sabato 26 dicembre 2015

"Neve, cane, piede" tra i consigli natalizi de Il Mattino

In un ampio articolo sulle ultime uscite del 2015 apparso il 23 dicembre sul quotidiano Il Mattino con il titolo "Il mercato delle parole: sotto la strenna niente - Guida last minute ai libri da regalare, da Tuena e Morandini a Cercas e Pamuk. E la ristampa di Dostoevskij", Fabrizio Coscia cita anche "Neve, cane, piede":
«Per la narrativa italiana gli ultimi mesi ci hanno riservato le nuove uscite di almeno tre dei nostri migliori scrittori con altrettanti titoli imperdibili» scrive Coscia: e tra i "Memoriali sul caso Schumann" di Tuena e "Il giardino delle mosche" di Tarabbia, cita appunto il mio romanzo targato Exòrma, «un romanzo breve su un eremita misantropo che vive in alta montagna con un cane chiacchierone».

"Neve, cane, piede" su Il Giornale

Con il titolo "Un vecchio eremita nella follia di un paese alpino", il 20 dicembre 2015 è apparsa sul quotidiano "Il Giornale" una succosa recensione di "Neve, cane, piede" firmata da Fabrizio Ottaviani.

Adelmo Farandola è un vecchio eremita dalla mente traballante. Forse è colpa degli enormi cavi elettrici che passano sui tetti del paese alpino in cui è nato; o forse dipende dal fatto che ormai vive da solo, in una baita. Sfogliando le prime pagine di Neve, cane, piede sembra di essere alle prese con un buon racconto di Pardini. Quando si chiude il volume, tra corpi sepolti nel ghiaccio, animali parlanti e violenza coniugata alla follia, si è costretti ad ammettere che è puro Morandini; come a dire uno dei massimi scrittori italiani.


Ascolti: UGO, Urban Killas

Tra le uscite più recenti dell’etichetta AUT, che produce musiche di confine, o meglio sconfinanti e sempre inclassificabili, due progetti in particolare mi hanno colpito e attirato.

Il trio UGO (Federico Eterno al sax contralto e al clarinetto, Marco Papa alla chitarra elettrica, Gioele Pagliaccia alla batteria) in “Fish Tales” si mostra incline alla caricatura, alla smorfia sarcastica più che al sorriso condiscendente. La sua tavolozza è varia, non si nega riferimenti eclettici a generi e mode. Ed ecco allora funk destrutturati, congestioni rock, dilatazioni ambient, musica da film o da telefilm, anche marcette e musiche da sagra paesana, anche swing, purché sempre virgolettato, manipolato. Ci si imbatte in passaggi bruschi, contrasti e stridori: ogni traccia è in realtà patchwork di diverse musiche, come prodotte dal nervosismo di un ascoltatore con la mano sulla manopola della radio. Allo sviluppo jazzistico di temi si alternano momenti di improvvisazione (soprattutto nelle tracce di raccordo) in cui gli interpreti esplorano le possibilità sonore dei loro strumenti.


In “Down On Earth” l’altro gruppo, URBAN KILLAS (Yuri Argentino al sax tenore e baritono, Andrea Vedovato alla chitarra, Riccardo Di Vinci al basso e al contrabbasso, Simone Sferruzza alla batteria, con episodiche incursioni di Tony Cattano e di altri), ricorre ad analoghe combinazioni timbriche, ma con effetti profondamente diversi. Assai meno disponibile alla parodia e all’eclettismo, pratica una musica “urbana”, fortemente ritmica, anche qui ispiratrice a un funk continuamente rimesso in discussione e a un rock rumoristico. È musica che sembra promanare dal traffico all’ora di punta, dallo schiamazzo notturno, dal passaggio di spazzatrici di prima mattina, dallo sferragliare delle metropolitane, dalla sovrapposizione di musicisti ambulanti ai riverberi di altre musiche provenienti dai locali pubblici. Le tracce da una parte alludono a un equilibrio architettonico, anche freddo, dall’altra scombinano tutto, rovistano nel caos metropolitano: se per un attimo si guarda attoniti in alto, verso le cime dei grattacieli, subito dopo ci si scopre a calpestare il pattume dei senzatetto.


martedì 22 dicembre 2015

"Neve, cane, piede" su L'Unità

Giorgio Ghiotti, su L’Unità del 14 dicembre 2015, ha firmato una bella recensione del mio "Neve, cane, piede". Ne riprendo l'essenziale.

Un piede, un cane che parla e il senso della vita
Descrizioni realistiche e grottesche per un romanzo leggero e durissimo

Adelmo Farandola abita in un vallone isolato delle Alpi. Quando la neve si alza a coprire quasi del tutto la baita nella quale vive, c’è silenzio, quando la primavera avanza e la neve scende, anche. È una solitudine alla quale ci si abitua se si abita in montagna, allora ogni gesto diventa rito e ci si dimentica del passare dei giorni. Quand’è stata l’ultima volta che è sceso in paese a fare compere? Forse ieri, forse un anno fa. E perché, quando la commessa lo contraddice ricordandogli che appena una settimana è passata dall’ultima volta che ha fatto spesa, non un mese, il suo fedelissimo cane tace facendo finta di niente? Semplice, gli dice l’animale: perché nessuno crederebbe mai a un cane che parla.

La lingua del cuore
E parla molto, nel bellissimo romanzo Neve, cane, piede di Claudio Morandini, questa voce straordinariamente vivace, intelligente, a tratti commovente come quando, con il passare del tempo e delle stagioni, non verrà riconosciuto da Adelmo, sempre più smemorato: «Non si dà pace il cane, raspa disperato la terra, cerca di entrare carponi. Ma da dentro Adelmo Farandola lo scaccia, minaccia di sparargli, lo maledice, lo ripudia».
Parla la lingua schietta del cuore propria delle creature pure. È il cane, compagno di solitudini e passeggiate, a fiutare un giorno qualcosa sotto la neve in disgelo (…).

Favola
Con una lingua umana e animale perfettamente bilanciata, a tratti cinica, coinvolgente, Claudio Morandini ha costruito un romanzo che più somiglia a una lunga favola nera, in cui la montagna parla come creatura ventriloqua attraverso le voci degli animali.
Un autore capace di alternare descrizioni realistiche e grottesche, ispirato da certi straordinari romanzi di montagna della (ahimè) poco frequentata letteratura svizzera, in particolare a quelli di Charles-Ferdinand Ramuz, o alle opere ancor più aspre di Camenisch, Tuor o Peer.
Un libro che non somiglia a nessuno nel panorama italiano degli ultimi anni, leggero e durissimo.



lunedì 21 dicembre 2015

Letture: Daniela Pericone, "L'inciampo"

“Alfine esultiamo / all’opera compiuta / dopo tarli di costante lavorio”. 
Quella di Daniela Pericone è poesia che si interroga spesso sulla natura (sulla fisiologia, per così dire) della poesia stessa: e lo fa con corposità ossessiva di immagini, con energia e insistenza, con ansia di ribadire e di distinguere, di ribattere in un discorso sempre aperto (“Tuttavia” è la prima parola che si incontra nei suoi versi de “L’inciampo”, pubblicato da L’Arcolaio nel 2015).

Interrogarsi sulla poesia spinge a travestimenti e ammiccamenti montaliani: “Non chiedermi nulla, nulla / ho da dire, né altro m’attende se non / con poco sguardo…” etc. O “Quanta ostinazione a inseguire / la parola che schiuda tutto il senso / probabile impossibile…” O, nel solco di certe precarie epifanie: “A volte – certo, solo a volte / capita un momento in cui tutti i particolari / combaciano con precisione di luce”. Per non dire del titolo della terza sezione, “Di varchi e di bufere”, così lampante nei suoi riferimenti da suggerire, chissà, un lieve retrogusto ironico.
Il gioco della scrittura però, nonostante l’eleganza di questi scetticismi, comporta fatica e sangue: “Soltanto lettere / d’inchiostro senza briglie / sanguino sul foglio”.
Le parole assumono una vita che le rende indipendenti dalla volontà di chi le vorrebbe usare: sono parole-scala, parole-ordine, parole-passo per avanzare nel mondo, parole-suono che partono alla ricerca del senso delle cose, e che nel loro sfuggire al controllo incespicano, rischiano di andare “allo sbando”, o di “ragliare in una cantilena / senza motivo senza cervello”; come insetti o molluschi, le parole forzano la volontà di chi vorrebbe insorgere “al solo sentirle strisciare / sgusciare dalle mie labbra / da sotto la lingua non mai dalla testa”.
E ancora, in un altro luogo: “Ogni volta che scrivo / dal mio occhio blu / è uno scroscio di labbra / un ritorno di pioggia nelle vene”. E non resta che inseguirle, quelle parole, “riavvolgere… le più invasate”, anche a rischio di “combattere corpo a corpo” per ricondurle indietro, o dentro, e “impastarle”, “ammansirle” finalmente “tramutate in grani rilucenti”.
Il corpo sembra originarle senza requie come secrezioni, con tale dovizia che accanto al bisogno di parola se ne vede sorgere un altro, di “silenzio” (parola evocata più volte), un “silenzio” da “fondali”, da “abisso”. Non è un caso che Elio Grasso, sulla quarta di copertina, parli del lucido racconto di una “speleologia dell’io”.

venerdì 18 dicembre 2015

"Neve, cane, piede" su Il Mattino

Il 2 dicembre, il quotidiano di Napoli "Il Mattino"ha ospitato una bellissima recensione intitolata "La solitudine è comicità tenerissima" firmata da Fabrizio Coscia, che riprende e sintetizza quanto già scritto per Succede Oggi.

Adelmo Farandola, il protagonista del nuovo romanzo di Claudio Morandini Neve, cane, piede (Exòrma, pagg. 144, euro 13), vive lontano dal consorzio umano, in un vallone «brutto e pietroso» delle Alpi, d’invero pieno di valanghe e in primavera e autunno «straziato dai torrenti». Adelmo non vuole altro che vivere la sua vita di montagna, quasi ferina, scandita dal passaggio delle stagioni. Per tenersi ancora più lontano dagli odiati uomini, d’estate si spinge fino a un antico bivacco abbandonato, in cima a un colle tra le pietraie, da dove scaccia a sassate i rari escursionisti.

Scende in paese solo guidato dalla necessità di fare provvista per l’inverno, e per il resto ha come unica compagnia un cane, con il quale parla, e che a sua volta gli parla. Sì, perché la forzata solitudine di Adelmo ha di questi effetti collaterali: animali che palano con lui, ragionano, litigano; voci che risuonano nella sua mente, e la memoria che tira brutti scherzi, con amnesie clamorose. Finché un giorno di primavera il vecchio eremita vede spuntare un piede d’uomo da una valanga, e decide di aspettare il disgelo, per scoprire a chi appartenga, mettendosi a vegliare su quel piede e difendendolo dai corvi. Un dubbio atroce lo attanaglia: che quel piede appartenga a qualcuno che ha conosciuto, qualcuno che lui stesso abbia potuto uccidere senza ricordarselo. Attorno a questo enigma che lentamente si scioglie insieme alla neve, Morandini costruisce un romanzo breve impeccabile, capace di forzare schemi e strutture narrative tradizionali, «schivando il galateo del plot», senza però mai cedere di una pagina alla cura del dettaglio, alla precisione lessicale, al ritmo musicale della frase. Sembra voler rinunciare a tutto il superfluo, per concentrarsi sull’essenziale, rivelandosi scrittore di cose e non di parole, ma che dalle parole riesce a ricavare risonanze intime, barbagli lirici, visioni. Insomma, un libro di una scabra e intensa poesia, ma anche di una comicità tenerissima, che ammicca allo Charlot della «Febbre dell’oro». Memore della lezione dello svizzero Charles-Ferdinand Ramuz, Morandini raggiunge così l’obiettivo, non scontato, di cogliere il generale dal massimo del particolare: la vicenda, per quanto apparentemente lontanissima da noi, non è solo la testimonianza della fine di un’epoca (e di un paesaggio, e di un modo di rapportarsi con la natura), ma è anche la metafora della profonda solitudine dell’uomo.