lunedì 1 agosto 2016

"Neve, cane, piede": aggiornamenti

Su Convenzionali, così scrive Gabriele Ottaviani:
«Neve, cane, piedeClaudio Morandini, Exorma. Adelmo Farandola non si reca spesso in paese. Vive in montagna, sta assai bene nella sua baita. È un po’ scorbutico e senza troppa memoria. Dunque irresistibile. Scende a valle solo quando ha bisogno di provviste. Fa scorta, di modo da ridurre al minimo il contatto con gli altri umani o presunti tali, che non devono piacergli poi di troppo, e di sicuro gli sono meno graditi del profilo scabro e svettante delle sue Alpi. La sua esistenza scorre in base alla natura, al suo ciclo regolare. Con lui c’è un cane. Con cui parla. E il cane risponde. Ma non è questa la cosa più irregolare, nel ciclo degli eventi. Bensì il fatto che il disgelo faccia venire a galla in mezzo ai monti un piede umano. Surreale, grottesco e allegorico, è da leggere.»

Qui la recensione grafica apparsa su GoodBook:

Paolo Risi scrive tra l'altro su ZEST - Letteratura Sostenibile: «Claudio Morandini immagina un paesaggio aspro, un canalone dimenticato dove appena si percepisce il rumore della montagna addomesticata.
Il principe di quelle pietre, di una natura poderosa e infida, è un vecchio cencioso, ritratto sbalorditivo di una categoria umana marginale, sgradevole, eppure resistente e vitale. Quanto più espone e sottolinea la sua difformità, il disprezzo per le consuetudini, tanto più Adelmo appare completo, credibile all’interno di un microcosmo scosceso e selettivo.
Sullo sfondo e nelle viscere del romanzo troneggia la montagna, descritta con tagli e affondi di colore, anima fangosa e riluttante, dove non c’è traccia di lucentezza e a stento si intuisce in lontananza il bagliore di una possibile redenzione. Impasto di neve scricchiolante e letame, il principato di Adelmo germina possibilità, si presta ad amplificare ricordi annebbiati, allucinazioni, e la biografia dell’uomo lentamente si svela, fino all’ultimo inverno, al ritrovamento di un corpo mescolato ai detriti di una valanga.»


A sua volta, su La Biblioteca di Babele, ha scritto tra le altre cose Valentina Accardi:
«Morandini fa sì che noi lettori ci immedesimiamo molto facilmente in Adelmo ed entriamo nella sua mente: né noi né il protagonista riusciamo più a distinguere la realtà dall’immaginazione. Il cadavere è di quel guardiacaccia così fastidioso e ficcanaso? Forse sì, forse no. L’ha ucciso Adelmo? Forse, ma chi se lo ricorda? E il cane? Parla davvero (e così tanto)? Ma com’è possibile? Neve, cane, piede è la storia di un uomo che ha scelto di isolarsi in una baita di montagna rompendo i ponti perfino con suo fratello, di un uomo che vuole stare da solo e ha difficoltà perfino a reggere una semplice conversazione con la donna del negozio dove va a fare provviste. Adelmo è una sorta di eremita che non vuole avere a che fare col mondo e con il quale il mondo stesso non vuole avere niente a che fare, solo il guardiacaccia si preoccupa che possa avere un arma e combinare qualche guaio.»

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