giovedì 11 settembre 2014

"Benedetto pessimismo" su "Zibaldoni e altre meraviglie"

Riprendo l'inizio del nuovo pezzo apparso oggi nella rubrica "Da una provincia di confine" che tengo su "Zibaldoni e altre meraviglie". L'invito è come sempre quello di continuare la lettura sulla pagina di Zibaldoni e di seguire questa eccellente rivista letteraria diretta da Enrico De Vivo.

Accompagno in giro per la città l’amica scrittrice di sofisticata tormentosità, che stasera presenterà un suo libro recente in un caffè libreria del centro. Si fa presto a finire il giro: cento metri a destra, e la strada si perde in una periferia di nessun interesse; altri cento metri nell’altra direzione, e si finisce in mezzo a campi, a orti abusivi presidiati da bunker di vecchie lamiere. Intanto, conversando, prendiamo qualche accordo sui temi e l’ordine delle domande e delle letture. L’amica scrittrice è scrupolosa, ci tiene a presentare al meglio il suo libro, un romanzo breve di tonalità piuttosto cupa, un piccolo capolavoro di disperazione costantemente monitorata dalla bellezza ariosa dello stile. E anch’io voglio che la presentazione sia limpida, piacevole, intrisa di arguzie e di garbo.
Nel tardo pomeriggio, attendiamo che qualche avventore si unisca ai pochi, ma benedetti, amici che si sono presentati per evitare che l’incontro fallisse. Finalmente, quando ormai stiamo per rassegnarci a raccontare a gente che già sa, e già ha il libro, ecco una signora, piuttostoagée ma di sguardo ancor vigile, si siede, in prima fila addirittura.
Si può cominciare, sussurro all’amica scrittrice.
Non racconterò la presentazione, mi limiterò a dire che fila liscia, che la gestiamo con perizia consumata, giocando con i temi sui quali ci sentiamo vicini, concedendoci anche un paio di lievi schermaglie attorno a punti su cui le nostre opinioni non convergono del tutto, così, come cadeau per gli amici, che infatti sorridono, educatamente, e ricacciano in gola gli sbadigli che, dopo tre quarti d’ora, tendono sempre a manifestarsi. Arriva così il tempo delle domande, che di solito si sbriga in fretta, con due spiritosaggini, prima che il caffè libreria chiuda e non serva più aperitivi. Ma qui la signora agée, finora compunta, immobile, e va’ a sapere se per pietrificazione dinanzi alla lucida narrazione della condizione umana fornita senza alcun alibi dalla mia amica scrittrice, o se per abbiocco occultato dalle spesse lenti affumicate, d’improvviso si agita sulla sua sedia, posa la borsetta voluminosa per liberarsi una mano e alzarla e scuoterla in aria, si schiarisce più volte la voce. Ha una domanda, una domanda vera.
Ma senta, dice quella che potrebbe essere un’insegnante di liceo in pensione (non la conosco, però, non la conosco proprio), senta, cara, lei si è detta pessimista, però, tutto questo pessimismo…
L’amica scrittrice, alla parola pessimismo, si irrigidisce sempre. Non le piace come suona nella bocca di chi la usa per dare del tristanzuolo agli altri. Non ho mai usato la parola pessimismo, dice infatti.
Però lo è, pessimista.
Non direi.
Non crede in una vita dopo la morte. Dunque è pessimista.
Credo sufficientemente in questa vita. Dunque non sono pessimista.
(…) 


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