mercoledì 5 febbraio 2014

Da "FuoriAsse" n. 10: Gaetano Neri

Gaetano Neri è ritrattista veloce e ironico: i suoi libri non appaiono né come romanzi né come racconti, ma piuttosto come gallerie di personaggetti surreali pacatamente estremi, di “buffi” palazzeschiani osservati con partecipe distacco. Ho scoperto Neri leggendo il suo “romanzino nevrastenico” pubblicato da Manni nel 2008, “L’uomo che ha sempre altro da fare”, una spassosa via crucis di stranezze, di manie e idiosincrasie (Traina, nella sua recensione su “L’Indice”, ha parlato di “sequela delle ‘stazioni’ dello psicodramma”) incentrata su un ometto continuamente distolto dalla sua sedentarietà, il quale, “quando ti serve un aiuto, ha sempre altro da fare”. Eccone la descrizione, paradigmatica: “Quarant’anni, magro e storto, cranio rasato a palla, non sta fermo un momento. Come capisce che vuoi chiedergli qualcosa, ti volta la schiena e fila veloce in altre stanze, picchia i gomiti sugli spigoli, ha ematomi dappertutto”. Sono poi risalito alle più antiche raccolte di racconti pubblicate da Marcos y Marcos (“L’ora di tornare” del 1992, “Un momento delicato” del 1996), confermandomi nel mio personale culto per questo scrittore appartato e coerente e insieme sorprendente.

Ho ritrovato di recente Gaetano Neri nelle figurine alla Sergio Tofano di “Strani fatti in via Ballocca”, pubblicato da La Vita Felice nel 2010. Il libretto è una ricognizione follemente lucida del colorito presepio umano (“Le case sono settanta, gli abitanti duemila”) che appunto popola i casamenti su un lato e sull’altro di questa via milanesissima ancorché immaginaria, compiuta da un operatore del Comune che di tutti verbalizza comportamenti e attività, e finisce un po’ per perdercisi, per naufragarci dentro, per riconoscercisi anche. Le anomalie sono trattate con indulgenza, se non complicità, e le quotidianità meno devianti, mescolate alle prime e poste sotto la lente d’ingrandimento dell’io narrante, si ingigantiscono, si deformano, sembrano quasi più insensate di quelle. Effetto simile fanno i bozzetti, veloci, fulminei in molti casi, di “Questi milanesi – Da guardare con stupore, sospetto o simpatia” e “Altri milanesi”, pubblicati dapprima in buona parte sulle pagine locali di “Repubblica” e poi raccolti sempre da La Vita Felice (il primo nel 2011, il secondo nel 2012) accompagnati da illustrazioni dello stesso Neri. Chissà se è la fantasia inesauribile di Neri, la sua vista sovracuta, o invece l’incredibile varietà dei tipi e dei comportamenti umani a impedire che questi libri suonino ripetitivi; probabilmente tutto l’insieme, oltre alle risorse di uno stile di grande finezza e dosata ricchezza. Mi rendo conto di abusare di ossimori, nel parlare del particolare stile di Neri: ma sono in buona compagnia, se anche Guido  Almansi a suo tempo ha scritto "Dovremmo essere grati a Gaetano Neri per il piacere che ci ha dato e l’angoscia che ci ha arrecato", e Geno Pampaloni ha parlato di “fantasia tenera più che cinica, crudele e  indulgente” – e se su “Repubblica” Fabrizio Ravelli ha definito la sua scrittura “cattiva e compassionevole”Dicevo di milanesità: la trovo, ammesso che questa qualità esista davvero e non sia una semplice formula buona per i recensori, in quel muoversi distaccato nel bel mezzo della materia trattata, nel mantenersi sempre al di qua del limite in cui l’ironia diventa irrisione e beffa, nel rispetto d’altri tempi per il galateo della bella scrittura, in un accenno di sperimentalismo formale votato a un irrimediabile individualismo, nella nostalgia per un certo passato che però è temperata dal pudore, nell’attrazione irresistibile per l’indaffararsi degli uomini attorno a qualcosa, che siano professioni o fisime non importa.
Quanti antieroi, quanti Tersiti in pantofole o in tuta da lavoro vivono nascosti vicino a noi? Gaetano Neri li sta stanando tutti, da anni, con metodo e precisione.



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