lunedì 8 agosto 2016

Dal gruppo facebook 12 Piccoli Indiani: il commento di Valeria De Carli

Il gruppo facebook "12 Piccoli indiani", dedicato alla lettura e al commento di alcuni romanzi italiani contemporanei, ha dedicato il mese di luglio a "Neve, cane, piede". Tra i numerosi commenti sul romanzo, colpisce per vastità e complessità di riferimenti questo di Valeria De Carli, che ho il piacere di riportare qui integralmente. 

Ho letto il romanzo breve di Claudio Morandini quasi d’un fiato. Mi è piaciuto molto. La prima sensazione è stata quella di trovarmi di fronte ad un opera di valore universale.
L’intenzione manifesta dell’autore, o quanto meno la curiosità che lo ha spinto a scrivere, è quella di capire perché un essere umano possa abbandonare tutto quanto vi sia di umano. Tuttavia, non ho trovato motivazioni abbastanza forti che giustifichino pienamente la determinazione del protagonista a isolarsi dalla società umana, a parte la sua auto-supposta pazzia. Eppure la storia di Adelmo Farandola non è una storia di pazzia. È bensì una storia di isolamento lucidamente autoimposto e portato al suo estremo. Una vita vissuta ai minimi termini, senza apparati, solo con lo stretto necessario per soddisfare le necessità primarie, in un ambiente naturale duro, indomato, estraneo, inesorabile. D’altra parte, quando era giovane, egli aveva imparato i vantaggi della solitudine, costretto a sfuggire ai rastrellamenti in tempo di guerra. Aveva imparato il conforto di parlarsi da solo, di parlare con le cose e gli animali. Aveva imparato a non soffrire il freddo la fame e il sonno, sfidandoli e combattendoli come i suoi peggior nemici. Il Freddo, la Fame e il Sonno diventano tre persone dalle facce normali, stanche, silenziose, sedute difronte a lui. Per contrasto, questa triade mi ha richiamato il celebre quadro “Trinità” del pittore russo Andrej Rubljov, interpretazione creativa del tema dedotto dalla storia antico-testamentaria dell’apparizione di Dio ad Abramo sotto forma di tre angeli che banchettano presso di lui come prefigurazione dell’Ultima Cena. Il centro ideale e strutturale del quadro è il piatto con la testa del vitello sacrificato, simbolo dell’agnello neo-testamentario. Dietro ognuno degli angeli si leva un emblema: dietro quello centrale, l’albero della vita e dell’amore divino, dietro il sinistro, una casa di cui si vedono le stanze (simbolo dell’edificazione interiore dell’uomo), dietro il destro, una montagna, immagine dell’ispirazione divina e della sublimità del pensiero.

Ora, come associare la sublime armonia di questa composizione alla visione dei tre squallidi figuri in cenci scuri che perseguitano il bestemmiatore Adelmo Farandola? Gli elementi simbolici nel quadro di Rubljov, l’albero, la casa e la montagna, il piatto con la testa di vitello sacrificato, sono tutti presenti nella storia di Adelmo Farandola. Naturalmente è necessario fare un esercizio di astrazione nel quale ci si può sbizzarrire con le chiavi di lettura. Più semplicemente basta coglierne le assonanze-dissonanze. Se la Fame corrisponde all’albero della vita e dell’amore, sono la vita e l’amore ciò di cui Adelmo Farandola ha fame. Se il Freddo corrisponde alla casa, simbolo dell’edificazione dell’interiore dell’uomo, attraverso il pensiero, è proprio questo che Adelmo Farandola non ha o ha perso. Vedo anche nel simbolo della casa con stanze, una brillante immagine della mente logica che ordina i pensieri nei propri cassetti, e che Adelmo Farandola suo malgrado, tiene un po’ in disordine! Se il Sonno corrisponde alla montagna, nel quadro di Rubljov simbolo di ispirazione divina, è o sarebbe il luogo del sogno, di una delle porte d’accesso al divino. Ma per Adelmo Farandola è il nemico più infido, che lo avrebbe consegnato alla morte senza ritorno. Perché lui teme la morte, come tutti coloro che non prendono neanche in considerazione l’ipotesi di una continuazione oltre la vita terrestre. Infine, nel vitello sacrificato sul piatto offerto alla Trinità, simbolo dell’Agnello di Dio, vedo rappresentato Adelmo Farandola, colto nel suo isolamento selvaggio, quale emblema del sacrificio dell’Uomo ancora inconsapevole del divino, al cospetto della triade maledetta, Fame Freddo e Sonno, che consuma la carne e fa tacere lo spirito. Se il mio accostamento può sembrare un po’ tirato per i capelli, invito ugualmente chi legge a vedere quest’opera i cui colori sono tanto puri e limpidi, come raggianti sono le schiarite. A ulteriore riprova del contrasto con l’immagine della penosa triade nella visione di Adelmo Farandola. Visto che Adelmo Farandola è l’antitesi quasi perfetta dell’essere spirituale, anche la montagna, i suoi dirupi minacciosi che egli percorre come un animale braccato, la vetta del bivacco estivo, sono tutti aspetti che connotano l’assoluta mancanza o rifiuto del divino. Anche le gallerie della miniera, nelle viscere della terra, che sono stomaco che ingoia e non utero che accoglie e pasce la vita, confermano l’estraneità di Adelmo Farandola a qualsiasi riferimento spirituale. La terra non è il luogo dal quale Dio plasmò Adamo, non è la tomba dalla quale risorgere a nuova vita.

Detto ciò, Adelmo Farandola assurge a simbolo universale dell’uomo originario. Lo ritroviamo nella condizione di un Adamo dopo la cacciata dal Paradiso Terreste, senza Dio e senza Eva, di uomo primitivo, che sopravvive in un ambiente seppur ostile ma che egli in qualche modo controlla grazie alla sua intelligenza, in una natura che non offre frutti da cogliere, ma solo altri animali da cacciare. Un animale, un non-ancora-uomo. Almeno fino a quando non compare il cane, primo animale addomesticato, compagno dell’uomo – interessato, ma comunque fedele - fin dalla notte dei tempi. “Quel bastardo” - il cane - significativamente senza nome, è insieme anima e coscienza di Adelmo Farandola, e forse per questo motivo non ha un nome proprio. Anima perché il dialogo con il cane, al quale Adelmo Farandola si rapporta differenziandosi da lui, gli permette di umanizzarsi, come quando si prende cura dell’animale ripulendolo dalle zecche. Essendo il cane una bestia, Adelmo diventa uomo. Coscienza, perché sempre per mezzo del dialogo con il cane, egli riemerge dal vuoto abissale di una mente ridotta a uno stato quasi preverbale, fatto di immagini ed emozioni, nella quale si perdeva prima di incontrarlo. Una mente nella quale i pochi ricordi del vissuto prima dell’isolamento affiorano, e presto svaniscono, fino talvolta a depersonalizzarsi, talvolta risolvendosi nel distacco completo della coscienza di Adelmo Farandola dal suo passato.
La mente di Adelmo Farandola sembra confusa, offuscata da quell’ossessione per i fili dell’elettrodotto che lo avrebbero reso matto. In realtà, la sua è la mente di quell’uomo originario nella quale, come è descritta da Roberto Galasso ne Il Cacciatore di Stelle, l’invisibile era visibile, e continuamente si trasformava. Quando tutto avveniva in un solo flusso di forme, dai ragni ai morti, quando era il regno della metamorfosi, come dopo avvenne soltanto nella caverna della mente. Aggiungo io, prima del Big Bang, come mi piace immaginare la nascita della coscienza. Ancora Roberto Galasso ne Il Cacciatore Celeste scrive che gli uomini diventarono animali metafisici durante la caccia. Quando la caccia ebbe inizio, non c’era un uomo che inseguiva un animale. C’era un essere che inseguiva un altro essere. Mentre con la pastorizia e l’agricoltura l’animale divenne soltanto animale, separato per sempre dall’uomo. Adelmo Farandola è cacciatore e pastore al tempo stesso.

Il vero mondo di Adelmo Farandola è nella mente. I pensieri e le parole del cane nascono in realtà nella mente dell’uomo che nel cane si immedesima. Meravigliosa facoltà dell’immaginazione quella dell’immedesimazione e mirabilmente resa da Claudio Morandini nel personaggio del cane. I pensieri di Adelmo Farandola sono il luogo dove gli esseri e le cose sui quali egli posa la sua attenzione prendono significato, la trama lungo la quale si svolge il tempo della sua vita. Un tempo che pare fermarsi quando il cane non c’è. Il cane, lo strumento della sua coscienza appunto. Senza il cane, anche lo spazio familiare dell’angusto vallone montano in cui vive, si dilata fino a diventare un immenso deserto nel quale egli si sente piccolo come una formica o un verme. Sebbene Claudio Morandini con questa similitudine intenda chiaramente enfatizzare il sentimento di solitudine provato per la mancanza del cane - tra l’altro anche questo un tratto umanizzante conquistato - formica e verme sono anche esseri notoriamente incapaci di pensare, con i quali non può sussistere un dialogo. E se, per assurdo, Adelmo parlasse con le formiche o con i vermi, allora sì che potrebbe dirsi veramente matto!

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