Maurizio Salabelle
La famiglia che perse tempo
Quodlibet, 2015
Pablo D’Ors
L’amico del deserto
Quodlibet, 2015
Parlare di due romanzi tanto
diversi come La famiglia che perse tempo
di Maurizio Salabelle e L’amico del
deserto di Pablo D’Ors, tra le ultime uscite della collana “Quodlibet
Compagnia Extra” curata da Jean Talon e Ermanno Cavazzoni, è un po’ come
accostare gli asparagi e l’immortalità dell’anima – lo fece, come è noto,
Achille Campanile, riuscendo pure a trovare punti in comune tra argomenti così
distanti. Azzarderemo anche noi l’accostamento, rassicurati dal fatto che la
collocazione di entrambi in una collana tanto ben caratterizzata come “Compagnia
Extra” istituisce già una sintonia, per quanto sotterranea.

Lasciamo da parte per il
momento gli asparagi, per così dire, e partiamo dall’immortalità dell’anima. L’amico del deserto di Pablo D’Ors,
nella fine, equilibrata traduzione di Marino Magliani, traccia con i toni e
anche le semplificazioni del romanzo una possibile storia di spiritualità. E lo
fa, va dato atto, senza scivolare nel didascalico o nell’agiografico. Il
madrileno D’Ors, che è sacerdote, quando mette mano a un romanzo è prima di
tutto scrittore. E il lettore ingenuo può sorprendersi che un sacerdote nello
scavare tra i pensieri e le pulsioni dei suoi personaggi parli di sensualità,
di attrazione fisica ed esprima dubbi che i cattolici tutti d’un pezzo
negherebbero di covare. Ma appunto, qui a parlare è lo scrittore, il narratore
di storie, capace di immadiata empatia con le vite poco ortodosse dei suoi
personaggi.
La trama è presto detta,
e non peccheremo di spoiler a rivelarla, perché l’imprevedibilità non è
esattamente tra i suoi obiettivi: il protagonista, Pavel, entra a far parte di
un circolo, l’Associazione amici del deserto, che coltiva la passione per i
territori brulli e disabitati del mondo e organizza periodicamente spedizioni
per conoscerli da vicino. La prima esperienza in Marocco è per la verità scoraggiante,
ma l’idea del deserto sopravvive a qualunque delusione: ed è così che nelle
spedizioni successive Pavel acquisisce una dimestichezza maggiore con il
deserto, e sviluppa un bisogno di deserto che va al di là della passione
geografica per diventare una necessità eminentemente spirituale. Pavel cambia,
scopre il silenzio, il distacco dal superfluo, la forza del pensiero e della
contemplazione. L’ultimo deserto presso cui si stabilisce (da solo, come un
eremita contemporaneo, alieno da deliri e sbandate demonologiche) sembra
parlargli con una lingua fatta di segni – i segni sempre diversi dei profili
cangianti delle dune, che lui disegna come per cercarne una costante. La vista
si è fatta ascolto: se il deserto parla quella lingua di linee ondulate, di
tratteggi e di ombre, che bisogno c’è delle parole umane? Che senso ha
pronunciarle e scriverle? Il deserto (suggerisce D’Ors con delizioso pudore)
potrebbe parlare il linguaggio di Dio – la grandiosità del panorama è tale, e
tale il silenzio «che, se ci fosse un Dio, sono sicuro che avrebbe stabilito lì
il suo domicilio». Ma Dio non si manifesta, o forse si manifesta proprio
attraverso il silenzio.
In questo senso il breve
romanzo L’amico del deserto è il
fratello romanzesco (più tenero, più irriverente anche) del breve trattato Biografia del silenzio, che Vita e
Pensiero ha pubblicato nel 2014 nella traduzione di Danilo Manera: opere
entrambe animate dallo stesso denso misticismo, che argomentano attorno alla
stessa tesi con strumenti diversi.

Veniamo agli asparagi,
dunque. La famiglia che perse tempo è
il primo romanzo di Maurizio Salabelle, uno di quegli autori destinati a
rimanere oggetto di culto in nicchie ben nascoste. Primo a essere scritto (alla
fine degli anni Ottanta), ultimo a essere pubblicato (Salabelle è scomparso nel
2003), periodicamente rifinito e altrettante volte rimesso da parte in favore
di opere più recenti dallo stesso autore, è la storia, torpida, nebbiosa,
lutulenta, di una famiglia inerte e dei suoi traslochi in una metropoli senza
nome, malata e in continua trasformazione – una città invisibile che, per la
sua natura caotica e indefinibile, sembra uno scarto del geometrico libro di
Calvino. I personaggi si aggirano inebetiti per le stanze, in preda a noie
spaventose, schiacciati da un male di vivere che si manifesta in periodici contagi
di morbi che influiscono sulla loro capacità di interpretare la realtà,
definire gli spazi, riconoscere le priorità, rimanere afferrati a un senso
delle cose e di se stessi, cogliere la scansione del tempo (soprattutto
questo), prigionieri quasi sempre di appartamenti in cui tutto sembra morire, e
anche gli oggetti (i libri, gli armadi, soprattutto gli orologi) soffrono di
malattie debilitanti. A volte, e a turno, uno di loro sembra uscire dal
torpore, esce di casa, esplora i quartieri, si avventura in zone nuove della
città: l’io narrante tenta per un po’ di lavorare come autista su un mezzo
pubblico, ma le linee che gli sono affidate in zone instabili della metropoli
diventano derive senza scopo e direzione; la sorella Maria Paola registra su un
quaderno gli avvenimenti familiari, e per qualche pagina si porta pure in casa
un fidanzato che suscita sgomento e agitazione (un’agitazione al ralenti) nei
familiari; i fratello Federico si dà arie da dottore, fa ricerche, in realtà
combina poco. I più inerti di tutti sono il padre, sussiegoso e verboso, per il
quale ogni sciocchezza diventa occasione di conferenze e filippiche ai
congiunti, che però sono troppo svogliati e cocciuti per ascoltarle e tenerne
conto; e la madre, che di lui è l’ombra.
Il romanzo racconta poco
altro, oltre ai dimessi tentativi di darsi un senso, ai traslochi, i
battibecchi e la registrazione dei cambiamenti del mondo e dei disturbi che colpiscono
gli uomini e interi quartieri cittadini: giusto qualche proiezione domestica di
film, un po’ di televisione,
Le case in cui abitano i
personaggi finiscono per assomigliarsi tutte: polverose, ombrose, pervase da un
odore di stantio che si avverte benissimo alla lettura (potenza delle
sinestesie!), simili a quei luoghi precisi eppure vaghi che vengono
architettati in certi sogni da cui non riusciamo a svegliarci. La bandella
accosta Salabelle a Jacovitti, per l’esuberanza accumulatoria che spingeva
l’uno a riempire le vignette di salami e lische, l’altro a ingombrare di
oggetti inutili e mobilia stantia le sue pagine; e insiste sulla comicità che
pervaderebbe ogni pagina. L’umorismo paradossale e esasperante, tutto giocato
sull’incongruo, sulla ripetitività, sull’esasperazione e sulla degradazione, in
effetti c’è, ma non suona così timbricamente rilevante nell’orchestrazione
generale. Se si pensa a romanzi successivi di Salabelle, come Il maestro Atomi, si avrà un’idea del
senso dell’umorismo, stralunato, scoppiettante di invenzioni, più lieve e anche più infantile, a cui
l’autore indulgerà. Qui, piuttosto, nella Famiglia
che perse tempo, si percepisce un tono ossessivo e crepuscolare, e si
rimane prigionieri di una storia che non procede davvero e tende a ripetersi –
sospettiamo che una lettura in chiave psicologica potrebbe ricavarne una
casistica da manuale di diverse forme di depressione grave. Intendiamoci: non
stiamo esprimendo delle riserve sul romanzo, che resta importante, ottimamente
scritto, e diventa appiccicoso per la forza che ha nell’evocare luoghi e stati
d’animo; stiamo cercando di definirlo in qualche modo, ben sapendo che è il
tipo di libro che non si lascia definire, che sfugge a ogni pretesa di
classificazione o di addomesticamento.