lunedì 13 ottobre 2014

Letture: Kevin Barry tradotto da Monica Pareschi


“Guardò in strada e tutto era familiare ma allo stesso tempo strano, come se le strade si incrociassero con le vie sbagliate, come se fossero sbagliate anche le colline, e il cielo sbilenco: era il magma confuso di un sogno, quello che vedeva.”
(Kevin Barry, “Honey”, da “Il fiordo di Killary”, trad. di Monica Pareschi, Adelphi 2014)

Ci voleva lo sguardo attento di Monica Pareschi per preservare in italiano e anzi evidenziare le finezze di cui sono ricchi i racconti dell’irlandese Kevin Barry (“Il fiordo di Killary”, dal titolo di uno dei più riusciti) appena pubblicati da Adelphi. Perché il rischio che ci si limitasse a vedere in queste pagine un mix tra un’esuberanza irlandese tutta sbronze campagna verde vanterie e chiacchiere da pub, ed eccessi pulp – questo rischio c’era. Invece Kevin Barry, mentre gioca con situazioni al limite del cliché e ripercorre zone narrative rese familiari da altri autori e da non pochi registi, osserva il tutto con uno sguardo sghembo, disseminando minimi dettagli pieni di inquietudine, non lesinando raffinatezze, e preferendo (non sempre, per la verità, ma spesso) i vantaggi espressivi del non detto, la forza dell’allusione e dell’ellissi alla tracotanza dell’effettaccio. E allora si aprono assorte parentesi paesaggistiche, si scambiano sguardi commossi (quasi mai sobri, d’accordo), si svelano emozioni non banali, ci si trova dinanzi a momenti epifanici che chissà a cosa preludono. Qui, dicevo, Monica Pareschi (che come scrittrice, con la raccolta “È di vetro quest’aria”, ha mostrato di prediligere, sin dal titolo montaliano, il racconto intriso di sensibilità poetica) raccoglie la sfida e ricorre a una tavolozza che non risparmia colori, contrasti e sfumature. Così, nel rendere la vividezza del parlato, si avventura anche nel parlato e nel dialettale (“ciulare”, “balengo” detto di un sorriso), talvolta conserva l’iperbolica e brutale inventività di certe espressioni (“Il solito povero stronzo che naviga per la strada con il culo sopra un vassoio da tè”); si diverte anche a riprodurre la solennità (sempre un po’ su di giri) di certi passaggi ricorrendo a una letterarietà che spesso ha il sapore della parodia (che so, “gli opimi fianchi” subito prima di un “vasto deretano”), e infine rimescola tutto, basso e alto, con allegra esuberanza e insieme con invidiabile maîtrise.


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