mercoledì 7 dicembre 2016

Da FuoriAsse n. 18: Zangrando, Widmer

“Sto solo dicendo che trovarmi qui in mezzo, sul margine tra due situazioni, mi piace, non so perché, mi fa sentire al mio posto.”
(Stefano Zangrando, Amateurs)

Due libri che ho letto di recente, tra i tanti che allungano lo sguardo oltre i margini, raccontano lo sconfinare come condizione ineludibile: l’uno nello spazio, l’altro nel tempo. Sono entrambi pubblicati da editori “di confine”, quello di Stefano Zangrando dalle Edizioni Alphabeta Verlag di Merano, dal bel catalogo bilingue, quello di Urs Widmer da Keller di Rovereto, una presenza “dentro e fuori i confini d’Europa” ormai consolidata nella realtà editoriale italiana. La curiosità di questi editori per l’oltre, il loro ragionato esplorare territori nuovi, il loro muoversi tra sperimentazione e tradizione ci consentono di avvicinarci a forme di letteratura verso cui altrimenti non guarderemmo.

Amateurs di Stefano Zangrando (Edizioni Alphabeta Verlag, 2015) potrebbe apparire un romanzo generazionale, e forse in origine lo è stato, quando cioè l’autore non ancora trentenne lo ha concepito; ma poi Zangrando ci è tornato su negli anni successivi, con il senno di poi potremmo dire, e a più riprese, facendone qualcosa di diverso, e addirittura prendendo le distanze, o mostrando di prenderle, rispetto a quei temi e a quelle atmosfere: tant’è che oggi, nel parlarne agli amici lettori, Stefano Zangrando quasi invita a considerarlo “un’opera minore”, un “satellite dialogico” anche “più frivolo” rispetto a un’opera prima ormai introvabile e comunque imperfetta, bisognosa di cure.
Va bene, noi lo abbiamo letto con divertimento, perché ci ha fatto pensare a una commedia, anzi a una sorta di sit-com impossibile, dalle lunghe scene dilatate, cosa che in una sit-com è proibitissimo, ma insomma l’arguzia stralunata e le goffaggini e gli inciampi dei due giovani protagonisti divaganti a Berlino ci facevano quasi sentire in sottofondo le risate registrate. Valentino (il puntiglioso io narrante) e l’amico Gerwin, giovanotti di confine (uno altoatesino, l’altro sud-tirolese) entrambi sconfinati a Berlino, inquieti il giusto, inseguono un possibile senso nuovo, prima esplorando locali notturni, poi finendo quasi in mezzo a scontri tra manifestanti e polizia, poi a teatro: sempre un po’ sfasati e a disagio, forse più che dall’obiettivo che si sono posti sono attratti dalla possibilità di parlarne, forti di una cultura che fornisce loro appoggi di auctoritates e sottigliezze retoriche che lo stato di sovreccitazione anche alcolica impiastriccia solo un po’. È bello questo perdersi raccontato per così dire in tempo reale, senza ellissi, nel rispetto di un’ostinata unità di tempo. Pensateci: i personaggi, questi “amateurs” della vita che cercano uno sconfinamento proprio nella città più sconfinante e limitanea che esista, si trovano però in una storia che tutto sommato rispetta le unità aristoteliche, concedendosi poche deroghe anche a quella di azione, e insomma avviluppando i due giovanotti in una struttura che procede libera ma che potrebbe anche essere intesa come una ferrea gabbia di vincoli.

Quanto a Il sifone blu, si tratta di un viaggio nel tempo sentimentale e perfino commovente – un doppio viaggio, anzi. Lo ha immaginato lo svizzero Urs Widmer, in un romanzo in due parti tradotto con precisa sintonia da Roberta Gado per l’editore Keller (la stessa Gado ne ha scritto nel numero 14 di Fuori Asse, ricordate?). Nella prima parte l’io narrante e protagonista, scrittore che ci si figura facilmente con le fattezze dello stesso Widmer, torna indietro nel tempo di cinquant’anni, fino alla sua infanzia, e da straniero a se stesso, incuriosito dal passato proprio e dei propri cari si insinua nella vita di questi, prima come uomo tuttofare, poi come amico. Nella seconda parte, tornato nel suo presente, scoprirà che il se stesso bambino, scomparso al tempo della sua capatina nel passato, è finito nel presente, coinvolgendo i suoi cari di adesso. Quello di Widmer è un modo sentimentale e ironico, mai svenevole, di fare i conti con se stessi e con la propria vita, e di tirare le somme sul viluppo di relazioni e dipendenze che costituisce il mondo di affetti di ognuno di noi. Allo stesso tempo, è un voyage extraordinaire avulso da ogni pretesa para o fantascientifica, piegato solo alle esigenze dell’immaginazione irrorata dalla memoria. A fare da macchina del tempo è, nella finzione romanzesca, il luogo per eccellenza votato, almeno in passato, alla dislocazione immaginativa dei giovanissimi, il cinema: e lo strano film avventuroso che favorisce il teletrasporto da un’epoca all’altra, raccontato nei dettagli per intere pagine, sembra davvero una parafrasi esotica, solo più oscura e inquietante, delle avventure del giovane protagonista, una storia solo apparentemente per ragazzi e in realtà profusa di tristezza e di profondo senso di perdita e pericolo.
È un romanzo limpidamente visionario, cioè carico, sovraccarico anzi, di oggetti, di dettagli cui la memoria ha attribuito un sapore e una funzione particolari (tra questi, il sifone blu del titolo), orchestrato da una superiore maestria che pare conoscere il segreto di come governare il caos – come la scrittura, di cui questa doppia favola sembra essere una riflessione in chiave di allegoria.



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