lunedì 8 agosto 2016

Da Fuori Asse n. 17: "Un uomo buono"

Nel numero 17 (luglio 2016) della rivista Fuori Asse la rubrica Lettera 22, curata da Mauro Tomassoli e dedicata alle scritture brevi, ospita il mio racconto "Un uomo buono". Ne riporto l'inizio, invitandovi a leggere ogni pagina di quella eccellente rivista.

Ho sempre avuto l’inclinazione a far morire le piante di casa. Ficus, gerani, cacti, con me non hanno mai avuto vita facile. Li compro e li ricompro, li metto sul davanzale, li tengo al sole o all’ombra a seconda dei casi, innaffio o non innaffio come da istruzioni, e quelli nel giro di una settimana si sgonfiano, ingialliscono, si torcono, si denudano. Neanche con il basilico, la mentuccia, il timo sono fortunato: quando entrano in casa sono rigogliosi, e promettono pesti succulenti, sapori speziati, e già la sera del primo giorno perdono le foglie, il giorno dopo sono circondati da un nugolo di quelle moschine che si accompagnano sempre ai vegetali in disfacimento. Insomma, se ci ricavo un condimento è già qualcosa. Poi butto tutto, e torno ai surgelati.
Pensavo di non avere il pollice verde, semplicemente. Me lo dicevano tutti: poverino, non hai il pollice verde. Capita. Anzi, può essere un vantaggio, perché i vicini non mi affideranno mai le loro piante quando vanno in vacanza, ed è una scocciatura in meno. Ma qualche mese fa ho scoperto che non è solo questione di cattivo penchant per i vegetali di appartamento. C’era questo gattino, che ogni tanto si affacciava alle porte dell’uno o dell’altro, nel quartiere, accasandosi ora qui, ora lì. Ricambiava con fusa e strusci discreti i pranzi e le cene e le attenzioni, ma non poteva dirsi di nessuno. Bene, un giorno bussa, per così dire, alla mia porta. Lieto di avere compagnia senza dover per forza parlare, apro, lo faccio accomodare, gli offro un’acciughetta, gli porto del latte. Mentre quello lappa, gli preparo un giaciglio con certi cuscini damascati dono della mia povera mamma. La sera, mentre faccio un cruciverba, mi godo la vicinanza del felino. Lo sento arrendevole, sotto le mie dita, sfibrato, ma attribuisco il tutto all’affaticamento che deve cogliere chi fa vita seminomade e non può sempre contare su due pasti tutti i giorni. Fatto sta, dopo una gara di sbadigli in cui lui esce vincitore andiamo a letto. La mattina dopo, al risveglio, lo scopro ancora più debole, al punto che è incapace di alzarsi, di muovere due passi senza scivolare stremato a terra. «Dormito male, eh?» gli dico per scherzo. Provo a tirarlo su con un lieve massaggio, ma è peggio. Poi vomita non so che. A mezzogiorno è già morto.
«Era già malato, di sicuro» mi consola per telefono mia cugina Letizia. «Oppure avrà mangiato una lucertola.»
«Sarà» dico io, «non è stato mica bello vederlo andarsene così.»
«Se ti piacciono i gatti, però, non devi privartene. Ho sempre pensato che fossi un tipo da gatti. Prendine subito un altro, ti aiuterà a elaborare il lutto.»
Elaboriamo il lutto, allora, dico io, puntando al gattile.
Il secondo gatto, un soriano di una certa età, reso docile e grasso da un antico intervento chirurgico, entra in casa circospetto, annusa, si guarda continuamente alle spalle come se si sentisse minacciato, non gioca, non mangia. «Fai lo snob?» gli chiedo allora, per scherzare e metterlo a suo agio. Due giorni, e se ne va all’altro mondo anche lui.
«Hai mica dei veleni in casa?» chiede Letizia. «Magari in cucina, sotto il lavandino? Quelli son bestie che girano, assaggiano tutto, magari sono arrivati entrambi a quei veleni e ci hanno fatto merenda.»
«Non ho veleni».
«Sicuro?»
«Sicuro» dico io. Però, finita la telefonata, vado a controllare. Niente veleni a portata di gatto, soltanto, in un armadietto ben chiuso, le solite cose, una conegrina, un detersivo, della cera per pavimenti, un barattolo di vernice che nemmeno si apre. Niente che possano avere assaggiato.

Il terzo gatto, che vado a comprare più per curiosità che per desiderio di compagnia (al gattile esito a tornare così presto), non vorrebbe nemmeno entrare in casa. Mi scappa non appena apro la porticina della gattiera, scappa a gambe levate giù per le scale, si butta sulla strada, finisce sotto il SUV dell’ingegner Caramore, che nemmeno se ne accorge. «Per la miseria, ingegnere!» strillo, ma quello non mi sente, perché sta facendo le sue manovre.

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