venerdì 12 febbraio 2016

"Neve, cane, piede" su Letteratitudine News

Per il blog Letteratitudine News di Massimo Maugeri ho scritto alcune considerazioni sul romanzo "Neve, cane, piede". Eccole.

È sicuramente bello costruire romanzi complessi, coltivare selve fitte di avventure, edificare cattedrali narrative gremite di particolari da dominare con il piglio dell’architetto, o almeno del geometra. Ma a volte è giusto, salutare, scrivere storie piccole, romanzi che sembrano quasi racconti, abitati da due o tre figure, non di più; aiuta a focalizzare meglio i propri obiettivi concentrarsi sull’essenziale, prosciugare, levare il superfluo, abbassare la voce. Come quando, dopo pranzi elaborati e generosi sentiamo il bisogno di un pasto semplice, pochissimi ingredienti purché buoni, cotti il meno possibile; o quando, dopo un paio di ore di sinfonie, ci viene voglia di un quartetto, anzi di un trio, in un’esecuzione senza ritornelli, così finisce prima e ci lascia con il desiderio di riascoltarla ancora. È quello che ho sentito di fare con questo libro, in cui certi temi che evidentemente mi sono cari ritornano, ma sommessamente, e l’ambizione non è quella di dire meno ma di dire ancora più cose con meno parole.

 Neve, cane, piede è nato già nel 2011, subito dopo l’uscita di Il sangue del tiranno, e in attesa delle bozze di A gran giornate; ed è cresciuto velocemente, con relativa facilità e un certo piacere, per me, come se i limiti e i vincoli imposti dall’ambientazione e dal numero ridotto di personaggi e situazioni rappresentassero un incentivo a muoversi ancora più liberamente.
C’era, all’origine di tutto, l’immagine di un piede umano che spuntava da una massa di neve: immagine misteriosa, venutami chissà come, che costringeva a porsi domande (di chi è? perché è lì? da quando è lì?); e, accanto a quel piede, un cane e un vecchio. Sarebbe potuto diventare l’avvio di un giallo o un thriller; e l’uomo avrebbe potuto anche essere un vecchio marinaio in mezzo all’oceano, o un beduino altrettanto vecchio nel deserto, invece è rimasto un montanaro scontroso e solitario, e di thriller alla fine non c’è nulla. Anzi, per sgombrare il campo da possibili equivoci, non mi serviva nient’altro attorno se non spazi deserti, sufficientemente ostili da tener lontano i curiosi, gli sfaccendati, le fonti di distrazione, le soluzioni troppo facili.
Così, dicevo, quel vecchio malandato e smemorato, reclusosi in un vallone isolato per gran parte dell’anno, si è trovato dinanzi a un fatto imprevisto – un piede che in primavera emerge da una valanga. Il vecchio protegge quel piede irrigidito e ci ragiona a modo suo, cercando di capire se è il piede di una persona conosciuta, o se non sia stato lui a provocare quella morte in qualche modo. Il resto, il contorno, è venuto da sé, da quelle semplici premesse.
Di certo Adelmo Farandola (eccolo, il nome lungamente cercato, che nella postfazione definisco «per metà improbabile») è un irriducibile drop out, una figura tragicomica, o comica suo malgrado, alla maniera (ora la sparo grossa, perdonate) di certi personaggi di Beckett – più di un lettore ha visto in Adelmo e nel cane che gli fa da spalla una versione alpina di Vladimir e Estragon.

Adesso che il romanzo è in libreria, riconosco, nella ricostruzione degli ambienti montani, il ricordo di certi valloncelli delle mie parti, pietrosi e aridi, poco conosciuti, che respingono i visitatori che li hanno imboccati per caso o per errore, e che non portano da alcuna parte, ma che proprio per questo possiedono un fascino strano, quasi fossero testimonianze mute di remoti cataclismi. È natura che non parla all’uomo, non attrae, non lo vuole, non vuole offrirgli niente. Anche agli animali sembra offrire poco o nulla, e solo gli erbivori più cocciuti e i predatori più disperati vi si avventurano, con l’aria di chi si tratterrà il meno possibile. Vi si trova ogni tanto, diroccata, una vecchia baita sfondata e invasa dalle erbacce – e questa testimonianza sconcertante di presenza umana rimanda a tempi in cui forse il valloncello era meno ingrato, oppure, più probabilmente, gli uomini di montagna erano disperatamente alla ricerca di spazi, e colonizzavano qualunque ambiente, spaccandosi la schiena. Talvolta quei luoghi nascosti stanno in pieghe laterali di percorsi assai più frequentati, e si allungano tra le montagne come parenti poveri, di quelli che nessuno vorrebbe vedersi attorno.

Non mi interessava però fare la cronaca della vita di montagna, registrare le durezze della vita contadina. In effetti, Adelmo Farandola non è un montanaro rimasto solo nella sua malga, il sopravvissuto di un’epoca passata, il protagonista di un aspro idillio per il quale in fondo si potrebbe pure provare nostalgia. È piuttosto un sociopatico, un reietto, un matto, uno che parla con le bestie e si sente pure rispondere, un eremita senza fede, e il suo è un chiudersi in una dimensione ferina, preistorica, un bastarsi, un inventarsi giorno dopo giorno e stagione dopo stagione. Non ha nulla da nascondere, eppure vive come se avesse molto da nascondere. Si rintana da anni nella sua baita come una bestia ferita, rivanga il passato fin dove glielo consente la memoria sempre più fragile e confusa, e rifiuta il presente. È solo perché vuole esserlo e non può che esserlo, solo rispetto agli altri ma anche rispetto a qualunque metafisica a cui non ricorre mai, nemmeno nei sogni.

Man mano che procedevo nella scrittura, mi accorgevo che il rapporto di Adelmo Farandola con la natura non era semplice. La natura lo sovrasta, lo schiaccia, lo condiziona profondamente, lo comprime in un orizzonte angusto, sempre uguale, scandisce il suo tempo. D’altro canto, il vecchio Adelmo sa cogliere dalla natura tutto ciò che gli serve: caccia, raccoglie, perlustra. Il suo è l’atteggiamento dell’uomo primitivo, in fondo: con la grossa differenza che non può godere dei relativi vantaggi della vita all’interno di una comunità e invece è solo.
C’è da chiedersi se sia la natura a imprigionarlo, o se lui stesso vi si sia impegolato come un animale in fuga. La sua prigione – volontaria, almeno agli inizi – ha qualcosa di rassicurante, di domestico, di protettivo anche. È il suo mondo, quello che lui sente (crede) di padroneggiare, che prova a dominare attraverso un rapporto quasi mitico con le cose. Lo aiuta, in questo, la demenza progressiva in cui sta scendendo, che gli fa sentire le voci degli animali e delle cose e gli fa attraversare quel limite vago che sta tra il mondo degli uomini e quello delle bestie, o tra il mondo dei vivi e quello dei morti.
Chissà (me lo hanno chiesto più di una volta) da dove nasce questo desiderio di fuga, come in A gran giornate, o di isolamento, come appunto in Neve, cane, piede: in effetti riconosco che, seppure attraverso personaggi molto lontani da me, sto continuando a esprimere nei miei libri questo bisogno di distanza, e a ridefinire una condizione di perifericità, fatta di tante cose, di insofferenza, incontentabilità ma anche curiosità.  Tutto questo, nell’ultimo romanzo, si è trasfigurato nel racconto di una figura con cui io, «uomo di pianura, anzi di piattume» seppure nato in mezzo alle montagne (come si legge nell’ironica postfazione), condivido ben poco e di situazioni e ambienti con cui non ho familiarità. Ma qui entra in gioco, come sempre, il piacere della sfida – quelle letterarie hanno il vantaggio di non essere mai cruente.


Sono felice che questo piccolo e ispido romanzo di montagna, anzi meglio “di confine”, al limite tra tutto, abbia trovato posto nel catalogo di un editore di qualità come Exòrma, che del viaggiare, dello sconfinare e del perdersi, dell’osservare realtà diverse con occhio nuovo ha fatto il suo programma; perché in Neve, cane, piede si viaggia parecchio, anche quando la neve blocca tutto, anzi, a pensarci bene, soprattutto allora: e attraversare mondi diventa allora facile e irresistibile.

https://letteratitudinenews.wordpress.com/2016/01/20/claudio-morandini-racconta-neve-cane-piede/

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