venerdì 4 luglio 2014

Ethan Prescott e la musica ungherese, 3

Riporto le ultime annotazioni attribuite a Ethan Prescott (v. "Rapsodia su un solo tema", Manni 2010) pubblicate sul programma di sala del concerto dedicato a Alessio Elia che si è tenuto ai Giardini dell’Accademia Filarmonica Romana il 2 luglio 2014. Con questo concerto si è concluso il ciclo SHE LIVES incontra l'Ungheria.
Note a piè di pagina (senza pagina)

È un peccato che Ethan Prescott, morto nel 1997, non abbia potuto conoscere le composizioni di Alessio Elia: ma nell’ultima di queste note a piè di pagina è come se le presentisse. Di sicuro le avrebbe amate. A proposito: chissà se ha un senso pubblicare queste note da sole, senza le pagine di analisi musicologica di cui sono l’ironico e lieve corredo – noi sospettiamo che il vero Ethan Prescott si nasconda in questi “a parte” da commedia.

1) Ecco: nella musica ungherese si avverte un dialogo fervido, anche un po’ oratorio, tra Natura e Cultura. La Natura (non dimenticarsi mai le maiuscole) è fatta di radici, aria di casa, suoni e versi del mondo rurale, danze, ritmi, melodia, ecc.; la Cultura vi mette ordine, ci ragiona su, è polifonia, contrappunto, intonazione, condiscendenza, ecc.

2) Che cos’ha questa benedetta musica contadina magiara di così affascinante per tutti coloro che l’hanno studiata? Manca di simmetria, di rigidità: è invece flessibile, variabile, soggetta agli umori e agli estri, malleabile alle diverse personalità che la intonano. È musica sperimentale nel vero senso della parola.

3) Sándor Veress è una geometria sghemba. Ammirevole connubio di ordine e follia (di spirito costruttivista e di rimuginio da esule).

4) Vi ricordate Tibor Harsányi? Così convincente nel suo travestimento francese da sembrare, quando si ispira al materiale della sua terra natale, un francese che unghereggia invece di un ungherese che francesizza.

5) C’è anche un carattere magiaro da esportazione, fatto di musica di consumo su cui si adagia una glassa di colore locale: Miklós Rózsa, per esempio, suona come un complessino tzigano che però si è messo un frac molto ben stirato. Inutile dire che lo adoro, anche se so quanto quella nostalgia sia accademica.

6) Nella generazione che ha vissuto l’una e l’altra esperienza (la chiusura autarchica, la libertà successiva) permane un eclettismo un po’ strabico: di qua o di là? O di qua e di là assieme? Il tentativo di mediare, o almeno di mescolare gli estremi, è lodevole e produce garbugli interessanti, che però suonano talvolta come volonterose operazioni con cui si spera di non buttar via gli sforzi di metà di una vita mentre ci si adegua alla koinè dello sperimentalismo all’europea. Penso a Dubrovay, a István Láng, a Lendvay, a Szokolay, a Soproni, a Miklós Maros: il loro eclettismo ha sempre qualcosa di drammatico, di voluto oltre che di vissuto.

7) Come Jeney, György Kurtág riesce a operare una convincente sintesi tra l’eredità bartokiana mai rinnegata e l’aforisma alla Webern. Predilige organici ridotti, rifiuta le strutture ampie, anzi si rifugia in una sorta di salotto in ombra molto ben frequentato, in cui qualcuno suona dei frammenti di fogli d’album un po’ come gli vengono sottomano; talvolta li risuona daccapo, o si esercita su taluni passaggi: ne escono musiche misteriose e gentili, di un lirismo umbratile, che potrebbero durare un’ora e invece durano pochi secondi, prodighe di respiri e di silenzi, molto avanzate e insieme affabili.

 8) Avete notato come gli ungheresi siano irresistibilmente attratti dagli estremi? Per fare un esempio: da Liszt a Ligeti, chi ricorre al pianoforte, per quanto parta dal registro medio, quasi subito costringe l’esecutore a divaricare le mani verso le zone estreme, il molto-basso e il molto-alto, escludendo tutto il resto. È più forte di loro. Devono farlo. E in fortissimo.

9) … di microcosmi. Ogni sua composizione è un microcosmo abitato da creature non visibili all’occhio umano: è tutto un brulicare di organismi affaccendati, che talvolta d’improvviso tacciono, si fermano, forse si addormentano. Piccoli nuclei di note leggere, che crediamo percorse da fremiti di libertà assoluta, e invece, sulla partitura, rispondono a leggi ferree. Non sono creaturine caotiche, sono minuscoli cittadini di un piccolo mondo autosufficiente, che…
(Appunto misterioso, preso dopo la conversazione con Géza, in condizioni di non perfetta lucidità: a chi volevo riferirmi?)

10) Ma tutto questo non conferma che il carattere ungherese nella musica è in realtà una condizione dell’animo, una particolare percezione del suono, una sensibilità speciale per la costruzione – qualcosa insomma che possiamo considerare non più nazionale ma universale, che ormai avvertiamo nelle musiche di compositori di tutto il mondo? E se – azzardo – questa terza via della musica colta del Novecento finisse per essere la più longeva, la più fertile? Mi piacerebbe che fosse così. Gli allievi internazionali dei grandi ungheresi del Novecento sono cresciuti, stanno trasmettendo ad altre generazioni di allievi quella stessa sensibilità. Riesco a immaginare giovani compositori francesi, italiani, statunitensi, colmi di quella preziosa eredità, che è fatta di libertà (anche di sensualità) e di minuzioso controllo, di contrasti e di appianamenti, di… (si potrebbe continuare ad libitum).


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