaggio già romanzesco, già pronto insomma al trasferimento sulla pagina), di sospensione vibrante, di studio circospetto delle intenzioni altrui, di silenzi carichi di nostalgia e sgomento. Sono questi, almeno a mio parere, i momenti più belli – non perché contraddicano l’assunto del romanzo, ma perché fanno sentire la lentezza del tempo dell’attesa di qualcosa che non si sa cosa sia, e colorano molte pagine di un’inquietudine frastornata, molto vera, molto umana, lontana da ogni convenzione eroica dell’epopea contemporanea. In quei momenti Vigevani era già pienamente se stesso, anche se ancora scollato dalla meditazione sulla propria infanzia e dallo studio degli ambienti borghesi o altoborghesi caratteristici delle opere successive. Per gran parte del libro, nelle parole dell’io narrante, pittore che ha lasciato in città moglie e figlio, si sente spasimare questo desiderio di agire, di fidarsi di sconosciuti con cui fare gruppo, di opporsi a un nemico che ancora non si vede e di cui si hanno notizie frammentarie e vaghe: e quando il nemico si palesa, ecco che l’eccitazione momentanea dello scontro si trasforma subito in senso smarrito di precarietà, e l’impulso guerresco diventa dolorosa frustrazione e desiderio di fuga al di là delle montagne (non abbandono, non rotta, ma come un ripiegamento strategico, per quanto amaro, da condividere tra scampati), in territorio svizzero.
Anche questa conclusione, così poco enfatica, ci fa capire che la successiva letteratura resistenziale ha pescato altrove, più che in questo prototipo, i motivi del suo epos, tracciando altri legami con i modelli eroici della tradizione. Italo Calvino, nella già citata Prefazione a “Il sentiero”, ha riletto in chiave omerica l’elaborazione di questo patrimonio di storie, prima spontaneamente orale e solo poi scritta, questa “smania di raccontare” da cui sarebbe scaturita la narrativa partigiana; e ha citato poi, come esponente più alto di quella stagione letteraria, il Fenoglio di “Una questione privata”, romanzo “costruito con la geometrica tensione d’un romanzo di follia amorosa e cavallereschi inseguimenti come l’Orlando Furioso” e allo stesso tempo carico della furia e della commozione e della verità che solo la realtà può dare. “I compagni di settembre” si può piuttosto accostare al Senofonte dell’“Anabasi”: ce lo suggerisce Vigevani stesso, con un inciso non privo di ironia, verso la fine: “Al mattino levammo il campo, come Senofonte avrebbe scritto da buon storico antico, e partimmo per l’interno del bosco spinti dalla necessità di raggiungere altitudini più remote”.
http://www.cooperativaletteraria.it/index.php/fuoriasse/98-fuoriasse-10/313-fuoriasse-9-ottobre-2014.html
http://www.youblisher.com/p/804398-FuoriAsse-10/

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