martedì 5 gennaio 2016

Da Fuori Asse n. 15: Salabelle, D'Ors

Maurizio Salabelle
La famiglia che perse tempo
Quodlibet, 2015

Pablo D’Ors
L’amico del deserto
Quodlibet, 2015

Parlare di due romanzi tanto diversi come La famiglia che perse tempo di Maurizio Salabelle e L’amico del deserto di Pablo D’Ors, tra le ultime uscite della collana “Quodlibet Compagnia Extra” curata da Jean Talon e Ermanno Cavazzoni, è un po’ come accostare gli asparagi e l’immortalità dell’anima – lo fece, come è noto, Achille Campanile, riuscendo pure a trovare punti in comune tra argomenti così distanti. Azzarderemo anche noi l’accostamento, rassicurati dal fatto che la collocazione di entrambi in una collana tanto ben caratterizzata come “Compagnia Extra” istituisce già una sintonia, per quanto sotterranea.


Lasciamo da parte per il momento gli asparagi, per così dire, e partiamo dall’immortalità dell’anima. L’amico del deserto di Pablo D’Ors, nella fine, equilibrata traduzione di Marino Magliani, traccia con i toni e anche le semplificazioni del romanzo una possibile storia di spiritualità. E lo fa, va dato atto, senza scivolare nel didascalico o nell’agiografico. Il madrileno D’Ors, che è sacerdote, quando mette mano a un romanzo è prima di tutto scrittore. E il lettore ingenuo può sorprendersi che un sacerdote nello scavare tra i pensieri e le pulsioni dei suoi personaggi parli di sensualità, di attrazione fisica ed esprima dubbi che i cattolici tutti d’un pezzo negherebbero di covare. Ma appunto, qui a parlare è lo scrittore, il narratore di storie, capace di immadiata empatia con le vite poco ortodosse dei suoi personaggi.
La trama è presto detta, e non peccheremo di spoiler a rivelarla, perché l’imprevedibilità non è esattamente tra i suoi obiettivi: il protagonista, Pavel, entra a far parte di un circolo, l’Associazione amici del deserto, che coltiva la passione per i territori brulli e disabitati del mondo e organizza periodicamente spedizioni per conoscerli da vicino. La prima esperienza in Marocco è per la verità scoraggiante, ma l’idea del deserto sopravvive a qualunque delusione: ed è così che nelle spedizioni successive Pavel acquisisce una dimestichezza maggiore con il deserto, e sviluppa un bisogno di deserto che va al di là della passione geografica per diventare una necessità eminentemente spirituale. Pavel cambia, scopre il silenzio, il distacco dal superfluo, la forza del pensiero e della contemplazione. L’ultimo deserto presso cui si stabilisce (da solo, come un eremita contemporaneo, alieno da deliri e sbandate demonologiche) sembra parlargli con una lingua fatta di segni – i segni sempre diversi dei profili cangianti delle dune, che lui disegna come per cercarne una costante. La vista si è fatta ascolto: se il deserto parla quella lingua di linee ondulate, di tratteggi e di ombre, che bisogno c’è delle parole umane? Che senso ha pronunciarle e scriverle? Il deserto (suggerisce D’Ors con delizioso pudore) potrebbe parlare il linguaggio di Dio – la grandiosità del panorama è tale, e tale il silenzio «che, se ci fosse un Dio, sono sicuro che avrebbe stabilito lì il suo domicilio». Ma Dio non si manifesta, o forse si manifesta proprio attraverso il silenzio.
In questo senso il breve romanzo L’amico del deserto è il fratello romanzesco (più tenero, più irriverente anche) del breve trattato Biografia del silenzio, che Vita e Pensiero ha pubblicato nel 2014 nella traduzione di Danilo Manera: opere entrambe animate dallo stesso denso misticismo, che argomentano attorno alla stessa tesi con strumenti diversi.


Veniamo agli asparagi, dunque. La famiglia che perse tempo è il primo romanzo di Maurizio Salabelle, uno di quegli autori destinati a rimanere oggetto di culto in nicchie ben nascoste. Primo a essere scritto (alla fine degli anni Ottanta), ultimo a essere pubblicato (Salabelle è scomparso nel 2003), periodicamente rifinito e altrettante volte rimesso da parte in favore di opere più recenti dallo stesso autore, è la storia, torpida, nebbiosa, lutulenta, di una famiglia inerte e dei suoi traslochi in una metropoli senza nome, malata e in continua trasformazione – una città invisibile che, per la sua natura caotica e indefinibile, sembra uno scarto del geometrico libro di Calvino. I personaggi si aggirano inebetiti per le stanze, in preda a noie spaventose, schiacciati da un male di vivere che si manifesta in periodici contagi di morbi che influiscono sulla loro capacità di interpretare la realtà, definire gli spazi, riconoscere le priorità, rimanere afferrati a un senso delle cose e di se stessi, cogliere la scansione del tempo (soprattutto questo), prigionieri quasi sempre di appartamenti in cui tutto sembra morire, e anche gli oggetti (i libri, gli armadi, soprattutto gli orologi) soffrono di malattie debilitanti. A volte, e a turno, uno di loro sembra uscire dal torpore, esce di casa, esplora i quartieri, si avventura in zone nuove della città: l’io narrante tenta per un po’ di lavorare come autista su un mezzo pubblico, ma le linee che gli sono affidate in zone instabili della metropoli diventano derive senza scopo e direzione; la sorella Maria Paola registra su un quaderno gli avvenimenti familiari, e per qualche pagina si porta pure in casa un fidanzato che suscita sgomento e agitazione (un’agitazione al ralenti) nei familiari; i fratello Federico si dà arie da dottore, fa ricerche, in realtà combina poco. I più inerti di tutti sono il padre, sussiegoso e verboso, per il quale ogni sciocchezza diventa occasione di conferenze e filippiche ai congiunti, che però sono troppo svogliati e cocciuti per ascoltarle e tenerne conto; e la madre, che di lui è l’ombra.
Il romanzo racconta poco altro, oltre ai dimessi tentativi di darsi un senso, ai traslochi, i battibecchi e la registrazione dei cambiamenti del mondo e dei disturbi che colpiscono gli uomini e interi quartieri cittadini: giusto qualche proiezione domestica di film, un po’ di televisione,

Le case in cui abitano i personaggi finiscono per assomigliarsi tutte: polverose, ombrose, pervase da un odore di stantio che si avverte benissimo alla lettura (potenza delle sinestesie!), simili a quei luoghi precisi eppure vaghi che vengono architettati in certi sogni da cui non riusciamo a svegliarci. La bandella accosta Salabelle a Jacovitti, per l’esuberanza accumulatoria che spingeva l’uno a riempire le vignette di salami e lische, l’altro a ingombrare di oggetti inutili e mobilia stantia le sue pagine; e insiste sulla comicità che pervaderebbe ogni pagina. L’umorismo paradossale e esasperante, tutto giocato sull’incongruo, sulla ripetitività, sull’esasperazione e sulla degradazione, in effetti c’è, ma non suona così timbricamente rilevante nell’orchestrazione generale. Se si pensa a romanzi successivi di Salabelle, come Il maestro Atomi, si avrà un’idea del senso dell’umorismo, stralunato, scoppiettante di invenzioni,  più lieve e anche più infantile, a cui l’autore indulgerà. Qui, piuttosto, nella Famiglia che perse tempo, si percepisce un tono ossessivo e crepuscolare, e si rimane prigionieri di una storia che non procede davvero e tende a ripetersi – sospettiamo che una lettura in chiave psicologica potrebbe ricavarne una casistica da manuale di diverse forme di depressione grave. Intendiamoci: non stiamo esprimendo delle riserve sul romanzo, che resta importante, ottimamente scritto, e diventa appiccicoso per la forza che ha nell’evocare luoghi e stati d’animo; stiamo cercando di definirlo in qualche modo, ben sapendo che è il tipo di libro che non si lascia definire, che sfugge a ogni pretesa di classificazione o di addomesticamento.

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