lunedì 31 ottobre 2016

Da Diacritica n. 10: Daniel Krupa, Mariana Enriquez


Mariana Enriquez, nella trilogia di racconti Quando parlavamo con i morti, che Caravan ha pubblicato nel 2014 nella precisa traduzione di Simona Cossentino e Serena Magi, conosce bene il senso della misura: ha cioè quella capacità di suscitare inquietudine e disagio attraverso il non detto, l’allusione, il depistaggio. Evoca con ammirevole asciuttezza situazioni che, nelle premesse, farebbero pensare a sviluppi truculenti, a chiusure splatter, ma sa che il vero orrore sta proprio in quelle premesse e nella sollecitazione del senso dell’attesa, e che ogni esplicitazione dell’orrore rischia di suonare inadeguata, forzata, retorica. Sa anche che dinanzi all’orrore della storia – e qui non possiamo non collegarci alla provenienza dell’autrice, all’Argentina la cui storia recente ha fornito esempi devastanti –, di fronte al sanguinamento delle ferite ancora recenti, alla tensione di conflitti sociali e politici irrisolti e potenzialmente esplosivi, dinanzi alla perversa inventiva del male al servizio della dittatura, la letteratura, se vuole rimanere tale e non farsi semplice servizio di denuncia, può solo inchinarsi, al massimo lavorare di allegoria, abbassare la voce più che urlare – ne uscirà in ogni caso una voce potente, frastornante, che parlerà per immagini comunque chiare.
I morti evocati dalle ragazzine nel primo racconto, che dà titolo alla raccolta, e i bambini revenantche popolano l’ultimo e più ampio, Bambini che ritornano, sono lì, testimoni laconici di una violenza passata che tutti hanno preferito rimuovere, sono le vittime, oltre che delle epurazioni e delle uccisioni di massa, di una gigantesca damnatio memoriae; non c’è bisogno che agiscano, basta la loro presenza a scatenare reazioni, a suscitare un profondo disagio che non diventa catartico – verrà in mente a qualcuno Les Revenants, il serial francese di Fabrice Gobert, che però al confronto sembra una brillante ma un po’ accademica esercitazione. Il racconto di mezzo, Le cose che abbiamo perso nel fuoco, incentrato sul tema della violenza maschile contro le donne, inventa l’atroce atto di ribellione dell’autocombustione, esibita come scelta estrema e provocatoria da una comunità femminile. Allegoria non peregrina, come le altre, anche trasparente, ma non per questo ovvia.

Più lieve, almeno nello stile sbarazzino, il breve romanzo Serpenti, di Daniel Krupa, sempre edito da Caravan nel 2014 (nella traduzione di Vincenzo Barca). Tre ragazzi, Fanta, Polonio e Seco, indecisi se continuare a sentirsi adolescenti o tentare il balzo verso un’età più adulta, si misurano con una sorta di rito di iniziazione passando qualche giorno di vacanza in una estancia perduta nella foresta tra Argentina, Paraguay e Brasile. Dei tre, Fanta è quello più complesso: alle sue fisime unisce un certo interesse per la letteratura e una capacità di osservazione che agli altri due manca. Naturalmente tutto andrà storto (il che garantisce la tenuta anche umoristica del romanzo): l’ofidiofobia di Fanta, unita a una certa ipocondria, condizionerà i tre, la zuppa di funghi allucinogeni li porterà a confondere realtà e delirio per un bel pezzo, ripicche, litigi, incontri inaspettati, incidenti, malori faranno il resto. L’iniziazione alla vita si fa anche sessuale, in una scena a tre che rischia sempre di precipitare nella farsa atroce e invece rimane tra l’imbarazzante e il misterioso.
L’approccio di Krupa a questa materia oscilla appunto tra il puro intrattenimento con sbandateslapstick e il desiderio di insistere sull’inquietudine e il mistero (e un senso di minaccia e di scivolamento verso il peggio che condiziona gli ultimi capitoli, in cui i segnali misteriosi e inquietanti si accumulano senza consentire una totale decifrazione).

http://diacritica.it/recensioni/recensioni-a-mariana-enriquez-quando-parlavamo-con-i-morti-e-a-daniel-krupa-serpenti.html

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