mercoledì 12 febbraio 2014

Da "Zibaldoni e altre meraviglie": "Conversando con Guido"

Nella rubrica "Da una provincia di confine", che tengo sulla rivista online "Zibaldoni e altre meraviglie" diretta da Enrico de Vivo, compare da ieri la trascrizione di una chiacchierata con l'amico scrittore Guido Conterio. Ne riporto una parte, invitandovi a leggere il resto su "Zibaldoni": http://www.zibaldoni.it/2014/02/11/conversando-con-guido/.

IO Ma (cambiando solo di poco argomento) tu, Guido, da scrittore, come usi la provincia? E come te ne liberi quando scrivi? O come la sfrutti come tema, o sfondo, in ciò che scrivi? Io ce la sento (non è una critica, bada): è quel colore sempre un po’ demodé, quell’inflessione gozzaniana, quel comportamento compito e cerimonioso dei personaggi, che a volte esplode o implode in eccessi fino a quel momento tenuti a bada, anche quel tuo tenerli chiusi in ambienti angusti, in modo che discettino e spacchino il capello in quattro fino allo sfinimento – tutte cose che riconosco perché le sento connotare anche ciò che scrivo io.

GUIDO Alla domanda hai risposto in buona parte tu stesso, centrando il clima dei miei romanzi; il che mi fa assai piacere, perché significa che almeno un lettore attento l'ho trovato.
È vero, mi piace sfruttare la provincia come sfondo: sia esplicito, come in Nirvana Falls, romanzo in cui ho messo alla berlina le trafelate iniziative di un'improbabile associazione culturale fondata in un paesone interamente assorbito dal turismo balneare, sia implicito, come ho fatto praticamente in tutti gli altri (penso in particolare a Fosca bis e a Incanto e guarigione), portandone vizi e virtù all'interno stesso dei personaggi, al di là delle ufficiali coordinate di ambientazione. Donde l'inflessione gozzaniana di cui parli. Ma (sempre si parva licet) io scomoderei anche Roberto Bolaño, un autore che sta prendendomi molto negli ultimi mesi, la cui dolente vena grottesca non si pèrita, laddove la partitura lo richieda, di profondere umori e tic tipicamente provinciali anche nel cuore di Città del Messico.
Tutto ciò, forse, viene a dire che vi è una provincia perenne (e ubiqua) esattamente come un romanticismo perenne, al di là entrambi di storia e geografia: risorse, o se vuoi tentazioni, insite nell’inconscio umano, dalle quali non ci si libera con l’atto catartico della scrittura – e in fondo credo sia meglio così. Altro discorso è sgrossarsi dei vincoli e frustrazioni che il dimorare lontano dai grandi centri che danno il “la” alla cultura comporta per un intellettuale – di fatto o di desiderio che egli sia. Ciò inerisce però a un piano, direi, pratico: vuoi psicologico e formativo, vuoi banalmente promozionale (se non ricordo male, al giovanissimo Aldo Busi che, cameriere di un bar di Milano, timidamente si era accostato a un tavolo di redattori della Adelphi esponendo le sue più che legittime ambizioni di scrittore, uno di quelli fece presente prima di tutto l’inadeguatezza del borgo natio di Montichiari a favorirgli la carriera). E sulla necessità di “uscire” ti do ragione al cento per cento. Anzi ti invidio, perché dimostri un metodo e un’energia di cui mi sento sprovvisto. Forse per i quattro anni in più che porto sulla groppa?


 IO In realtà, per quanto candeggi, la provincia me la sento sempre addosso come una specie di appiccicume. Ne soffrono anche i miei personaggi, come di una specie di miopia da affaticamento, di inerzia smaniosa. Se ne colorano pure gli ambienti, sempre chiusi, opprimenti come stanze sbarrate, anche quando mi decido a mandare a spasso i personaggi: sono paesaggi che in realtà si rivelano estensioni della provincia, proiezioni in pianura delle località di montagna, anamorfosi di qualcosa di fin troppo familiare. Così avviene addirittura nell’ultimo, A gran giornate, nonostante gli intenti picareschi. Ma pazienza. Non so se sia un male o un bene, ma certo quel cosmopolitismo a cui aspiravo mi pare sempre più difficile da raggiungere (parlo di orizzonti letterari, ora, non di contatti miei, quella per fortuna è un’altra storia). Si potrebbe anche, per consolarsi come altri già hanno fatto, dirsi che in fondo tutto è provincia, tutto è confine di qualche cosa, e che il centro è sempre altrove, per tutti – o, cambiando angolo prospettico, che il centro è ovunque, e tutti ci siamo dentro. Sarebbe una bella conclusione, incoraggiante e non priva di una sua solennità.

Nessun commento: