Del romanzo di Stéphanie Hochet, “Le effemeridi”,
uscito nel 2012 in Francia presso le Éditions Rivages con il titolo “Les
éphémérides” e ora pubblicato in Italia dalle Edizioni La Linea di Bologna (nella
traduzione di Monica Capuani), ho parlato in un post precedente. Nonostante la
giovane età (è nata nel 1975), Stéphanie ha all’attivo altri sette romanzi,
pubblicati da editori importanti come Laffont, Fayard, Stock, Flammarion, e sta
per vedere pubblicato il nono, il breve “Sang d’encre”, dalle Éditions des
Busclats. È il momento di conoscerla più da vicino.
C. M. Stéphanie,
come vorresti presentarti al pubblico italiano, al di là delle notizie
biografiche?
S. H. Sono uno scrittore che è in cerca e non sa se
trova, ma questa frustrazione è probabilmente all’origine del mestiere di scrittore e io ho bisogno di
pormi delle domande fondamentali nel momento in cui invento una storia. E
proprio attraverso l’invenzione di questa storia l’essenziale della mia riflessione
sulla natura umana può prendere forma: il romanzo mi pone nella condizione, mi consente
di tracciare un senso in un universo ridotto a qualche centinaio di pagine. Un
mondo senza creazione letteraria per me sarebbe solo un deserto. Da studentessa
mi sono appassionata al teatro di Shakespeare, alla sua raffinatezza popolare,
al suo dinamismo poetico. E sento spesso il bisogno di andare a cercare altrove
le mie fonti di ispirazione: l’Inghilterra e la letteratura inglese per “Le
effemeridi”, e prima ancora gli Stati Uniti del sud con il “Combat de l’amour
et de la faim” e l’Italia con “La distribution des lumières”.
C. M. Come si collocano “Le effemeridi”
nell’insieme della tua produzione narrativa? Quali sono i temi che vi si
possono ritrovare, qual è il percorso che hai tracciato da “Moutarde douce”
fino a qui? Conosco tutti i tuoi romanzi e in essi tendo a avvertire la continuità
piuttosto che le differenze; e vedo ne “Le effemeridi” una sorta di grandiosa
sintesi dei tuoi temi e della tua ricerca espressiva. Vedo giusto?
S.
H. Con “Le effemeridi” ho la sensazione
di avere realizzato un libro molto importante per me, sia sul piano del
contenuto sia su quello della forma. “Le effemeridi” riunisce tutti i miei
demoni : l’esperienza gemellare dell’arte e della sofferenza, l’attesa dell’amore,
la frenesia del vivere e la violenza, il terrore, i percorsi di libertà aperti
dalla poesia. Non avrei potuto scriverlo se non ci fossero stati prima gli
altri romanzi che mi hanno permesso di essere più ambiziosa.
C. M. Una volta, durante un’intervista radiofonica
alla RAI, hai parlato del piacere
dell’invenzione e del piacere della
precisione in rapporto alla scrittura. Questa dimensione epicurea del lavoro dello scrittore mi
ha molto impressionato (detto tra noi, mi ci ritrovo pienamente). Nel caso de “Le
effemeridi”, su quali aspetti si è concentrato questo piacere?
S.
H. L’ho scritto animata da una grande
gioia, perché sentivo di condurre il lettore in un universo misterioso di cui a
poco a poco andavo svelando le singolarità (la “casa chiusa” in cui lavora
Tara, il magazzino del pittore Simon Black, ispirato a Francis Bacon, e la
strana madre Sophie, la cui ossessione genitoriale sta per trasformarsi in
follia). Nel procedere della scrittura ho voluto esprimere al massimo le
sensazioni di ognuno dei personaggi, in modo da portare il lettore a vedere
attraverso i loro occhi. Era inoltre necessario che i personaggi si liberassero
di ciò che li tratteneva. E ancora, mi sono proposta di descrivere i Dog, questi
cani mostruosi che sopravvivranno alla catastrofe predetta dall’Annuncio…
C. M. I tuoi libri esigono dei lettori attenti e
concentrati, in qualche modo disposti a mettere in gioco tutta la loro perspicacia
in gara con lo scrittore. “Le effemeridi”, per esempio, sembra giocare
(scherzare perfino) con alcuni cliché del cinema catastrofico e della
fantascienza, e sconvolgere sempre l’orizzonte d’attesa dei lettori. È così?
S.
H. In effetti, scrivendo il libro, non
potevo impedirmi di pensare a certe sceneggiature di film sulla fine del mondo
che sovente sono prevedibili ; volevo distorcere e smentire questi
preconcetti apocalittici, lasciare al lettore la possibilità di interpretare
alcuni fatti – fare affidamento sul lettore, insomma. Questo Annuncio, sorta di
morte annunciata a tutti i personaggi, è una metafora della nostra finitezza.
Amo affrontare dei soggetti seri con un distacco ironico, più la cosa è seria
più è il caso di divertirsi. Definisco il romanzo un libro di anticipazione e
non un libro di fantascienza dal momento che mi dedico a rappresentare la
società così com’è (o così come la vedo io, un romanzo è sempre soggettivo) manovrando
il cursore del tempo. Se avessi voluto scrivere un romanzo di fantascienza,
avrei dovuto dare al lettore dei ragguagli scientifici,
una teoria sul cataclisma che non avrebbe più avuto molto di letterario. Ho
preferito lavorare sull’aspetto poetico su una base di scherzo.
C. M. Un’altra domanda. Qual è il tuo rapporto con
l’Italia (e la letteratura italiana)? Nel tuo romanzo “La distribution des
lumières” il protagonista Pasquale Villano citava autori come Buzzati,
Landolfi, Fenoglio, Pavese…
S.
H. Nutro una grande ammirazione per gli
autori che hai appena citato (aspetto anche la traduzione francese del tuo ultimo
romanzo, di cui si è detto un gran bene…). La letteratura italiana è un
riferimento indispensabile per ogni scrittore francese in quanto conduce sul
solco comune della cultura latina. Il mio nuovo racconto che sta per uscire
presso le Éditions des Busclats, “Sang d’encre”, in un primo tempo si sarebbe
dovuto intitolare “La phrase latine”, e vi cito anche Pavese, di cui “La bella
estate” e “Il mestiere di vivere” mi hanno impressionato come accade di rado.
Come tutti i grandi autori, Pavese ci accompagna nel tempo, passano gli anni e
si ha sempre voglia di rileggerlo. Quanto all’Italia, è una destinazione
fiabesca, pronunciare il nome di questo paese è già evocare il sogno. E poi ci
sono i miei amici italiani.
C. M. Puoi parlarci del rapporto che come
scrittrice hai con i tuoi personaggi, in particolare con quelli de “Le
effemeridi” ?
Sono
proprio i personaggi a farmi provare il desiderio di scrivere. Quando vivevo in
Scozia, il caso mi ha fatto incontrare la persona che mi ha ispirato il
personaggio di Tara, questa prostituta amante-moglie e allevatrice di cani. Era
così impressionante! Eppure mi ci sono voluti più di dieci anni prima che la
potessi inserire in una struttura narrativa di una certa ampiezza. Tara
incontra una replica di Francis Bacon, un pittore questo che mi affascina da
molto tempo (ho anche avuto la fortuna di incontrare un critico d’arte che lo
ha intervistato). Quanto ai personaggi di Sophie e di Ludivine, la madre e la
figlia, sono, se mi passi l’espressione, i più tipicamente hochettiani, sono quelle creature infernali che si possono
incontrare in qualunque famiglia.
Questa nostra breve conversazione (che ho tradotto
in italiano come meglio ho potuto) termina qui. Ma Stéphanie Hochet alla fine
di febbraio sarà in Italia, per un paio di incontri nell'ambito del Festival di
Narrativa Francese 2013. Più precisamente, martedì 26 febbraio, alle 17.30,
presenterà LE EFFEMERIDI (La Linea, 2013) a Milano, presso la Libreria Coop
Statale, in via Festa del Perdono 12. Insieme all'autrice, interverranno
Gabriele Dadati e Marina Emanuelli.
Giovedì 28 febbraio, alle 18.00, Stéphanie sarà a
Bologna, alla Libreria Ibs.it, in via Rizzoli 18, insieme con Jadel Andreetto e
Cristina Monti.
https://letteratitudinenews.wordpress.com/2013/02/23/intervista-a-stephanie-hochet/