sabato 15 marzo 2014

Marta Raviglia, Massimo Barbiero, "Gabbia": le note di copertina

Massimo Barbiero, percussionista, leader storico degli Odwalla e tra i membri fondatori degli Enten Eller, è da anni l’animatore di progetti musicali che coinvolgono musicisti non solo dell’area jazz e non solo italiani. Una delle sue creature più longeve è l’Open Jazz Festival che si tiene a Ivrea e dintorni ogni anno verso marzo: quest’anno, il 21 marzo, alle 21, presso il Teatro Giacosa di Ivrea, sarà presentato il CD “Gabbia”, un lavoro frutto della sintonia tra lo stesso Barbiero e Marta Raviglia, sorprendente e intensa cantante a suo agio in ogni tipo di sperimentazione. Ho avuto il piacere di dare un piccolo contributo alla creazione del CD, in uscita proprio in quei giorni per la Splasc(h) Records, dapprima selezionando una serie di testi letterari incentrati sul tema della “gabbia”, dai quali Marta e Massimo hanno liberamente attinto per le loro improvvisazioni, e scrivendo infine le note di copertina, che ripropongo qui di seguito.


“Dove entrai io qua dentro, o come e quando?”
di Claudio Morandini

La gabbia – il tema della gabbia, o meglio ancora la metafora della gabbia – attraversa secoli di letteratura, adattandosi a concetti assai diversi. Spesso fa riferimento ai vincoli d’amore, e allora diventa volentieri allegoria drammatica, si infittisce e ispessisce fino a diventare cella di prigione, doloroso ricetto (“Gabbia senz’uscio e carcer senza uscita,/mar senza riva e selva senza varco,/labirinto ingannevole d’errore” declama Giovambattista Marino, in endecasillabi sonanti che Marta Raviglia e Massimo Barbiero rendono alienanti, manicomiali). Amore è davvero guardiano severo, quando non spietato: hai voglia a sperare nella libertà, a sognare di volar via verso il cielo, o verso nuovi flirt meno teatrali. Il suo palazzo – e tuo carcere – è un’uccelliera priva di porte e finestre, è anzi un labirinto in cui ci si può solo perdere. Certo, si può sempre sospettare che tutta questa crudeltà sia parodistica, e che l’amore carnefice cantato dai poeti sia una burla tirata per le lunghe, un gioco di ruolo (come suggerisce “For de la bella cayba” di anonimo bolognese). Ma spesso la spietatezza è reale, dilaniante, e sincero il dramma della reclusione.
Sentite in “Qual vaga Filomela” (da Tullia d'Aragona) come la voce di Marta Raviglia si aggira inquieta negli spazi ristretti di queste gabbie che il tocco di Massimo Barbiero evoca con tonfi, sgocciolii, echi, scuotimenti metallici, bombiti. La voce esplora attenta i limiti della prigione, e per farlo meglio si moltiplica, si fa coro. Non è la voce seduttrice di Circe, Morgana, Armida, o di tutte le donne fatali su cui una lunga tradizione misogina ha fantasmato mentre erigono piranesiane architetture di inganni per distruggere il maschio. È invece la voce di tutte le donne che la letteratura per secoli ha descritto prigioniere, legate, immolate, abbandonate, facendone un emblema non solo della condizione femminile, ma della condizione umana in generale.
Ci sono prigioni in cui ci avvoltoliamo per conto nostro, celle rassicuranti e insieme soffocanti che ci costruiamo attorno pezzo per pezzo, tutte nostre. Ma la gabbia può avere anche un significato morale più generale, addirittura politico. Nei testi scelti per questo disco tale significato resta ben nascosto – fa capolino nelle prose moraleggianti, come nel “Rovistrice” di Leonardo da Vinci, o nella celebre terza satira di Ludovico Ariosto (“Non si adatta una sella”, con quel che segue). È la gabbia della condizione dei non privilegiati, dei sottomessi, dei servi. Ci si nasce, in quelle gabbie, si vive, ci si muore senza aver mai visto l’esterno, senza nemmeno avere mai imparato a immaginarlo. Gabbie ben più avviluppanti di quelle d’amore, che il tempo può crepare, quelle legate alla condizione sociale degli uomini non sempre si presentano come luoghi di detenzione: piccoli oggetti inutili le arredano, finte finestre si aprono su paesaggi di carta, schermi televisivi distolgono l’attenzione e fan passare la voglia di evadere. Pare bello starci reclusi, a chi non ha la forza di immaginare un oltre, nuovi spazi aperti in cui far combutta e ordire rivolte o almeno essere appieno se stessi.

 Inevitabile, quando si tratta di gabbie vere o simboliche in letteratura, è sfociare nel tema parallelo della fuga, dell’evasione. È sovente solo un pensiero, una labile speranza, una nostalgia struggente: ma ecco che nella musica questa evasione diventa subito possibile, ecco che la voce sa liberarsi dai suoi lacci proprio mentre canta di prigionia e reclusione. Che cosa sia davvero, la gabbia da cui la voce di Marta Raviglia e gli strumenti di Massimo Barbiero vogliono uscire, è facile capirlo: la gabbia delle restrizioni, delle convenzioni, dei cliché comodi ma ingannevoli, dei limiti della natura o della meccanica, di un ordine precostituito. Ecco perché questo album diventa una rivendicazione di libertà, anche della libertà di vagare a vuoto, al limite anche di errare. La voce di Marta è nomade, volatile; le percussioni di Massimo sono stanziali, terrene, gravitanti; queste tracciano i confini dello spazio (ora labirintico, ora angusto come una cella) da cui quella, la voce, prende il volo. Ma il gioco prevede sempre uno scambio di parti, come si scopre nell’”Interludio II”.
In alcuni brani la voce, enunciato il testo di partenza, ascende, evade dalle parole di senso compiuto, si sbroglia dai legacci semantici, scivola via leggera, priva della gravezza del significato. Tornerà poi a quelle parole, ma per pronunciarle in modo diverso: saranno frantumate, borbottate, respirate come cose nuove. In altri brani la voce già da subito si libra lontana dalle parole, svolazza al di fuori dell’uccelliera di cui qualcuno ha dimenticato aperto l’usciolo.
Attenti, però: all’esterno, nei territori sconfinati che si aprono al di fuori delle sbarre divelte o forzate, si aggirano ronde di scherani pronti a riportarti dentro al suono di una marcetta grottesca e minacciosa. Li sentiamo sfilare in “Invano il passo”, da Ariosto (ma dei versi ariosteschi è rimasto, minaccioso, solo il titolo).

 L’improvvisazione è arte difficile: improvvisare costruendo nello scorrere del tempo una struttura flessibile, morbida, che non reprima ma anzi garantisca libertà di movimento e stupori continui, e non smetta per questo di sembrare struttura, o meglio il sogno di una struttura, in un universo fatto di sogni in cui ogni sogno è diverso da tutti gli altri – qui sta la vera difficoltà. Quante improvvisazioni si sono arenate nella ripetizione di stilemi di scuola, in un gingillarsi compiaciuto e meccanico, e quante, per evitare tali rischi, si sono perse nell’astruso. In questo disco tale rischio è sventato da subito: c’è un’idea, chiara e forte, all’inizio; un piacere del suono mediato dal controllo reciproco; un’intesa profonda, nel dividersi ruoli e spazi.
 Come in ogni commedia che si rispetti, anche questo disco si conclude con un lieto fine (“Cristiana”), che non toglie tutto l’amaro di bocca ma restituisce un po’ di sollievo: è un happy end di cauto ottimismo, forse velato da un’impressione di melanconia, quasi sicuramente virgolettato con ironia lieve.

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