domenica 3 agosto 2014

Un frammento

Per quanto andassi lontano, prima o poi la carrozza mi raggiungeva. Me ne stavo finalmente tranquillo, nella stanza presa in affitto, o nella camera d’albergo, o sulla panchina di un cortile nascosto, quando ecco, sentivo avvicinarsi uno sferragliare, dei nitriti, uno scalpiccio, imprecazioni del vetturino che ormai avevo imparato a riconoscere: e sapevo che la carrozza mi aveva trovato, e che si sarebbe piazzata davanti alla porta, il vetturino sarebbe smontato, avrebbe bussato, o suonato, avrebbe urlato il mio nome, per convincermi a scendere, e io sarei sceso, sì, ma dal retro, dalle scale antincendio, dalla porta di servizio, da una finestra, e sarei fuggito ancora per le campagne, lontano dalle strade.
Con il vetturino una volta avevo anche provato a scambiare qualche parola, giusto per sapere chi lo mandasse, quali intenzioni avesse. Ma quello, vuoi per ignoranza, vuoi per negligenza, non mi aveva quasi risposto – giusto qualche mugugno, che poteva suonare come un sì o come un no. A mettere insieme il poco che ero riuscito a capire, o che mi illudevo di avere capito, il vetturino non sapeva chi lo mandasse, e non sapeva nemmeno che cosa avrebbe dovuto fare una volta che mi avesse trovato, a parte piazzare di traverso la carrozza e aspettare istruzioni o l’arrivo di qualcun altro. Il fatto che quell’uomo fosse un semplice esecutore di ordini e fosse tenuto all’oscuro di quasi tutto mi rassicurava quasi, di giorno; di note, però, quando i pensieri hanno libero corso, e attraversano territori insospettati di angoscia, tutto mi suonava insopportabile e mi metteva una gran voglia di fuggire.
Battevo le campagne di buon mattino, tenendomi lontano dalle strade più frequentate e preferendo i sentieri appena accennati. Non attraversavo prati incolti o campi, perché temevo di lasciare tracce troppo visibili sull’erba alta: e anche sui sentieri fradici di rugiada o polverosi cercavo di camminare leggero, in punta di piedi, e talvolta sceglievo percorsi tortuosi e contraddittori, proprio per mettere in difficoltà chi mi stava dietro. Mi ero anche procurato alcune vecchie paia di scarpe in un mercato di cose usate: e le alternavo spesso, nella speranza che gli inseguitori si lasciassero confondere. Quando la fame mi annebbiava la vista, mi dirigevo verso qualche casa o villaggio, chiedevo ospitalità, mi offrivo di sbrigare qualche lavoretto o di pagare, perché i soldi non mi mancavano, e nemmeno l’energia. Se mi si chiedeva il nome, ne davo uno inventato lì per lì, che non suonasse troppo improbabile, oppure pescavo tra i ricordi delle mie antiche letture, e finivo per presentarmi come un personaggio da romanzo.
La carrozza però arrivava sempre, dopo due o tre o quattro giorni. Il vetturino impassibile, i cavalli stremati e sudati, con lo sguardo da pazzi, la bocca aperta come a chiedermi quando mi sarei deciso a fermarmi, a rassegnarmi, e a salire.
Mai, mai, rispondevo loro prendendo la via dei campi, mai! Non sapevo perché, ma sapevo che non lo avrei mai fatto di mia volontà.
So bene che a questo punto qualcuno dei miei amici poeti dirà che quella della carrozza – scura, per giunta – è una metafora facile, e che rappresenta la morte, da cui è inutile fuggire. Bene, pensatelo pure. Io intanto di quella che ritenete una metafora sentivo l’odore, di quei cavalli udivo il respiro affannato, vedevo le palle di sterco, e di quel vetturino odoravo l’odore di fatica e di tabacco, e per quel che ne so le metafore non puzzano. In più, non era quella carrozza un carro funebre: era una vecchia carrozza da città, di legno scuro, di eleganza desueta ().  


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