martedì 9 dicembre 2014

Da Letteratitudine: Costanza Alegiani

Fair is Foul and Foul is Fair, l’album di Costanza Alegiani pubblicato quest’anno dalla combattiva etichetta Improvvisatore Involontario, è un’occasione preziosa per parlare dell’incontro tra letteratura e musica: perché qui si incrociano Shakespeare e Verdi (e i suoi librettisti Francesco Maria Piave e Arrigo Boito), l’opera lirica e il jazz di oggi, la musica scritta e l’improvvisazione, la parola scritta e il canto.
Il lavoro di Costanza Alegiani ruota attorno a un’intenzione progettuale molto chiara, evocare quel mondo di finzione e verità che possiamo situare tra dramma elisabettiano e melodramma ottocentesco (con una puntatina sorprendente dalle parti di Brecht e Weill, anche), cioè il teatro nella sua essenza più forte; allo stesso tempo esprime un’ampia voracità artistica, che si nutre di disparate suggestioni stilistiche, mescola antico e moderno, scrittura e improvvisazione pura, pieno e vuoto, alto e basso, opera lirica e cabaret, torch song e free jazz, riconducendo però tutto a una chiara solidità di impianto. “L'Opera è per me un microcosmo” mi dice Costanza Alegiani, “un palcoscenico su cui i personaggi si ritrovano catapultati. Pian piano devono riconoscere se stessi, la loro storia e comprendere il loro destino. Così mi immagino questi personaggi del disco: raccontano di loro stessi, della loro condizione, chi nella sua stanza come Desdemona, chi in un non-luogo come il Coro.”
Per questo sorprende scoprire che “l'idea del concept album è arrivata alla fine, come del resto l'idea di fare un disco con questo materiale.” Ma è vero che certe connessioni interne, profonde, tendono a rivelarsi un po’ alla volta, e allora il materiale che fino a quel momento sembrava disparato diventa parte di un organismo coerente, che preesisteva alle intenzioni dell’autore stesso.
Il primo riferimento letterario forte è al Macbeth nella sua dimensione più notturna e inquietante, quella delle streghe che aprono la tragedia: ma ecco, le parole delle tre sorelle (Fair is Foul and Foul is Fair) sono declamate brechtianamente, come se a metterle in musica fosse stato Kurt Weill, e solleticate ma non disturbate dai borborigmi della strumentazione.
Alas Poor Country. A Messenger oscilla invece tra echi di torch song e aria d’opera, per poi aprirsi all’improvvisazione strumentale (la voce, quando tace, è sempre presente, l’attesa della voce riempie gli spazi vuoti, l’eco di quanto cantato poco prima riverbera ancora) e dall’evocazione si apre alla citazione (dal Macbeth verdiano).
La creazione di questo brano è particolarmente articolata. “Ho avuto l’occasione di scrivere la rielaborazione di Alas Poor Country per un ensemble vocale del Conservatorio di Bruxelles, dove ho lavorato” dice Costanza Alegiani. “In Italia avevo scritto Willow song e l'avevo registrato con un quintetto per un disco di tributo a Verdi, commissionato dal Conservatorio di Frosinone; quando poi sono partita per il Belgio, mi hanno chiesto di scrivere altri brani ispirati a Verdi, in occasione del bicentenario, così ho pensato di lavorare su alcuni cori del Macbeth, perché avevo a disposizione un vocal ensemble, e volevo continuare a studiare le opere shakespeariane di Verdi. Il coro era composto da cantanti di diverse nazionalità, e mi sembrava bello pensare a Alas poor country come a un messaggio universale, contemporaneo, cantato in più lingue. Abbiamo poi lavorato con il settetto strumentale, e ho concepito una prima parte recitata dal singolo (Alas poor country. A messenger), e poi un suono "corale" per il vero e proprio Patria Oppressa (che è diventato Alas poor country. Refugees).”
L’eterogeneità del materiale non dà mai luogo a un effetto patchwork, non trasmette mai un’impressione di eclettismo fine a se stesso: se la coerenza stringente dell’insieme è data, a un livello testuale, dai persistenti riferimenti shakespeariani e verdiani, altre costanti più propriamente stilistiche e sonore compattano la musica. La più importante mi sembra la voce di Costanza Alegiani, che canta lieve, senza ammiccare e senza parodiare (il rischio della parodia, del virgolettato ironico, frequente in questo genere di operazioni, qui è evitato con grazia), e all’artificio impostato del canto lirico contrappone un’emissione piena di naturalezza, come se cantasse solo per se stessa e il canto fosse un monologo interiore, che solo a tratti si leva a declamare – come se il canto spiegato non fosse adatto a rappresentare la nudità dell’uomo di fronte a forze che non sa controllare, ma può solo rassegnarsi ad accettare. Tout se tient, insomma.
Ed è anche, appunto, il tema del destino (“la forza del destino”, verrebbe da dire citando un’altra opera di Verdi che però qui non c’entra nulla) che dà robustezza di impianto e coesione.
A proposito di destino: “L'idea di costruire un lavoro che avesse il Destino come tema guida, diciamo come leitmotiv, mi è venuta leggendo e studiando il Macbeth” mi dice Costanza Alegiani. “Ciò che rende Macbeth un uomo moderno, non più medioevale, è il libero arbitrio: Macbeth è artefice del suo destino, le streghe non fanno altro che porlo davanti a diverse possibilità. Fair is Foul and Foul is Fair (l'ultimo brano che ho scritto e ideato, brano originale che ricorda un po’ la turbolenza e l'impeto del coro originale verdiano) rappresenta l'ambiguità e la paradossalità del destino: però la lotta che Macbeth intraprende non è più con un fenomeno soprannaturale, divino, ma è interiore. Partendo da questa riflessione, ho ripensato ai personaggi che avevo scelto precedentemente, il Coro dei profughi scozzesi nel Macbeth e Desdemona nell'Otello. In maniera diversa queste figure subiscono un destino infausto, causato da scelte altrui. Desdemona sa che dovrà morire, ne ha il presentimento, e accetta la sua sorte cristianamente, cattolicamente direi nel caso di Verdi, che le fa cantare un’Ave Maria come ultima preghiera, dopo l'aria del salice, cosa che ovviamente non avviene nell'Otello dell’anglicano Shakespeare.”
Le differenze tra Verdi e Shakespeare sono uno spunto intrigante. Chiedo a Costanza Alegiani che cos’altro ha trovato in Verdi che non c'era in Shakespeare e che cosa di Shakespeare non è rimasto in Verdi.
“Il Coro dei profughi scozzesi, come sappiamo, riuscirà a sovvertire il suo destino, uccidendo Macbeth e riconquistando la Scozia. Questo coro è una delle grandi innovazioni di Verdi rispetto al Macbeth di Shakespeare. Infatti Alas poor country è il messaggio di un uomo unico che racconta le vicende e le condizioni umane degli scozzesi esiliati, mentre Verdi decide di far cantare un intero popolo, un coro appunto, in pieno stile risorgimentale, direi nazionalista. Il messaggio qui è del Popolo che non ha più la propria patria.”
Desdemona’s Dream, come è evidente dal titolo, sposta l’attenzione su un altro personaggio femminile shakespeariano rivisitato da Verdi: ed è canzone sentimentale, notturna, introspettiva, anche languida, oscillante tra pop e jazz, in bilico tra romanticismo e trasognatezza. Riproposizione operistica è invece il già citato Willow song, che riprende recitativo e aria verdiane (“Mia madre aveva una povera ancella…”): all’inizio, almeno, perché poi diventa mille altre cose, prima di tornare trascrizione dell’aria verdiana.

Come nei precedenti intermezzi puramente improvvisativi, in Chi è quell'Uomo che può tenere in pugno il suo destino (dall’Otello, sempre, ma stavolta dalla bocca del protagonista maschile), la traccia con cui si chiude l’album, gli strumenti, lasciati liberi, tessono trame, e sembrano avvolgere e avvincere il personaggio che rimane muto in scena: improvvisazione pura, esclusivamente strumentale, in cui ormai tutto il dramma (personale, collettivo, universale) è compiuto, e non resta che il silenzio.

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