lunedì 8 agosto 2016

Ancora da 12 piccoli indiani: aneddotica

Riprendo, da una discussione nata all'interno del già citato gruppo facebook "12 piccoli indiani", alcuni miei post sul romanzo "Neve, cane, piede".

"Ma insomma, quello che racconti alla fine del libro, l’incontro con il montanaro scorbutico che ti accoglie a sassate e colpi di pigna, è vero o no?" mi chiedono in molti. Non è esattamente vero, nel senso che nessun vecchio montanaro mi ha mai accolto così mentre salivo per un sentiero. Nelle mie escursioni ho sempre incontrato persone gentili. Però, nel presentare “Neve, cane, piede” in giro per l’Italia, ho scoperto che diversi lettori hanno avuto un’esperienza simile a quella che ho raccontato io, e nel corso di una camminata su Alpi o Appennini o rilievi di qualunque tipo sono stati bersagliati, loro o le loro auto, da sassi o pigne o legni, o inseguiti da cani aizzati dai loro padroni scorbutici. Quindi quell’episodio, che in origine voleva solo giocare con il lettore sull’eterno tema della realtà e della finzione, è diventato in un certo senso più vero anche per me. Di sicuro ora lo considero pienamente verosimile (e in montagna sto più attento).

Qualcuno mi chiede: perché quelle pagine finali, quella “Storia di questa storia” che rischia di rovinare un po' il gusto in bocca, l’effetto di smarrimento creato dalla fine sospesa di Adelmo? Già, perché? Diciamo che avevo bisogno di una sorta di camera di decompressione, proprio lì alla fine, che consentisse (a me e, immagino, al lettore) di rientrare nella realtà dopo lo sprofondamento di Adelmo nella montagna e nell’allucinazione più totale. Sentivo proprio il bisogno di ragionare sulla voce che aveva raccontato la storia, senza smettere però di raccontare, quindi, in un certo senso, di mentire (ecco l’episodio del montanaro e dei sassi). Se questo ha raffreddato un po’ l’entusiasmo dei lettori, pazienza (no, anzi, mi spiace, ma spero che le mie ragioni siano almeno in parte condivisibili).

La stesura del romanzo è stata facile e piacevole, in un certo senso è venuta da sé, ho solo dovuto osservarla crescere, assecondarne certi sviluppi. Non partendo da un progetto, nemmeno da un vago schema, ma solo da un’immagine (quella del piede che spunta dalla neve), mi sono davvero lasciato cogliere dal piacere della scoperta e dell’invenzione. Le difficoltà, se vogliamo, sono sorte in seguito, quando si è trattato di trovare una collocazione editoriale: le dimensioni ridotte del romanzo non convincevano alcuni, altri non erano interessati a storie di montagna. Sentivo d’altra parte che il libro non poteva essere più lungo di così (non avrei potuto allungare il brodo introducendo digressioni o sviluppi collaterali, avrei incrinato l’equilibrio delle parti) o più “attuale” (lo è comunque, credo, a modo suo, se si legge bene tra le righe). Finalmente, ci ha creduto Exòrma, una casa editrice che non ha avuto paura né della brevità né di temi e figure non esattamente trendy. “Neve, cane, piede” non poteva avere collocazione migliore: con tutte quelle transumanze tra monte e valle, tra sogno e realtà, tra vita e morte, tra su e giù e dentro e fuori, sembrava nato proprio per il catalogo di Exòrma. Come vedete, non ci si nega mai un happy end.

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