mercoledì 6 gennaio 2016

Da Fuori Asse n. 15: Valeria Gentile

Valeria Gentile
Viagginversi
Exòrma, 2015

Viagginversi, il libro di Valeria Gentile «sulle tracce dei poeti contemporanei» pubblicato da Exòrma nel 2015, esprime una fiducia totale nella capacità della poesia di parlare ancora – fiducia sorprendente, soprattutto per noialtri occidentali che abbiamo prima smontato il ruolo di portavoce dei poeti, poi instillato dubbi sulla natura universale del linguaggio poetico e sulla funzione della poesia (per tacere della sua utilità), poi ridotto la poesia a una faccenda di ritmi e suoni, in certi casi a una questione di enigmistica di alto profilo. Ecco, questa trasformazione della poesia – assieme a molte altre espressioni artistiche – doverosa e necessaria nella storia culturale dell’Occidente, sembra non avere influito sul senso della poesia dei paesi che Valeria Gentile ha visitato. I poeti che vengono coinvolti non sembrano nutrire dubbi sulla propria funzione e sulla necessità della poesia come linguaggio che trova parole e immagini che nessun altro potrebbe scovare ma in cui tutti possono riconoscersi. Anche quelli che, come il giapponese Akira Takemani o la cinese Ho Wu Yin Ching, vivono in società in rapidissima mutazione in cui una contemporaneità fatta di grattacieli, ipervelocità e consumismo compulsivo sembra occupare ogni spazio, affondano in realtà le loro radici in un humus antichissimo, e invece di secernere con sussiego dubbi impreziositi dallo stile sembrano aspettare che il passato venga riscoperto, che la tradizione riemerga – non perché siano conservatori, ma perché la loro idea di poesia da lì parte, dall’artigianato affinato in migliaia di anni, dai mille gesti pazienti che la modernità ha rifiutato in nome del soddisfacimento immediato dei bisogni.
Altri poeti (penso a quelli senegalesi citati da Valeria, o al palestinese Husam Alsabe) sembrano più legati a un’idea, anche questa antichissima, di poesia come effusione spontanea di un sentire che è rimasto ancorato all’oralità, e si esprime quando e dove vuole, ignora i rovelli del lirico occidentale dinanzi alla pagina bianca o del critico occidentale dinanzi alla declinazione di un canone, non parla mai in nome del solo poeta ma si fa naturalmente espressione di un’intera comunità di cui assume le speranze e le sofferenze. Il ruolo di portavoce (stavo per scrivere di vate, se non fosse che questo termine si è colorato dalle nostre parti di significati non compatibili) si accende di intenti ancora più battaglieri nel caso della libanese Joumana Haddad, che ha assunto la responsabilità e i rischi di essere la coscienza critica (e scomoda) del suo paese e ha scelto le armi della poesia per denunciarne le contraddizioni e i mali. A questo punto, è fuorviante a mio parere chiedersi se questi versi freschi, talvolta enfatici, non siano troppo semplici e diretti, troppo naïf insomma, per essere davvero poesia secondo i nostri gusti di nipotini delle avanguardie storiche e delle postavanguardie.


Valeria Gentile dialoga con i poeti che incontra nei suoi viaggi, ma non ha fretta, lo fa con comodo, non subito. Lascia prima che i loro versi sgorghino, per così dire, dalla stessa terra, che diventino una guida per addentrarsi nei paesaggi e nelle realtà umane dei vari popoli. Vuole suggerirci che ogni voce poetica non potrebbe che suonare così, in quell’ambiente, in quella cultura, e che il radicamento di quei poeti che a un certo punto le si fanno incontro o che lei si trova accanto è reale, sentito, concreto. E il suo dialogare con personalità geograficamente tanto distanti è anche, inevitabilmente, una gara, un mettersi al passo, un tentare la strada della prosa poetica nell’accostarsi alla vita colma di voci dei diversi paesi.

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