CM - Qual è il
modo migliore di raccontare la musica, secondo te? “Revolver” sembra ubbidire
al sempre efficace modello del meta-e-qualcosa, in questo caso il meta-romanzo
in cui si scrive “la storia della storia” di qualcuno che ha a che fare con la
musica – in cui, cioè, si racconta il proprio approccio alla musica, più che la
musica in sé, e insomma se ne fa la propria cover personale.
AM - Inizio subito con un'ammissione: ho
scritto questo romanzo da appassionato di musica, appassionato ma allo stesso
tempo frustrato per non saper suonare nessuno strumento (qualche anno fa ho
provato a prendere lezioni di chitarra e lì ho capito che non faceva per me).
Un po' come nel mio romanzo precedente, “L'amore ci farà a pezzi”, in cui il
mio alter-ego era un'ex promessa del tennis – cosa che in effetti portava molti
a chiedermi se giocassi a tennis e a rispondere come citato anche in “Revolver”
che no, ci avevo provato qualche volta ma niente di più. La cosa bella – una
delle cose belle – dello scrivere è potersi calare in vite parallele che ci
sarebbe piaciuto vivere. E un'altra cosa bella è poter rimescolare ogni volta
le carte, proprio come un illusionista. In questo romanzo ci ho giocato ancora
di più, chiamando il narratore come me e inserendo qua e là spunti autobiografici,
primo fra tutti la difficoltà a scrivere “Revolver”: ci ho messo davvero più di
dieci anni per trovarne la quadra!
CM - D’altro
canto, tu stesso ammetti subito che ogni romanzo è un mascheramento
autobiografico.
AM - Ho letto che Michael Cunningham ha
affermato che tutti i suoi personaggi sono autobiografici, compresa la
lucertola. Ecco, penso che alla fine sia la risposta definitiva. È un po' come
nei sogni, in cui tutti i personaggi – dicono – sono delle proiezioni di noi
stessi.
CM – “Revolver”,
dicevamo, è la storia un romanzo che non sta venendo come l’autore vorrebbe: le
difficoltà sono rappresentate dall’affastellarsi di cliché (letterari) sin
dalla prima pagina, dal premere di altri cliché (musicali). “Revolver”,
insomma, è come una bella canzone sulla difficoltà di scrivere belle canzoni –
ma, essendo convintamente pop, non può mancare l’happy end.
AM - All'inizio il mio approccio a “Revolver”
era stato molto più diretto: non un meta-romanzo, ma un romanzo sul rock e
sulla crisi di ispirazione (e non solo) di Damon Kidd. Negli anni mi sono reso
conto che questa crisi in qualche maniera era parallela a quella in cui mi ero
infilato cercando di raccontare una storia per la quale mi mancavano alcuni
strumenti di base: la mia conoscenza del rock era abbastanza approfondita ma
tutta di seconda mano e quindi non poteva che finire nel cliché. Da qui l'idea
di giocare anche su questo fatto e di non limitarmi agli stereotipi del sesso
droga e rock'n'roll ma di inserire anche dei cliché letterari che noto in
tantissimi manoscritti che leggo per Las Vegas edizioni. L’incipit con il
risveglio del protagonista, l'immancabile caffè piazzato nella prima pagina, il
finale della serie “era tutto un sogno”. L'happy end, invece, è un po' una
novità per me, ma serviva anche a riequilibrare una situazione di partenza
piuttosto negativa.
CM - Tutti i
personaggi (compresi quelli che hanno nomi che rimandano alla realtà) si
muovono nel mondo dell’invenzione con la leggerezza della commedia paradossale
e sentimentale (della meta-commedia, in un gioco che forse ammicca a certo
Woody Allen, ma che di Allen non ha la torbidezza senile) o della canzone pop
(pop, direi, più che rock). La Parigi in cui si svolgono le scene finali è un
paracosmo colorato (nonostante la pioggia) e già un po’ vintage (per via della
pioggia), in cui si accatastano allegri ammiccamenti e luoghi comuni
ironicamente virgolettati (non ne manca nessuno, tra quelli relativi al
maledettismo glamour della vita da rockstar, c’è pure un inseguimento in auto).
“Carlotta pensa di essere in un sogno, Sally in un incubo, io all’interno delle
mie fantasie; Tommy e Mandy non lo so e francamente mi interessa poco”.
L’Andrea Malabaila è insomma un autore in cerca dei suoi personaggi. Per
evitare una piega tragica degli eventi, li insegue, li scova, ordisce un piano
per manipolarne gli effetti, se li porta dietro, risolve il tutto.
AM - Non avrei saputo dirlo meglio e ti
ringrazio molto per gli “allegri ammiccamenti e luoghi comuni ironicamente
virgolettati”: nonostante credo sia evidente che si tratti di un romanzo a più
livelli, la mia paura è che venissero equivocati e presi come semplici banalità
trite e ritrite. Mi piace anche “autore in cerca dei suoi personaggi”, un
ribaltamento di Pirandello che trovo molto vicino al senso di questa storia che
per anni ha rischiato di sfuggirmi di mano. Questo fatto diventa ancora più
evidente quando Andrea va a Parigi e si rende conto che nessuno dei personaggi
da lui creati risponde ai suoi ordini e nemmeno alle sue aspettative. Un vero e
proprio paradosso!
CM - A
proposito, e scusa la domanda un po’ ovvia, che faccio adesso per non pensarci
più: chi c’è dietro Damon Kidd, questo concentrato di vezzi e tormenti da
rockstar? E dietro la musica dei Revolver quali gruppi ci sono?
AM - Damon Kidd è un misto tra Kurt Cobain,
Liam Gallagher, Richard Ashcroft e parecchie altre rockstar. È tormentato come
Kurt Cobain, arrogante come Liam Gallagher e fisicamente somiglia a Richard
Ashcroft. I Revolver si pongono un po' come i nuovi Beatles, quindi la loro
musica è un brit-pop in stile Oasis. Lo stesso Tommy, facendo un elenco della
musica che gli piace e di quella che non gli piace, ci permette di catalogarli
in modo abbastanza preciso.
CM - Qual è la
colonna sonora ideale per il tuo romanzo?
AM - Direi sicuramente un viaggio ideale
dall'Inghilterra degli anni Sessanta fino all'Inghilterra di oggi, dai Beatles
agli Arctic Monkeys.
CM - Racconti
la musica rock come una forma espressiva semplice, energica, anche retorica,
cioè dominata da pochi ampi gesti essenziali e intrisi di senso – colta in
un’enfasi perennemente adolescenziale. E la storia del rock è narrata come un
susseguirsi di corsi e ricorsi, di fondazioni distruzioni e rifondazioni – il
perfetto paradigma della storia della condizione umana, insomma. In questo
paradigma, i Revolver sembrano appartenere alla categoria dei continuatori, dei
riformatori. La vita della rockstar è fatta di fasi frenetiche inframmezzate da
periodi più o meno lunghi di stasi. La creazione di un pezzo rock, su cui per
la verità non insisti molto, è fatta di elaborazione dell’essenziale, due-tre
accordi, la ricerca della formula giusta, dell’idea vincente proprio perché
semplice. È un lavoro collettivo, o almeno di coppia, in cui i ruoli (il
compositore di perfette song accanto all’ideatore di scarti bizzarri dalla
norma) sono ben definiti, rodati dalla pratica. Su questo lavoro aleggia
l’angoscia (mai confessata) di essere superati e scalzati, di perdere
l’ispirazione.
AM - È inevitabile essere superati e
scalzati, e questo vale in ogni campo. Lo sport è più impietoso perché mette
letteralmente fuori gioco chi arriva a una certa età e non ha trovato il momento
giusto per ritirarsi da campione. Per la musica il discorso è diverso perché
uno può anche non ritirarsi mai. I Rolling Stones sono ancora sul palco
nonostante Mick Jagger da giovane dicesse che sicuramente a quarant'anni
sarebbe stato troppo vecchio per esibirsi. In effetti questo fa sorridere
perché ha modificato l'idea originaria del rock e forse anche l'idea stessa
della giovinezza: oggi si è potenzialmente giovani a vita, o comunque “è lo
spirito che conta”. L'importante però è trovare la propria dimensione. I
Rolling Stones continuano a essere credibili perché il loro sound è
cristallizzato, al massimo l'hanno aggiornato un po', ma di sicuro non si sono
messi a inseguire le mode o a fare il verso ai ragazzini di oggi.
CM - Un altro
dei punti di forza del rock raccontato in “Revolver” è quest’idea del
mascheramento: questo gioco di specchi, per cui ogni rockstar è una maschera
dentro cui sta un uomo (un adolescente di lungo corso, diciamo), un ruolo
teatrale (più alla Broadway che alla Pirandello) che vela e svela insieme,
fatto di pose, costumi, atteggiamenti, facce, ruoli; in questo sta anche la
caratteristica più accattivante del tuo romanzo, cioè il continuo gioco di
analogie e rimandi (ma anche differenze, scarti) tra l’Andrea Malabaila (autore),
l’Andrea Malabaila (personaggio) e il Damon Kidd (anche lui appunto sdoppiato
tra la figura ufficiale e quella privata) – senza contare l’ulteriore
sdoppiamento di Tommy, quello vero e quello simulato, e tacendo le sempre più
fitte riflessioni e rifrazioni tra Carlotta e Sally e Mandy.
AM - È il gioco da illusionisti di cui
parlavo prima. E anche il fatto che chi scrive “ruba” un po' qui e un po' là:
senza arrivare ai livelli di Fitzgerald che annotava i dialoghi a cui assisteva
per poi riprodurli nelle sue storie, è vero che molte volte finiscono sulla
pagine dettagli e parole che ci hanno colpito nelle maniere più imprevedibili.
Tipo all'inizio, quando Sally dice a Damon che si è infastidito perché ha
arricciato la parte tra il labbro e il naso, e poco dopo Carlotta dice la
stessa cosa al narratore Andrea, che quindi scopriamo l'ha presa da lì...
CM - C’è
qualcosa nel rock, nelle dinamiche, nelle strutture della musica rock, insomma
nel suo linguaggio, che può essere travasato nella letteratura? Riformulo la
domanda: nello scrivere “Revolver” ti sei rifatto anche al metodo compositivo
proprio di un gruppo rock, o hai comunque e sempre ragionato in termini di
scrittura? O ancora, se preferisci: c’è qualcosa che come scrittore invidi alla
musica, rock o meno?
AM - Quando scrivo do sempre molta importanza
al ritmo. Vado a orecchio perché come dicevo prima non ho le basi musicali per
fare altrimenti, ma per ogni storia cerco di trovare il ritmo giusto, la
cadenza della frase più convincente. Ci sono frasi che senza un aggettivo o un
avverbio – tanto aborriti dai manuali di scrittura – rischiano di risultare
tronche o addirittura stonate. In questa storia cercavo l'essenzialità del
rock. Quindi frasi abbastanza secche e utilizzo del tempo presente. Per quanto
riguarda le differenze tra musica e narrativa, la musica vince per
immediatezza. Prendi uno che sa cantare e/o suonare uno strumento, mettilo in
una piazza e presto attorno a lui ci sarà una folla di persone che magari non
capiscono nemmeno la sua lingua. Questo uno che scrive può solo sognarselo.
CM - E c’è
qualcosa che invece la letteratura possiede e che la musica non ha?
AM - La narrativa vince per la libertà che ti
concede. Una canzone devi farla stare in quattro minuti, un romanzo non ha
altri limiti se non quelli che gli dai tu. E non solo di spazio e di tempo: un
romanzo batte anche i film perché, oltre a non esserci limiti di budget, lo
strumento è malleabile a proprio piacimento, puoi far vedere e sentire tutto
ciò che vuoi, anche i pensieri, i sentimenti, ciò che è intangibile. Per un po'
di tempo ho avuto una sorta di complesso di inferiorità nei confronti di chi
faceva musica, ma adesso sono convinto che il romanzo, pur essendo meno immediato,
sia la forma artistica più completa e potenzialmente inesplorata che esista.
CM - Uno degli
aspetti su cui si tendono i legami più solidi tra il Malabaila personaggio e
Damon Kidd sta nell’ambizione di superare i tempi, di scrivere/comporre qualcosa
che duri e non venga superato dalle mode e dai nuovi arrivati, come i terribili,
plasticosi Four Teens. A proposito, quali sono i Four Teens dell’editoria di
oggi contro cui il Malabaila combatte?
AM - Fare qualcosa che duri è anche la mia –
presuntuosissima – ambizione. D'altra parte si scrive pure per questo, per
lasciare un segno del nostro passaggio, e nessuno sa che cosa rimarrà tra
cent'anni di tutta la quantità di libri che vengono pubblicati ogni giorno.
Però quello della moda è un discorso che mi preme molto e che in parte ho già
accennato prima a proposito dei Rolling Stones. Dopo aver pubblicato il mio
romanzo con Marsilio, c'è stato un periodo in cui ricevevo dei rifiuti motivati
con “le storie come le tue non sono più di moda” oppure “dovresti smetterla di
scrivere queste cose e guardarti intorno”. Ora, io non credo che una storia sia
come un paio di scarpe. Non c'è una storia che vada bene per la
primavera-estate di un anno e un'altra per l'autunno-inverno dell'anno dopo.
Credo che ci siano storie più o meno interessanti, più o meno originali, più o
meno divertenti, più o meno commoventi... Scrivere una storia di vampiri,
perché le storie di vampiri vendono, o una storia soft-porno perché è il filone
in voga, sinceramente non mi interessa. Quindi come i Four Teens del mio libro
sono l'ennesimo prodotto studiato a tavolino dai discografici, i Four Teens
contro cui combatto sono quei libri da supermercato che certi editori poco
propensi al rischio cercano di propinarci ogni giorno. Quelli che sembrano
tutti uguali, in cui non troverai mai un punto e virgola, che hanno tot parole
per frase e tot righe per paragrafo, e che alla fine non ti lasciano nulla.
