Al Salone del libro di Torino è
bello seguire percorsi personali, assecondando la ricerca di parole-chiave che
non sono quelle proposte dall’ufficialità, ma altre, che vengono lì per lì, o
che si orecchiano per caso. Proviamo insomma a vagare applicando all’intero
Salone il principio del “tolle, lege” di Sant’Agostino, e vediamo che succede.
Eccoci in coda per seguire alcune
conferenze. Spesso le file si prolungano lungo i corridoi, costeggiano gli
stand, serpeggiano per decine di metri. Nessuno tradisce impazienza, o se lo fa
lo fa per scherzo, per ridere degli impazienti che a quest’ora, in altre
occasioni, avrebbero già cominciato a protestare, avrebbero battuto alle porte,
forzato i cordoni, spintonato, minacciato. Una conferenza sulla traduzione
tenuta da Douglas Hofstadter, l’autore di “Gödel, Escher, Bach”? Perché no? Pare che i meccanismi
logici e analogici alla base del processo della traduzione siano un suo forte
interesse collaterale – pare che Hofstadter si diverta proprio, con la
traduzione. Corre voce che conosca e pratichi una decina di lingue e che abbia
tradotto anche un romanzo di Veltroni – va bene, questa gliela perdoniamo.
Una volta dentro, ne abbiamo la
conferma: Hofstadter, con amabilità, ci conduce lungo un intreccio avventuroso
di traduzioni, di traduzioni di traduzioni, di traduzioni di traduzioni di
traduzioni. Il punto di partenza è "À
une demoiselle malade", di Clément Marot, la cui resa in inglese è stata
affidata a un amico, poi a un altro, tutti scienziati di ottimi gusti letterari;
e, per edizioni straniere del saggio del 1997 che conteneva tale poesiola e le
successive traduzioni (“Le ton beau de Marot”, titolo arguto che contamina il
genere vetusto del “tombeau” con il “bel tono” del poeta cinquecentesco), ecco
un’altra serie di traduzioni in italiano, in francese (dal francese all’inglese
al francese), sempre ad opera di amici scienziati dalle squisite inclinazioni
umanistiche – e infine, per l’edizione americana aggiornata con questi ultimi
contributi, la traduzione di queste traduzioni. Hofstadter si diverte, depista
il pubblico con para-traduzioni in cui si salvaguarda solo l’aspetto formale e
metrico del testo a discapito del senso, si sofferma su questioncelle legate
all’intraducibilità di certi calembour,
e insomma gioca a giocare – il gioco come attività intellettuale gratuita ma
vitale. Tradurre non è tradire, lo ha messo subito in chiaro: più che un tradimento, Hofstadter vede nella
traduzione un gradimento, un
appropriarsi, un aggiungere del proprio, un mescolarsi di sensibilità, un gratificante
atto creativo – idea non nuova, va bene: ma lo è la vertigine che nasce dalla
moltiplicazione di quest’atto creativo, lo è anche, credo, il senso collettivo
dell’atto. E se proprio si vuole cogliere tutto del testo originale, non è
tanto la singola traduzione a esaurire la richiesta, ma piuttosto il mosaico di
contributi, in cui ognuno preserva qualcosa, e qualcosa rivela di sé.
Mi piace quest’idea di opera che
pur restando se stessa continua a rivivere, a rinnovarsi, nelle mani di
chiunque abbia la pazienza di misurarsi con essa. È un’idea aperta, seria e ludica
allo stesso tempo, perennemente fertile, prodiga di sorprese, in cui anche
l’errore finisce per avere un suo senso, e, dopo le fatiche della ricerca,
domina il sorriso dell’animo. E che tradurre sia un gioco molto serio lo
conferma Gabriele Dadati, che presso lo stand della Laurana mi racconta del suo
Napoleone, cioè del romanzino giovanile “Clisson ed Eugénie”, per il quale
gente come Stendhal e Sainte-Beuve ha speso qualche elogio non peregrino, e che
non era più disponibile nella vecchia edizione Sellerio. Dadati, nel corso della
documentazione per un lavoro più ampio, si è imbattuto in quella piccola
impresa napoleonica, se ne è appropriato, l’ha ritradotta (in una lingua in
bell’equilibrio tra una colloquialità molto contemporanea e quella certa enfasi
arruffata dell’originale), integrandola con altre pagine (del Bonaparte e di
Conan Doyle), e infine l’ha pubblicata, come hors d’oeuvre, come piccolo gesto di condivisione e in fondo di
affetto.
Sorriso, sorriso. Chi è che ha
nominato il sorriso a quasi tutti gli incontri a cui ha presenziato? Ernesto
Ferrero, naturalmente. Bella la sua idea della cultura come latrice di sorriso,
come conforto dell’intelletto dinanzi al dolore e ai mugugni della vita –
conforto in quanto aiuta a decifrare, a trovare un senso possibile, a comporre
i punti slegati in un insieme, forse addirittura a intravedere un possibile
ventaglio di soluzioni. Non so se possiamo essere così ottimisti a riguardo –
ma certo è bello sentirlo dire da così autorevole voce.
Si è sorriso molto anche alla
presentazione del libretto di Alfred Brendel pubblicato quest’anno da Adelphi, “Abbecedario
di un pianista”. Brendel è stato un interprete rigoroso e ispirato della musica
del secondo Settecento e dell’Ottocento romantico. Ora ha condensato la sua
esperienza di pianista e la sua riflessione di intellettuale in un breviario
per pianisti e amateur che suona contagiosamente simpatico. Per Brendel
l’interprete è colui che dà voce alle intenzioni del compositore, è uno
studioso al servizio di quest’ultimo, o meglio dell’idea espressa da
quest’ultimo. Non è un semplice esecutore di note, un meccanico macinatore di
accordi: deve muoversi da esegeta nel testo pianistico con la piena
consapevolezza della struttura del testo, e deve rispettarlo e valorizzarlo
anche nell’articolazione dei programmi, evitando accostamenti incongrui; e deve
forzare il pianoforte, che dal punto di vista organologico è pur sempre uno
strumento a percussione, a diventare canto,
a esprimere i valori più alti della vocalità umana. Perché a me, che amo
proprio il lato percussivo e disumano
del pianoforte, quello esaltato dalla letteratura pianistica di tutto il
Novecento, suona convincente questa posizione di Brendel? Perché è frutto di
una riflessione di tutta una vita, perché è improntata a una straordinaria
coerenza di scelte (e di rifiuti), perché in un’epoca di facili compromessi e
accomodamenti esprime un rigore d’altri tempi – infine, e forse soprattutto,
perché è espressa con fraterno understatement,
con il sorriso sulle labbra (appunto), in punta di penna. Anche qui si è
parlato di traduzione: perché l’ordine alfabetico in cui si articola l’operina
di Brendel ha richiesto nell’edizione italiana (a cura di Clelia Parvopassu,
precisa, competente) una ridisposizione di molte voci e l’aggiunta di una alla
lettera z, una piccola fantasticheria su un’immaginaria e improbabile zarzuela di tre ore per pianoforte solo.
A proposito di musica: presso lo
stand de L’Orma trovo “Una profonda invidia per la musica”, la nuova edizione
delle conversazioni radiofoniche tra Paolo Terni e Giorgio Manganelli che andarono
in onda sul terzo canale della radio nel 1980; possedevo già la vecchia
edizione Sellerio, ormai introvabile (ma quante edizioni, di Sellerio o di
altri, sono ormai introvabili e
diventano oggetto di ricerche angosciose oppure, nel migliore dei casi, e dopo
chissà quanto tempo, di ripescaggi editoriali?), ma non mi lascio sfuggire
questa, arricchita da un apparato critico di Andrea Cortellessa e dal CD con la
registrazione di tutte le puntate di “La musica e i dischi di…”. Manganelli
indaga sornione la musica, ne esplora il mistero, misura differenze e affinità
con la letteratura, cogliendone soprattutto la distanza, si addentra in quel
territorio accidentato che è il modo con cui la parola può rendere il suono. È
attratto dai meccanismi misteriosi che regolano la percezione, il gusto
dell’ascolto, e soprattutto dalle forme musicali (la variazione, la forma
sonata, l’alternarsi di arie e recitativi nell’opera) o da questioni di
linguaggio (la convivenza di alto e basso, di volgare e sublime in certi
compositori, la vertigine della citazione e del pastiche…). Anche Manganelli
parla di gioco, quando vede la natura
profonda della musica e dell’arte in generale in una coesistenza tra gioco
(“non so se la liberazione o la schiavitù della forma”) e angoscia (della
morte, del nulla). Allo stesso tempo, l’”invidia” che dice di provare per la
musica è quella per una più vasta libertà del compositore: principalmente dagli
obblighi a un “significato” che vincolano lo scrittore. In queste pagine
Manganelli oscilla tra un tono conversativo assai piacevole, quasi salottiero,
e l’applicazione del suo particolare lessico, della sua sintassi, quando il
discorso si fa più denso.
Manganelli dialoga con Terni, ma
anche con tutti i musicisti che coinvolge nelle sue passeggiate nella memoria e
nella riflessione; con gli ascoltatori, e con i lettori; Terni torna a
dialogare con lui in pagine aggiunte alla presente edizione; e Cortellessa
dialoga a distanza con entrambi, ricostruendo e ricollocando queste conversazioni
in un tempo e in un dibattito culturale che oggi ci sembra incredibilmente
fitto e fecondo (ed erano gli anni ottanta!). Noi, intanto, ci godiamo questo
dialogo a più voci, e un po’ ce ne sentiamo parte.
http://cooperativaletteraria.it/index.php/fuoriasse/101-speciale-xxvii-salone-libro/423-speciale-salone-libro-torino.html




