giovedì 27 agosto 2009
Wunderkammer: Berliner Medizinhistorisches Museum
domenica 23 agosto 2009
Wunderkammer: Museum für Fotografie
La vera galleria degli orrori è però in una saletta dedicata a gli scatti della moglie di Newton, fotografa anch’essa. La vecchiaia in sé non ha nulla di orribile, intendiamoci: gli acciacchi del declino d’una vita possono infastidire o intenerire o preoccupare, ma certo non provocano orrore. Ma quelle vecchie dame dipinte e n posa, come dopo una seduta nell’atelier di Niki de Saint-Phalle, mettono paura e angoscia (non tutte: una scrittrice, con dignità, finge di leggere un libro, e ha tenuto ben lontani i damerini del trucco); e non basta il sospetto di un’estrema prova di autoironia in chi gioca a fare la silfide e sorride fino a rivelare l’attaccatura della dentiera. Tranne rare eccezioni, i due fotografi sembrano aver lavorato con programmatico cinismo sul peggio dei loro soggetti: che docilmente, e senza dover cercare troppo a fondo, hanno dato il peggio di sé.
sabato 22 agosto 2009
Wunderkammer: Museum für Naturkunde
giovedì 6 agosto 2009
Sintonie: Sonia Serazzi

Il libro è del 2004. Nel frattempo Sonia Serazzi ha pubblicato, per la stessa casa editrice, un romanzo che bisognerà procurarsi, perché la Serazzi è una scrittrice vera, consapevole, ha uno sguardo ironico e compassionevole sulle cose e sugli uomini, e i suoi personaggi ci somigliano.
martedì 4 agosto 2009
Sarah Ledda, "Imago Dei"
I due bambini di Mary Poppins intenti a guardare su per il camino sono altro: i loro sguardi meravigliati sono gli stessi di chi, Al terzo giorno (ecco il titolo del quadro), recatosi al sepolcro, lo vide vuoto. È sovente lo sguardo il legame sottile tra un mondo e l’altro, la porta socchiusa tra la stanza dei film impressi come esperienze reali e la stanza delle figure sacre. Lo è anche nei volti sorpresi, intensi, sofferenti, stanchi a volte, delle attrici (le più famose, ma spogliate della loro fama, restituite a una umanità priva di finzioni, colte, forse loro malgrado, in istanti in cui non recitano, ma sentono, e dunque vivono).
Al terzo giorno, 2009, olio, 200x230 (foto P. Gabriele)
Così, mentre ci avviciniamo ai quadri di Imago Dei (a San Lorenzo, Aosta), ci vergogniamo un po’ di essere cascati in un equivoco iniziale tutto nostro, di aver preso cioè queste tele per un virtuosistico duplicato a olio di fotogrammi: vediamo il tratto inspessirsi, le tracce di colore definirsi, e al contempo sfumarsi i contorni delle figure: siamo nella pittura, non nel cinema, una pittura fatta di pennellate e accostamenti cromatici, generosa negli impasti, saldamente ancorata a una tradizione precedente di secoli al cinema. Leggiamo poi i titoli: e vi troviamo la conferma di un rimando a un mondo iconografico, quello della pittura di soggetto sacro, inaspettatamente evocato accanto a quell’altro mondo iconografico, quello del cinema di ieri.
Quella di Sarah Ledda è pittura che si presta al contatto con altre forme espressive: intanto richiama la parola (la Parola, verrebbe da dire), la cerca (“tolle, lege, tolle, lege”). Ma non solo: abbiamo visto tempo fa, in una serata per altri versi non memorabile, un ritratto di Bette Davis (Retroscena) reggere imperturbabile le inquiete provocazioni digitali che vi proiettava sopra Riccardo Mantelli – ed era un incontro tra forme espressive lontane, eppure avvinte da una strana, commovente solidarietà.
In modo analogo, in occasione di Imago Dei un’ambiziosa composizione morbidamente eclettica di Christian Thoma accompagna la visione dei dipinti combinando cinque secoli di musica sacra e imprimendo all’evento un carattere rituale.

Maddalena, 2009, olio, 44x44 (foto P. Gabriele)
Immagino il momento in cui Sarah trova, nell’intrico di possibili legami tra Hollywood e spiritualità, proprio quello che le suona il più giusto: è un momento di piacere estetico intenso, in cui si coglie una logica, un ordine nel guazzabuglio dei propri pensieri, e si sente anche di poterlo comunicare agli altri, di mettere la propria sensibilità di artista al servizio degli altri, a dipanare i guazzabugli altrui. È il momento in cui si sente di poter dire una cosa dicendone un’altra, o meglio in cui, dicendo una cosa, se ne dicono tante, tutte vere, e si dà a chi ci ascolta, o osserva, o legge, una chiave di decifrazione, perché provi le stesse emozioni.