mercoledì 30 dicembre 2015

"Neve, cane, piede": la lettura di Loris Biazzetti

Condivido volentieri la bella mail che l'amico Loris Biazzetti mi ha inviato dopo aver letto "Neve, cane, piede". 

Ho amato Neve, cane, piede ancor prima di averlo tra le mani. Perché un nuovo romanzo di Claudio Morandini - come un disco di Mina o un film di Roman Polanski - è uno di quegli appuntamenti che onoro puntualmente a scatola chiusa, sicuro di non restarne deluso. 
Certo, l'improvvida rivelazione, da parte di un lettore della prima ora del libro, del crudele destino cui va incontro il cane - unica figura dotata di sentimenti "umani" in una storia in cui è la controparte umana a fare emergere, in condizioni di vita estreme, i propri istinti più primitivi e "bestiali" - mi ha indotto a inoltrarmi nella lettura del romanzo con un inspiegabile filo di apprensione unito al consueto goloso entusiasmo. Senonché, pagina dopo pagina, le mie stucchevoli paranoie animaliste si sono liquefatte come… neve al sole, spazzate via da una narrazione più che mai tesa, fluida ed avvincente in cui i confini tra registro tragico e grottesco, tra realtà e delirio, tra vita e morte si confondono fino a risultare indistinguibili.
E se a pagina 50 - nella scena in cui Adelmo Farandola consente per la prima volta al cane di accoccolarsi sulle sue ginocchia - Claudio ci fa illusoriamente intravvedere un barlume di nascente affettività tra l'uomo e l'animale, nel raccontare il tragico epilogo egli sovverte ogni prevedibile logica narrativa, ammantando di un rassicurante senso di sublime tenerezza quello che dovrebbe essere - ed è - il momento più cruento del romanzo. Del resto, a stemperare ogni eccesso di drammaticità provvedono gli esilaranti dialoghi finali tra Adelmo e il cadavere dell'uomo della cui uccisione egli si ritiene erroneamente responsabile. Il tutto all'insegna di un humour nero che ha i suoi precedenti cinematografici nelle spassose chiacchierate tra vivi e "non morti" del cult Un lupo mannaro americano a Londra di John Landis o della più recente black comedy Crimen perfecto dello spagnolo Alex De La Iglesia. I miei riferimenti alla Decima Musa non sono casuali: ho già scritto più volte che i romanzi di Morandini - e quest'ultimo in particolare - sarebbero dei soggetti perfettamente adattabili al grande schermo, specie se capitassero nelle mani di geniali registi come Haneke, Cronenberg, Ozon o il succitato Polanski che, come Claudio, amano indagare con occhio quasi entomologico nelle pieghe più oscure e inquietanti dell'animo umano. 

E rimanendo in tema di rimandi e citazioni: il cognome scelto per il protagonista è per caso un esplicito omaggio a quel Saturnino Farandola - creato dallo scrittore francese Albert Robida - le cui gesta televisive interpretate da Mariano Rigillo appassionarono non poco il Morandini adolescente della metà degli anni Settanta?

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