lunedì 21 dicembre 2015

Letture: Daniela Pericone, "L'inciampo"

“Alfine esultiamo / all’opera compiuta / dopo tarli di costante lavorio”. 
Quella di Daniela Pericone è poesia che si interroga spesso sulla natura (sulla fisiologia, per così dire) della poesia stessa: e lo fa con corposità ossessiva di immagini, con energia e insistenza, con ansia di ribadire e di distinguere, di ribattere in un discorso sempre aperto (“Tuttavia” è la prima parola che si incontra nei suoi versi de “L’inciampo”, pubblicato da L’Arcolaio nel 2015).

Interrogarsi sulla poesia spinge a travestimenti e ammiccamenti montaliani: “Non chiedermi nulla, nulla / ho da dire, né altro m’attende se non / con poco sguardo…” etc. O “Quanta ostinazione a inseguire / la parola che schiuda tutto il senso / probabile impossibile…” O, nel solco di certe precarie epifanie: “A volte – certo, solo a volte / capita un momento in cui tutti i particolari / combaciano con precisione di luce”. Per non dire del titolo della terza sezione, “Di varchi e di bufere”, così lampante nei suoi riferimenti da suggerire, chissà, un lieve retrogusto ironico.
Il gioco della scrittura però, nonostante l’eleganza di questi scetticismi, comporta fatica e sangue: “Soltanto lettere / d’inchiostro senza briglie / sanguino sul foglio”.
Le parole assumono una vita che le rende indipendenti dalla volontà di chi le vorrebbe usare: sono parole-scala, parole-ordine, parole-passo per avanzare nel mondo, parole-suono che partono alla ricerca del senso delle cose, e che nel loro sfuggire al controllo incespicano, rischiano di andare “allo sbando”, o di “ragliare in una cantilena / senza motivo senza cervello”; come insetti o molluschi, le parole forzano la volontà di chi vorrebbe insorgere “al solo sentirle strisciare / sgusciare dalle mie labbra / da sotto la lingua non mai dalla testa”.
E ancora, in un altro luogo: “Ogni volta che scrivo / dal mio occhio blu / è uno scroscio di labbra / un ritorno di pioggia nelle vene”. E non resta che inseguirle, quelle parole, “riavvolgere… le più invasate”, anche a rischio di “combattere corpo a corpo” per ricondurle indietro, o dentro, e “impastarle”, “ammansirle” finalmente “tramutate in grani rilucenti”.
Il corpo sembra originarle senza requie come secrezioni, con tale dovizia che accanto al bisogno di parola se ne vede sorgere un altro, di “silenzio” (parola evocata più volte), un “silenzio” da “fondali”, da “abisso”. Non è un caso che Elio Grasso, sulla quarta di copertina, parli del lucido racconto di una “speleologia dell’io”.

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