giovedì 5 marzo 2015

Da "FuoriAsse" n. 13: Enzo Gaiotto

Ha il buon sapore della narrativa d’altri tempi “Solo me ne vo per la città” di Enzo Gaiotto: narrativa assorta, contemplativa, senza fretta, fitta di allusioni e rimandi tra presente e memoria, tra storia privata e pubblica. È un bene che le Edizioni Las Vegas di Torino abbiano ristampato in una nuova versione rivista e corretta questo romanzo che era uscito nel 2007 con il titolo “La finestra socchiusa”, per i tipi de Il Molo.
Un uomo assiste premuroso e impotente la madre morente in ospedale; giornalista in crisi silenziosa, acuto nell’esaminare la propria inconcludenza ma allo stesso tempo inetto nel rimediare ai propri errori, si muove (poco, ma ossessivamente) tra sale e penombre cariche di oggetti che sembrano partecipare anch’essi all’agonia generale, in un tempo dilatato in cui ogni gesto pare ripetuto all’infinito e i ricordi si affollano e premono. L’uomo ha sacrificato tutto (l’amore di una moglie e di una figlia) all’ambizione e alla professione, e lo sa bene: e ora i suoi ricordi sfumano nella desolazione del presente. Se torna a casa, dalla moglie dormiente, la osserva in silenzio, la assiste come fosse malata, come fa con la madre che davvero è malata e incosciente. L’uomo non parla: pensa, anzi rimugina. Attorno a lui, solo un grande silenzio, rotto dalle frasi di circostanza di medici e infermiere, da lamenti e sussurri, dai ronzii e i brusii delle macchine che tengono in vita la madre.
Contrasta con questa voce silenziosa – a cui l’autore nega perfino la consolazione della prima persona – la voce vitale, vorace di vita, questa sì in prima persona, della madre Annina, che ripercorre con amorosa precisione luoghi, affetti e vicende di persone scomparse. La storia della sua famiglia e la sua personale, vissuta per lo più tra Garlasco e Livorno, è la storia di una parte considerevole del Novecento: guerre, speranze, dittature, tutto però al sole, in perenne movimento, vivace anche quando si racconta di fame e stenti e fughe e povertà e morte. Nella sua ricostruzione gli anni Trenta appaiono vividi, terribili, fatui e bellissimi: un concentrato di guerra coloniale, balli, riviste, costumi, camicie nere, libri e canzoni alla moda, sentimentalismo fascista o clericale, incidenti in fabbrica, valigie di cartone… un Amarcord tirrenico fatto di storie dolenti e speranzose di emigrazioni, viaggi in terza classe su treni forzatamente in orario, tournée di compagnie di varietà. Non sono meno drammaticamente vivaci gli anni Quaranta, gli sfollamenti, i bombardamenti, i tedeschi ovunque, i repubblichini, l’arrivo degli americani, le Am-lire, i chewing-gum, o i successivi Cinquanta…
Nella voce della Madre risuona l’accettazione del dolore come di una componente ineludibile della vita, ma anche una determinazione a migliorare la condizione propria e dei propri cari che il figlio ha dimenticato. Certe persone (esitiamo a chiamarle personaggi, per come si staccano dalla pagina) restano nella memoria del lettore: la madre di lei, sempre a caccia di amanti per tirare a campare, violenta e tirannica anche da vecchia; il padre adottivo Rino; Toni, il marito cantante, sempre oscillante tra declino e riscatto; Giuseppone, il suocero cieco, dal passato avventuroso; George, il timido, correttissimo ufficiale medico inglese di cui si innamora.
L’autore incastra con efficacia le due voci, alternandole capitolo dopo capitolo, lavorando su una sorta di montaggio analogico che lega gesti, pensieri dell’uno e dell’altro, e ci fa intuire che, per quanto diversi, madre e figlio restano uniti da forti sintonie implicite, da ricorrenze e coincidenze. Pian piano, verso la metà del romanzo, i ricordi dell’uno (bambino, poi giovanotto) e dell’altra (ora madre, non più figlia o moglie) si incrociano, si sovrappongono, ricostruiscono gli eventi secondo punti di vista diversi ma non incompatibili.
Tra le cose che accomunano madre e figlio, la passione per i libri: la lettura consegna loro (a lei, ma anche a lui, in questo rimasto bambino) un mondo migliore di quello reale, più intenso e nitido. La letteratura (Cronin, Stevenson, Pavese, Parise amato dalla madre e riletto dal figlio in ospedale “come una preghiera”) avvicina il presente al passato e generazioni diverse, insegna ciò che è giusto (“Ero convinta che se a comandare fossero stati gli scrittori, la guerra non sarebbe mai esistita”, dice Annina).

“Solo me ne vo per la città” racconta “la normalità del dolore”, secondo una sorta di epifania che coglie il figlio in ospedale dinanzi alla consapevolezza di quanto vivere sia, per tutti, soffrire. Quando il silenzio egoistico in cui si è chiuso fino a quel momento si apre sui profili degli altri degenti la madre, silenziosa testimone di questa presa di coscienza, può allora morire.


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