domenica 24 gennaio 2016

"Neve, cane, piede" sul Sole 24 Ore

Orazio Labbate firma, su Domenica 24 del Sole 24 ore del 17 gennaio 2016, una bella recensione intitolata "Una speciale letteratura della malinconia" del mio "Neve, cane, piede".
“Alla fine di un sogno a occhi aperti in cui l’intero paese viene dato alle fiamme, fiamme alte, urlanti, contro cui si agitano invano le sagome dei pompieri e su cui invano ruotano le pale degli elicotteri carichi d’acqua – alla fine di quel sogno, Adelmo Farandola, placato, si siede su un masso e riesce persino a sorridere. Guarderà nella stalla solo perché non si sa mai. Ormai però, nella sua fantasia, tra il fumo degli incendi finalmente domati, la stalla aperta gli rivela scorte di cibo e vino.”
“Neve, cane, piede” (Exòrma, 2015), è un libro di speciale qualità letteraria, fatto di quel fulgore solitudinale, pregiato, in grado di mai svelare il difficile confine tra materico e non. Nelle Alpi, didentro quei valloni innevati che sembrano d’altri mondi, si muove come un’ombra di carne Adelmo Farandola insieme al suo cane. Rinchiuso nella baita, nel domestico silenzio, nel procedere atavico delle stagioni, e nel rumore del tempo, sigilla la sua vita. Fino a un’insidia del fato.
La trama, netta, che si percepisce come una sorta di seconda presenza, uno spazio atteso e saggio, scandito dai metafisici (oppure reali) dialoghi col cane, è condita da una lingua che suona come un violino potente e insieme preziosamente spiritato. Lo stile è dunque in possesso di una linearità saggia tale da concedere quel salto verso la questione del metafisico.
“Nevica ancora, per notti intere, di giorno poi un vento violento e caldo comprime quella neve, alternandosi con l’aria gelida della notte e la rende dura come pietra.” E nonostante la dimensione reale si avvicendi grazie agli inattesi eventi o alla presenza di personaggi, il tempio immateriale eretto da Morandini si legge sempre movimentato dai territori e dal protagonista che è letterariamente carne e fantasma.
(Orazio Labbate, Domenica 24 del Sole 24 ore, 17 gennaio 2016)

"Neve, cane, piede" su Il Paradiso degli Orchi

Riprendo la bella recessione firmata da Giovanna Repetto per la rivista letteraria online "Il Paradiso degli Orchi".

Ne esistono ancora, di questi eremiti. L’Italia, che in tante parti è sovraffollata, che fa fiorire ovunque aiuole di case con la tendenza a tappezzare di mattoni ogni centimetro quadrato, che si direbbe ormai tutta piena e svelata, eppure fra le sue montagne nasconde ancora angoli selvaggi. Mio padre ne andava continuamente in cerca e li trovava. E, un po’ eremita anche lui, vi scopriva spesso eremiti che si erano sottratti al rumore del mondo. Così non mi stupisce la storia che racconta Morandini, e tanto meno mi stupisce che il primo spunto d’ispirazione sia nato da un personaggio vero.
Che poi l’avventura di un solo uomo acquisti nel suo svolgersi le dimensioni di una solitudine esistenziale, direi che è un destino inevitabile, quando Claudio Morandini ci mette le mani.
Personaggio non facile, Adelmo Farandola, schivo e misantropo fino all’antipatia, non lascia però indifferenti. Soprattutto colpisce la sua ostinazione. È come un soldato in missione, e il suo obiettivo è di ottenere il massimo isolamento possibile. È una difesa? È il prodotto dei traumi della guerra, e prima ancora dell’elettricità che passava nei fili dell’alta tensione sopra il suo villaggio inquinando i cervelli degli abitanti? Comunque sia è in fuga da ogni contatto, e in definitiva perfino dal contatto con se stesso. Si isola dal suo corpo lasciandolo coprire via via da uno strato di sudiciume, e si ritira perfino dalla propria mente sprofondando sempre più in un limbo della memoria. Ha in sé qualcosa di ineluttabile e disperato (direi tranquillamente disperato), come certi personaggi di Paul Auster che implodono lentamente.
Spesso il mondo esterno cerca di stanarlo e qualche volta lui deve scendere a compromessi: per acquistare le provviste nell’emporio del paese, per rispondere alle domande indiscrete del guardiacaccia, per sopportare la vicinanza di un cane che si intestardisce ad essergli amico.
Qualche lettore potrebbe sorprendersi del fatto che Adelmo Farandola parli in continuazione con esseri animati e inanimati, umani o animali, e soprattutto potrebbe sorprendersi del fatto che tutti questi interlocutori gli rispondano, e dio ne scampi potrebbe scambiare tutta la storia per una favola. Non lo è.
Il fatto vero, verissimo, è che la mente umana è conformata per il dialogo. Piuttosto che tacere del tutto, cosa che la sua natura non contempla, la mente inventa monologhi. Ma poiché anche il monologo alla fine non le è congeniale, necessariamente si ingaggia in un dialogo, non importa come. Così Adelmo parla con tutto quello che lo circonda: neve, cose, animali, personaggi dei suoi ricordi, cadaveri. E alla fine, per il fatto stesso che li intende come interlocutori, ne percepisce le risposte.
La gente immagina che la montagna sotto la neve sia il regno del silenzio. Ma neve e ghiaccio sono creature rumorose, sfrontate, beffarde. (…) Là sotto, nella baita compressa dai metri di neve, tutto giunge attutito, ma giunge. E quel baccano che perdura anche di notte sembra modularsi come una partitura di voci. (…)
- Se lo dici tu – butta lì allora Adelmo Farandola, a un borborigmo del ghiaccio.
Oppure: - Certo, come no – a uno schianto troppo lontano per essere davvero minaccioso.
Gli sgocciolii che di giorno sembrano annunciare la primavera lo fanno ridere e un po’ lo esasperano. – Allora, la finiamo o no? – scatta allora, con una stizza parodistica.
- Prego? – equivoca il cane.
- Non parlavo con te - dice Adelmo Farandola.
- Ah, no?
- No. Sciò, sciò!
Le pagine in cui si parla del rapporto con la neve, di quella neve animata e intrusiva che diventa persona, sono fra le più belle e suggestive non solo del romanzo, ma di qualsiasi libro io abbia letto sull’argomento. Vi ho ritrovato sensazioni che anch’io, senza essere Adelmo Farandola, ho provato in analoghe situazioni. Mio padre, che come dicevo era anche lui un po’ eremita, non mi lesinava campeggi invernali in baite remote, tanto che una volta, sorpresi da una nevicata, toccò fare sette chilometri a piedi, sprofondando nella neve fino all’inguine, per riprendere contatto con il consorzio umano. Dunque, se riconosco nel romanzo certe sensazioni, so quello che dico. Devo aggiungere però che per me nel curriculum di Morandini A gran giornate detiene ancora il primo posto.

Giovanna Repetto,


mercoledì 6 gennaio 2016

Da Fuori Asse n. 15: Luísa Marinho Antunes

Luísa Marinho Antunes
Creare la parola, creare il mondo
Libreria Ticinum Editore, 2015


Con Creare la parola, creare il mondo, Luísa Marinho Antunes, docente di Letterature Comparate all’Università di Madeira, apre al lettore italiano, che dei poeti contemporanei di lingua portoghese conosce assai poco, una finestra sulla vivace scena letteraria d’area lusofona. La sua è insieme una ricognizione rigorosa della letteratura del dopo-Pessoa e una riflessione appassionata sulla poesia senza frontiere e sulla lingua poetica come fertile terreno di mescolanza e molteplicità.
Le origini di questa raccolta di saggi risalgono al 2002, quando Kamen’. Rivista di Poesia e Filosofia, ha invitato l’autrice a scegliere quali poeti contemporanei del Portogallo tradurre e proporre. Ai primi nomi di Herberto Hélder e António Ramos Rosa, a quel tempo non del tutto ignoti in italiano, ma più ampiamente conosciuti sul piano internazionale, si sono poi aggiunti altri autori del mondo lusofono, che, come confida la stessa autrice nel risvolto di copertina, «in una vera fruizione della lingua, cercano nelle parole le voci di nuove sensazioni e percezioni, offerte dal loro mondo. Lingua trapiantata, il portoghese diventa con i poeti lusofoni una geografia del corpo, rappresentante dell’anima, dell’essere mozambicano, angolano, capoverdiano, sud-americano».
Ed è stata la volta di Luís Carlos Patraquim, poeta del Mozambico, e Arménio Vieira, di Capo Verde, «esempi dell’espressione/creazione di un vecchio-nuovo mondo, dove si incrociano cammini, uomini e affetti, il fisico e l’immaginario, e dove nulla viene cancellato, ma tutto si dà nella ricostruzione di un nuovo corpo.» Alcuni testi proposti in versione bilingue consentono di assaporare, alla fine di ogni saggio, la diversità delle voci di tutti questi autori.
L’obiettivo, anzi l’ambizione di questo libro, pienamente condivisibile, è di aprire, attraverso il confronto con l’espressione dei poeti lusofoni, «vie di riflessione sui poeti italiani e viceversa, consentendo di valutare le diverse tradizioni culturali e letterarie dell’Europa e raccontando molteplici dimensioni del fare arte, in un ripensamento dell’umano e dei suoi rapporti col mondo.» Su questo aspetto insiste l’acuto saggio finale, non a caso intitolato “Multiculturalità e lusofonia: la lingua in libertà”.
Luísa Marinho Antunes, insomma, ripone una grande fiducia nell’«autenticità» della viva esperienza poetica. Anche per questo la conclusione della sua nota è di tono tutt’altro che accademico: «Poeti che pensano in maniera seria l’arte, la tecnica, i contenuti e che rispettano la responsabilità della parola, il suo peso nella contemporaneità, attraverso l’universalità e l’atemporalità delle diverse sfaccettature dell’esistenza. Poeti lusofoni e italiani. Poeti autentici.»

http://cooperativaletteraria.it/index.php/fuoriasse/112-fuoriasse-n-15/600-fuoriasse-15-novembre-2015.html

martedì 5 gennaio 2016

Da Fuori Asse n. 15: Salabelle, D'Ors

Maurizio Salabelle
La famiglia che perse tempo
Quodlibet, 2015

Pablo D’Ors
L’amico del deserto
Quodlibet, 2015

Parlare di due romanzi tanto diversi come La famiglia che perse tempo di Maurizio Salabelle e L’amico del deserto di Pablo D’Ors, tra le ultime uscite della collana “Quodlibet Compagnia Extra” curata da Jean Talon e Ermanno Cavazzoni, è un po’ come accostare gli asparagi e l’immortalità dell’anima – lo fece, come è noto, Achille Campanile, riuscendo pure a trovare punti in comune tra argomenti così distanti. Azzarderemo anche noi l’accostamento, rassicurati dal fatto che la collocazione di entrambi in una collana tanto ben caratterizzata come “Compagnia Extra” istituisce già una sintonia, per quanto sotterranea.


Lasciamo da parte per il momento gli asparagi, per così dire, e partiamo dall’immortalità dell’anima. L’amico del deserto di Pablo D’Ors, nella fine, equilibrata traduzione di Marino Magliani, traccia con i toni e anche le semplificazioni del romanzo una possibile storia di spiritualità. E lo fa, va dato atto, senza scivolare nel didascalico o nell’agiografico. Il madrileno D’Ors, che è sacerdote, quando mette mano a un romanzo è prima di tutto scrittore. E il lettore ingenuo può sorprendersi che un sacerdote nello scavare tra i pensieri e le pulsioni dei suoi personaggi parli di sensualità, di attrazione fisica ed esprima dubbi che i cattolici tutti d’un pezzo negherebbero di covare. Ma appunto, qui a parlare è lo scrittore, il narratore di storie, capace di immadiata empatia con le vite poco ortodosse dei suoi personaggi.
La trama è presto detta, e non peccheremo di spoiler a rivelarla, perché l’imprevedibilità non è esattamente tra i suoi obiettivi: il protagonista, Pavel, entra a far parte di un circolo, l’Associazione amici del deserto, che coltiva la passione per i territori brulli e disabitati del mondo e organizza periodicamente spedizioni per conoscerli da vicino. La prima esperienza in Marocco è per la verità scoraggiante, ma l’idea del deserto sopravvive a qualunque delusione: ed è così che nelle spedizioni successive Pavel acquisisce una dimestichezza maggiore con il deserto, e sviluppa un bisogno di deserto che va al di là della passione geografica per diventare una necessità eminentemente spirituale. Pavel cambia, scopre il silenzio, il distacco dal superfluo, la forza del pensiero e della contemplazione. L’ultimo deserto presso cui si stabilisce (da solo, come un eremita contemporaneo, alieno da deliri e sbandate demonologiche) sembra parlargli con una lingua fatta di segni – i segni sempre diversi dei profili cangianti delle dune, che lui disegna come per cercarne una costante. La vista si è fatta ascolto: se il deserto parla quella lingua di linee ondulate, di tratteggi e di ombre, che bisogno c’è delle parole umane? Che senso ha pronunciarle e scriverle? Il deserto (suggerisce D’Ors con delizioso pudore) potrebbe parlare il linguaggio di Dio – la grandiosità del panorama è tale, e tale il silenzio «che, se ci fosse un Dio, sono sicuro che avrebbe stabilito lì il suo domicilio». Ma Dio non si manifesta, o forse si manifesta proprio attraverso il silenzio.
In questo senso il breve romanzo L’amico del deserto è il fratello romanzesco (più tenero, più irriverente anche) del breve trattato Biografia del silenzio, che Vita e Pensiero ha pubblicato nel 2014 nella traduzione di Danilo Manera: opere entrambe animate dallo stesso denso misticismo, che argomentano attorno alla stessa tesi con strumenti diversi.


Veniamo agli asparagi, dunque. La famiglia che perse tempo è il primo romanzo di Maurizio Salabelle, uno di quegli autori destinati a rimanere oggetto di culto in nicchie ben nascoste. Primo a essere scritto (alla fine degli anni Ottanta), ultimo a essere pubblicato (Salabelle è scomparso nel 2003), periodicamente rifinito e altrettante volte rimesso da parte in favore di opere più recenti dallo stesso autore, è la storia, torpida, nebbiosa, lutulenta, di una famiglia inerte e dei suoi traslochi in una metropoli senza nome, malata e in continua trasformazione – una città invisibile che, per la sua natura caotica e indefinibile, sembra uno scarto del geometrico libro di Calvino. I personaggi si aggirano inebetiti per le stanze, in preda a noie spaventose, schiacciati da un male di vivere che si manifesta in periodici contagi di morbi che influiscono sulla loro capacità di interpretare la realtà, definire gli spazi, riconoscere le priorità, rimanere afferrati a un senso delle cose e di se stessi, cogliere la scansione del tempo (soprattutto questo), prigionieri quasi sempre di appartamenti in cui tutto sembra morire, e anche gli oggetti (i libri, gli armadi, soprattutto gli orologi) soffrono di malattie debilitanti. A volte, e a turno, uno di loro sembra uscire dal torpore, esce di casa, esplora i quartieri, si avventura in zone nuove della città: l’io narrante tenta per un po’ di lavorare come autista su un mezzo pubblico, ma le linee che gli sono affidate in zone instabili della metropoli diventano derive senza scopo e direzione; la sorella Maria Paola registra su un quaderno gli avvenimenti familiari, e per qualche pagina si porta pure in casa un fidanzato che suscita sgomento e agitazione (un’agitazione al ralenti) nei familiari; i fratello Federico si dà arie da dottore, fa ricerche, in realtà combina poco. I più inerti di tutti sono il padre, sussiegoso e verboso, per il quale ogni sciocchezza diventa occasione di conferenze e filippiche ai congiunti, che però sono troppo svogliati e cocciuti per ascoltarle e tenerne conto; e la madre, che di lui è l’ombra.
Il romanzo racconta poco altro, oltre ai dimessi tentativi di darsi un senso, ai traslochi, i battibecchi e la registrazione dei cambiamenti del mondo e dei disturbi che colpiscono gli uomini e interi quartieri cittadini: giusto qualche proiezione domestica di film, un po’ di televisione,

Le case in cui abitano i personaggi finiscono per assomigliarsi tutte: polverose, ombrose, pervase da un odore di stantio che si avverte benissimo alla lettura (potenza delle sinestesie!), simili a quei luoghi precisi eppure vaghi che vengono architettati in certi sogni da cui non riusciamo a svegliarci. La bandella accosta Salabelle a Jacovitti, per l’esuberanza accumulatoria che spingeva l’uno a riempire le vignette di salami e lische, l’altro a ingombrare di oggetti inutili e mobilia stantia le sue pagine; e insiste sulla comicità che pervaderebbe ogni pagina. L’umorismo paradossale e esasperante, tutto giocato sull’incongruo, sulla ripetitività, sull’esasperazione e sulla degradazione, in effetti c’è, ma non suona così timbricamente rilevante nell’orchestrazione generale. Se si pensa a romanzi successivi di Salabelle, come Il maestro Atomi, si avrà un’idea del senso dell’umorismo, stralunato, scoppiettante di invenzioni,  più lieve e anche più infantile, a cui l’autore indulgerà. Qui, piuttosto, nella Famiglia che perse tempo, si percepisce un tono ossessivo e crepuscolare, e si rimane prigionieri di una storia che non procede davvero e tende a ripetersi – sospettiamo che una lettura in chiave psicologica potrebbe ricavarne una casistica da manuale di diverse forme di depressione grave. Intendiamoci: non stiamo esprimendo delle riserve sul romanzo, che resta importante, ottimamente scritto, e diventa appiccicoso per la forza che ha nell’evocare luoghi e stati d’animo; stiamo cercando di definirlo in qualche modo, ben sapendo che è il tipo di libro che non si lascia definire, che sfugge a ogni pretesa di classificazione o di addomesticamento.

lunedì 4 gennaio 2016

Electronicgirls, Sesto Anniversario

Ricevo da Alessandra Trevisan e volentieri condivido il seguente comunicato stampa:

Electronicgirls celebra il sesto anniversario delle sue attività con una nuova uscita discografica e un concerto per orchestra elettronica

Il 9 gennaio 2016 la netlabel electronicgirls celebra il 6° anno di attività presentando la pubblicazione on-line di Pleiadi, album collettivo frutto di una call scaricabile
gratuitamente dal sito dell'etichetta.

I partecipanti alla call hanno eseguito le istruzioni sonore descritte nella partitura Pleiadum Constellatio realizzando dei brani autonomi udibili anche sotto forma di un'unica - omonima - traccia collettiva. Il 9 gennaio la partitura sarà eseguita in live da un'orchestra elettronica affiancata dall'interpretazione in danza di Marianna Andrigo. A seguire il live set elettronico della compositrice parmigiana Patrizia Mattioli e il dj set di LECRI.
Pleiadum Constellatio rientra nella più ampia Silver River; dedicata alla Via Lattea, è una composizione in tre movimenti che descrive il viaggio di un oggetto celeste dallo spazio siderale all'atmosfera terrestre. Il primo movimento Sidereal Cuts, è destinato a due escutori; il secondo, Escape Velocity, è stato pensato per pianoforte e voce soprano e sarà eseguito nella sua versione ridotta. Questo brano deve la sua forma alla trasposizione in note di una mappa degli impatti annuali degli oggetti celesti nell'atmosfera terrestre redatta dalla NASA. Il terzo movimento, Pleiadum Constellatio è un brano organico, frutto dell'intuizione umana limitata da pochi parametri segnalati; è condizionato dall'intima percezione dei suoni, dei Momenti, della densità e del silenzio ed è il risultato di un esperimento casuale che, per sua stessa natura non può essere previsto a priori. Le istruzioni assegnate trovano radici nel pensiero di Galileo, nell'opera di Cage e nei principi della Musica Intuitiva di Stockhausen.
Fanno parte dell'orchestra elettronica: Alberto Favretto (oggetti percussivi); Aldo Aliprandi (voce processata, monocordo, piatti); Alessandra Trevisan (voce processata), B.E.A. (live electronics); Belinda Frank (voce), Bertrand Rossa (piano emulato, live electronics); Chironomia (live electronics, theremin); Johann Merrich (live electronics); LECRI (live electronics); Marianna Andrigo (corpo); Nicolò de Giosa (live electronics); Patrizia Mattioli (live electronics). Partiture e istruzioni a cura di Johann Merrich.
Patrizia Mattioli diplomata in clarinetto al Conservatorio A. Boito di Parma, ha perfezionato gli studi con il master di composizione a Londra. Ha vinto il concorso internazionale di elettroacustica all'IRCAM di Parigi. Si è spesso confrontata con diverse discipline artistiche, teatro, danza, arti visive, poesia, performance, sound projects. Le sue partiture sono state presentate in vari prestigiosi festival, tra cui Biennale di Venezia Danza/Musica, Natura Dèi Teatri, Sguardi Sonori Festival of Media, Time Based Art, Festival di Santarcangelo...
Electronicgirls è un'etichetta discografica indipendente dedicata alla sperimentazione elettronica con distribuzione web. Attenta ai problemi inerenti al diritto d'autore e consapevole dei nuovi canali di diffusione della cultura, ha scelto di rifiutare la tutela della Società Italiana degli Autori ed Editori e di licenziare le sue produzioni con Creative Commons: una posizione al limite tra provocazione e utopia che si pone in atteggiamento critico nei confronti dell'immobilismo del mercato discografico. Electronicgirls distribuisce gratuitamente al pubblico le sue opere realizzate in formato digitale. L'etichetta nasce a Venezia nel 2010 grazie all'incontro tra alcune compositrici di musica elettronica ed elettroacustica. L'attività prende avvio sotto forma di collettivo dedicato alla trasmissione della storia della musica elettronica al femminile, delle nuove proposte sonore e del concetto di una cultura tecnologica paritaria.page1image33800
www.electronicgirls.org

Per informazioni e prenotazioni:
electronicgirls.fest@gmail.com

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Questa serata è possibile grazie a una raccolta fondi (Indovina chi viene a cena? Laboratorio Occupato Morion, 13 dicembre 2015) e ai proventi di una serata live a cura di Bertrand Rossa, Johann Merrich, Umlaut e LECRI (Laboratorio Occupato Morion, 23 ottobre 2015). 
Le iniziative di electronicgirls sono sostenute dall'Associazione Culturale Live Arts Cultures. www.liveartscultures.org
Evento in collaborazione con S.a.L.E. - Signs and Lyrics Emporium