«È un piccolo editore pubblicare un
libro così potente, quasi un oggetto alieno precipitato nelle patrie
lettere: Neve, cane, piede, di Claudio Morandini (Exòrma)» scrive Filippo La Porta recensendo il mio sesto romanzo sul n. 20 della rivista Left. E ancora: «La prosa somiglia al paesaggio
alpestre: nitida e pietrosa, densa e come svuotata.»
lunedì 22 febbraio 2016
mercoledì 17 febbraio 2016
"Neve, cane, piede" sul Messaggero
«Se siete innamorati della fantasia e se pensate che la parola sia il più importante potere in vostro possesso non potete non leggere l’ultimo romanzo di Claudio Morandini, Neve, Cane, Piede, Exòrma edizioni» ha scritto ieri su Il Messaggero.it Diodato Pirone. E ancora: «L'estrema semplicità della trama e il limitatissimo numero dei “personaggi” narrati invece di costituirne un limite ne diventano la forza. Perché la descrizione del rapporto di Adelmo con la natura e i suoi stralunati e bellissimi dialoghi con gli animali diventano un trampolino per parlare di certi percorsi umani».
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martedì 16 febbraio 2016
"Neve, cane, piede" su Carteggi Letterari
Sulla rivista culturale online Carteggi Letterari, Daniela Pericone firma una recensione attenta e sensibile al mio "Neve, cane, piede" (Exòrma, 2015). Ne riprendo la parte finale, invitandovi a leggere il resto su http://carteggiletterari.org.
L’intuizione diegetica di Morandini sta proprio nell’originalità di angolatura da cui indaga la personalità del protagonista. Di Adelmo Farandola ascoltiamo i pensieri e seguiamo le vicende (come quella del ritrovamento di un cadavere che riemerge da una valanga), ma non siamo mai sicuri delle effettive circostanze, perché ogni cosa potrebbe essere solo frutto o interpretazione distorta della sua mente, per follia o demenza o semplicemente assuefazione radicale alla solitudine.
Il vecchio vive nel suo eremo di nevi e rocce con un cane dotato di parola, con cui intrattiene dialoghi serrati (ma anche altri animali che popolano il racconto fanno sentire la loro voce, evidenti interlocutori immaginari), e gli scambi sono vivaci e percorsi a tratti da una vena quasi umoristica. Ma i lampi d’ironia appartengono al cane, la leggerezza è come affidata alla sola parte animale, laddove la storia dell’uomo ha sempre un che di drammatico, un cammino costante sull’orlo del baratro, e Morandini è maestro nel mantenere il lettore per l’intero sviluppo della trama in uno stato di vigile sospensione, che inquieta e affascina al contempo. Grazie a una prosa sorvegliata e ritmica, a una scrittura che ha il nitore della neve, l’asciuttezza della roccia, e lo sguardo assorto della poesia.
Daniela Pericone
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Un nuovo pezzo su Zibaldoni
Su Zibaldoni e altre meraviglie, all'interno della rubrica "Da una provincia di confine", si può leggere nuovo pezzo, intitolato "Hortus conclusus". Ne riprendo una parte, invitandovi a leggere il resto sulla bella rivista diretta da Enrico De Vivo.
http://www.zibaldoni.it/2016/02/13/hortus-conclusus/
Ma più dei campi di patate
dei pensionati degli uffici mi fanno impazzire gli orti abusivi di altri
pensionati. Vengono su ovunque, in città, a ridosso di ogni cosa, anche in
mezzo a incroci pericolosi, al di là dei cavalcavia, in strisce di terra in cui
non si potrebbe stare che su un piede solo, su erte da cui rotolerebbe ogni
cosa, figuriamoci un pomodoro, nei terreni abbandonati lungo fiumi e canali,
anche canali di scolo. Perfino là dove non sapresti come tirar su un filare per
i fagiolini, quegli uomini pazienti riescono a farlo, e di filari ce ne fanno
stare due. Poi erigono baracche che il vento devasta ogni settimana e che loro,
ogni settimana, riedificano, sempre un po’ peggio, con gli stessi materiali di
scarto: pezzi di vecchi mobili, lettiere, lamiere storte, prezzari di gelati.
Non si sa come, riescono anche a piazzare lì, da qualche parte, in bilico sul
nulla, o ad altezza dei tubi di scappamento dei tir, una panchetta, delle
vecchie sedie di fòrmica o di plastica, su cui si schiantano disfatti dalla
fatica dopo aver passato ore in posture assurde per badare alla verdura,
vezzeggiare i cuori di bue o gli insalatari, tenere su di morale i piattoni o i
pisellini, incoraggiare le verze e le zucchine trombetta. Con il tempo, quegli
orti diventano emblemi perfetti di natura in costante disfacimento, in un
circuito perenne di nascita e putrefazione, che certo ricorderà ai più colti o
ai liceali meno distratti la souffrance
del giardino leopardiano. Le foglie marcite diventano nutrimento delle nuove
piante, il puzzo del vecchio e del putrido si mescola con l’aroma del frutto
giovane – e con il fumo delle auto che sfrecciano lì vicino sollevando polvere.
Talvolta, se ci si passa accanto e si presta attenzione, nei rari momenti di
calma del traffico, si percepiscono voci: sono i pensionati che parlano alle
loro piante, le incoraggiano, le premiano, le eleggono a confidenti – avrà un
bel lamentarsi, la sera, la moglie, a casa, che il loro marito non parla mai,
sta sempre con il muso lungo: lui ha già esaurito con le piante tutti gli
argomenti di conversazione.
Oltre alle voci umane, se
si sta un po’ attenti, da quelle enclaves
di rottami provengono anche altri versi: galline, per lo più, qualche oca
sempre un po’ su di giri, o vecchi cani che in casa non vuole più nessuno e
vengono legati lì, a fare la guardia a quel ciclo di compostaggio. C’è vita,
concentrata lì dentro, in quegli spazi esigui, nascosta da rottami e frasche e
vecchi materassi pieni di macchie: e litiga, difende i suoi spazi, protesta
contro il fracasso che viene dalla strada.
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domenica 14 febbraio 2016
"Neve, cane, piede" su Nazione Indiana
Di "Neve, cane, piede" si è parlato a più riprese sull'importante rivista letteraria Nazione Indiana. Dapprima un post di Francesca Fiorletta ha ripreso un capitolo del romanzo (lo si può leggere qui), poi Marino Magliani, nell’ampio articolo-racconto L’uomo che forse faceva finta di dormire, suddiviso in due parti, si è soffermato anche su “Neve, cane, piede”. Scrive Magliani tra l'altro: «Morandini non ci racconta la luce delle montagne, non ci mostra la montagna di Cézanne, ma quella che esplode dall’interno, quella che si vedrebbe da dentro, e allora da dentro scopriamo cose inedite, o impensabili, la sorpresa è lo stupendo giallo del muretto della veduta di Delft di Vermeer, davanti al quale Bergotte di Proust è riuscito a morire. Adelmo ci racconta l’interno della sua baracca, la lingua muta della montagna, il catalogo degli scricchiolii, il mondo di fuori guardato dal dentro, davanti al quale Adelmo non è riuscito a morire, ma è impazzito per sempre.»
Qui si può leggerne la seconda parte, in cui il mio romanzo pubblicato da Exòrma è citato ancora.
Qui si può leggerne la seconda parte, in cui il mio romanzo pubblicato da Exòrma è citato ancora.
Da Letteratitudine: Filippo Tuena
Tuena è oggi, per me, uno dei migliori costruttori di storie; è artefice – ambizioso, com’è giusto in letteratura – di romanzi che ora si stendono come partiture, ora come mappe, o diari di bordo, o alberi genealogici, a seconda del tema, dell’ambientazione, delle passioni che vi si agitano. La struttura, nel suo caso, è importante quanto il soggetto – anzi, “è” il soggetto, ne è l’estensione, la proiezione. Il suo ultimo romanzo, “Memoriali sul caso Schumann”, conferma questo assunto: attorno alla figura complessa dell’ultimo Robert Schumann, afflitto da deliri e demenza, Tuena raccoglie (cioè in parte trascrive, in parte immagina) con meticolosità le testimonianze di coloro che lo hanno conosciuto, che ne hanno condiviso sofferenza e passioni, e che ne sono stati toccati fino al logoramento. Sotterranea, intanto, scorre una sensibilità musicale, che compone le parti del romanzo come sezioni di una vasta opera – cameristica, più che sinfonica, direi, visto l’esiguo numero di personaggi in gioco – in cui a prevalere, ancora una volta, come nella saga familiare delle “Variazioni Reinach” (di recente riviste per la nuova edizione Beat), è la forma della variazione. Il romanzo diventa polifonia di voci attorno allo stesso tema (la follia di Schumann): che ognuno dei personaggi declina a suo modo, attraverso punti di vista differenti, differenti distanze e livelli di comprensione, girando attorno al tema secondo dinamiche e giochi timbrici propri. A tutto ciò si inframmezza – in un modo che mi ha ricordato le abissali “lamentazioni oltremondane” in “Rosso Floyd” di Michele Mari, dedicato non a caso anch’esso a un caso di alienazione musicale, quello di Syd Barrett – una voce estranea, sgrammaticata, petulante, angosciosa, demoniaca, che all’inizio sembra una delle voci “sentite” da Schumann, ma diventa ben presto, tragicamente, la sua voce.
La variazione non è solo
il mezzo attraverso cui si sviluppa e si articola l’indagine di Tuena: è anche una
declinazione, insinuante e pervasiva, una sorta di rielaborazione a specchio
dello stesso tema, cioè la follia ossessiva: non a caso, risuona in tutto il
romanzo l’opera misteriosa e postuma di Schumann, quelle Geistervariationen, o Variazioni
del Fantasma il cui tema, di struggente semplicità, sarebbe stato suggerito
in sogno dallo spettro di Schubert.
Ecco, gli spettri: come è
già stato notato, questa è una ghost story alla vecchia maniera, cioè secondo
ritmi e dinamiche ottocentesche, che puntano sull’attesa e sull’economia di
effetti, e dilatano atmosfere. In questo gioco di ombre, lo stesso Schumann è
rievocato – come un fantasma – da distanze irraggiungibili, sia per lo stato
che lo aliena dalla realtà chiudendolo in un mondo di allucinazioni e ossessioni,
sia per l’impossibilità oggettiva di raggiungerlo nella clinica in cui è subito
ricoverato dopo un tentativo di suicidio.
I fantasmi agitano le
visioni di Schumann: ma per Schumann sono presenze reali, vivide, con loro ha
un dialogo anche fecondo. Per curioso ribaltamento, sono gli esseri reali, gli
amici che si preoccupano per lui e lo seguono da lontano, che Robert prende –
forse – per apparizioni. È la prassi, nella clinica in cui è ricoverato: solo
nascondendosi, e spiando non visti, i visitatori possono intercettare in un
paziente segni di uno sperato miglioramento o di un temuto declino. Il vedere
da lontano non visti è per lo più insoddisfacente e ingannevole, ma talvolta
l’incertezza coglie frammenti di verità. «Quel suo modo di essere frammentario,
nella parola, nella musica, nel fumare. Chissà se anche i suoi pensieri si
disperdono nel vuoto.» Così, parafrasando Brahms, scrive Elise Junge sul suo
diario. Ma le apparizioni contagiano un po’ tutti, nel romanzo di Tuena, al
punto che ogni personaggio che sia stato vicino a Schumann prima o poi scorge
un’ombra, sente parlare un fanciullo con la voce di un vecchio, vede animarsi
angoli bui di una stanza.
Anche i temi musicali
appaiono come spettri, nelle testimonianze circa la fine delle Variazioni del Fantasma: riemergono dopo
anni di oblio, se ne scovano le tracce là dove non ci si aspetterebbe, anche in
composizioni altrui, tornano a scomparire…
È racconto che turba e
commuove proprio perché raccontato da lontano, per dettagli colti da amici e
conoscenti, quello del precipitare nella demenza di Schumann: il dolore sempre
composto dei parenti e degli amici trova sfogo nella fitta corrispondenza, come
si usava allora. E diventa straziante quando si intravede la consapevolezza
dello stesso Schumann dinanzi all’avanzare della malattia (le voci, le accuse
immaginarie di non essere l’autore delle proprie musiche, la perdita di
controllo delle mani sulla tastiera, l’aprirsi di voragini sempre più profonde
nella memoria, e a correzione di tutto questo lo sforzo di apparire «presente a
se stesso», di ricordarsi di tutto ciò che ha di più caro).
E ancora più straziante si
fa il racconto quando scopriamo “il caso Schumann” duplicato nel monologare
fitto e incoerente del figlio Ludwig, di cui si trascrivono pignolescamente i
monologhi nel corso delle visite al manicomio di Colditz: e nelle sue parole la
quotidianità in una casa di musicisti (con annesse sedute di spiritismo e
visite di spettri, primo fra tutti “don Franzetto Sciubba”, cioè Franz
Schubert) è riletta attraverso la lente distorta di una mente alienata, ancora
capace però di distillare i dettagli veri che una mente lucida non saprebbe
scorgere.
Come in un racconto
gotico che si rispetti, si insinua il tema del doppio: il più consapevole
sembra esserne Brahms, che con i doppi (gli pseudonimi) ha giocato a lungo,
negli anni giovanili, in una moltiplicazione di identità (ne sa qualcosa Hélène
Grimaud, che oltre a essere fine interprete pianistica ama cimentarsi nella
letteratura, e nel “Ritorno a Salem”, pubblicato da Bollati Boringhieri nel
2014, immagina una sorta di thriller musical-filologico attorno a un
manoscritto perduto di Brahms). Il Johannes Brahms di Tuena entra nella vita
degli Schumann travolgendoli, vampirizzando Robert, in un continuo cimento, in
una perenne emulazione che non si esaurisce nell’ambito musicale ma tracima in
quello letterario e nel campo degli affetti. È interessante scoprire come,
infine, non sia stato Brahms a vampirizzare Schumann ma piuttosto Schumann a “possedere”
Brahms (così, almeno, sembra di leggere tra le righe del memoriale del vecchio
Johannes, che conclude il romanzo mettendo un po’di ordine tra tutte le
testimonianze). I due compositori sembrano davvero l’uno complementare
all’altro – e il vecchio Brahms, nel suo “Memoriale”, ripensando agli errori
passati, traccia le linee di queste due vite intrecciate, fino a mostrare come
l’uno, Schumann, abbia finito per scrivere musica «titubante», balbettante,
fragile e imperfetta, ma proprio per questo espressione di una lingua nuova e
aperta verso l’avvenire, che spaventerà Clara, la quale reagirà nascondendo o
distruggendo quelle pagine estreme; e l’altro, Brahms, si sia avviato verso una
sorta di afasia musicale che ormai consente solo più forme brevi, composizioni
di scarso respiro.
È notevole il modo in cui
la musica è raffigurata nel romanzo di Tuena. In certe testimonianze (la citata
Elise Junge, ad esempio) i musicisti vengono presentati come dotati di
un’inquietante capacità di estraniarsi dai dolori e dalle angosce della vita
reale attraverso la musica: questa capacità di «allontanarsi dal contingente» e
ritirarsi in un mondo olimpico, «lunare», che è creato dalla stessa musica e si
nutre del «piacere profondo di essere in accordo», è un dato che sembra
accomunare Clara Schumann e il giovane Brahms, mentre invece la musica di
Schumann va in tutt’altra direzione, conduce verso abissi di sofferenze e
inquietudini di cui è la trasfigurazione. «Dice altro, dice di onde e di
tempeste», chiosa il giovane amico Christian Reimers.
In Schumann la musica –
su questo le diverse testimonianze concordano – è un viaggio o il sogno di un viaggio
verso territori sconosciuti, è forse – come i percorsi astrusi che traccerà
ossessivamente sugli atlanti – percorso sciamanico verso altri tempi e altri
luoghi, «sentiero di sogni», «strada dei canti»: «Il sistema è temperato e
dunque asimmetrico e c’è uno scartamento nella direzione della bussola di cu
occorre tener conto perché re diesis non corrisponde a mi bemolle e si diesis e
do bemolle sono note addirittura inesistenti dunque questo è un sentiero
inesplorabile ancorché è proprio su questa traccia che mi trovo quando mi
rivolgo al nord» come si legge nel delirio sinestesico della seconda seduta
sciamanica in Australia raccontata da un contagiato Reimers in uno dei suoi
diari.
Ma c’è dell’altro. La
perdita di contatto con la musica da parte di Schumann nel ricovero di Endenich
sta non solo e non tanto nella perdita di agilità manuale o di capacità
tecnica, e nemmeno nella confusione crescente in cui sprofonda l’atto del
suonare e del comporre, sostituito da surrogati come giochi matematici,
compulsazione di atlanti e soprattutto dal domino, che da gioco diventa codice
cifrato; sta, probabilmente, nella perdita di ogni contatto con il “tempo”, nel
rallentamento del tempo fino all’immobilità (lo nota, in una sua lettera, il solito
Christian Reimers); un sintomo del degrado mentale di Schumann stava, già prima
del ricovero, nel rallentamento dei tempi fino all’estenuazione; ora tutto,
nella clinica, a confronto con lo scorrere naturale del tempo nelle vie
attorno, «si arresta, in attesa della guarigione, della follia conclamata o
della morte». La musica di Schumann muore così, nel dilatarsi insopportabile
del tempo fino alla stasi definitiva.
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sabato 13 febbraio 2016
"In solitaria" su Poetarum Silva
In occasione delle feste di fine 2015, il blog letterario Poetarum Silva ha chiesto a diversi scrittori un racconto di ispirazione natalizia. Quella che segue è la prima parte del mio, intitolato "In solitaria" e ambientato in un vallone molto simile a quello di "Neve, cane, piede"; anzi, forse è proprio quello.
Il resto del racconto si può leggere qui:
https://poetarumsilva.com/2015/12/30/questo-natale-17-claudio-morandini-in-solitaria/
Il resto del racconto si può leggere qui:
https://poetarumsilva.com/2015/12/30/questo-natale-17-claudio-morandini-in-solitaria/
Elles se multiplient, l'entourent,
l'assiègent.
(Flaubert,
“La tentation de Saint Antoine”)
La tipa dell’agenzia immobiliare non sa
che dire, nemmeno riesce a guardarlo negli occhi.
«Lei vorrebbe…»
«Una stamberga in alta montagna, sì.»
«Come le ho detto, abbiamo diverse baite ristrutturate
o da ristrutturare molto carine che…»
«Non carine. Nemmeno baite. E di sicuro
non ristrutturate. Una stamberga mi basta. Non avete niente come una
catapecchia isolata che d’inverno si copre di neve e non è raggiungibile fino a
primavera inoltrata?»
«Catapecchia.»
«Sì, un postaccio che respinga, che
faccia venir voglia di scappare, di girare al largo.»
«Postaccio. Ma se anche l’avessimo, mica
gliela proporrei. Mi vergognerei, anzi!» tenta di ridere la tipa dell’agenzia, che
non sa se essere piccata o sbigottita.
Ippolito Paracchi mica ride, però.
«Avanti, signorina, so che ha qualcosa
per me» insiste. «Scommetto che in fondo al cassetto giace da anni una proposta
di cui si vergogna pure, che non sa come piazzare, che non sa nemmeno come
descrivere per quanto è brutta. Ecco, voglio quella.»
«Ma perché?» trema lei.
«E me lo chiede? Perché si avvicina il
Natale!»
Ippolito Paracchi ha ragione a insistere:
la tipa dell’agenzia – l’ultima di una lunga serie – trova nel faldone delle
proposte improponibili i dati di una vecchia bicocca infilata su per il sedere
del mondo dove nessuno si sognerebbe di mettere radici. Prima non se ne
ricordava proprio. Con qualche titubanza mostra gli incartamenti, le mappe,
alcune vecchie foto scolorite all’uomo che scalpita davanti a lei.
«Questa!» salta sulla sedia Ippolito
Paracchi, e quasi si mette a battere le mani. «È proprio lei, che le dicevo? Guardi,
guardi che orrenda. E me la voleva tenere nascosta? Allora, dove devo firmare?»
«Non vuole prima… che so, vederla?
Contrattare? Sentire un geometra?»
«Ma siamo matti? Le feste sono così
vicine, e se non riesco ad averla in tempo? Poche storie, me la dia.»
In fondo a un vallone ingrato, tutto
pietre e buche, non raggiungibile se non a piedi, lungo una traccia svogliata
di sentiero erto che d’inverno scompare sotto metri di neve, nella piega
angusta di un dirupo che pare disegnato da un protoromantico pazzo, dove
nemmeno gli elicotteri possono atterrare e gli amanti degli sport estremi non
si avventurerebbero mai perché i luoghi ispirano solo una profonda, indomabile
tristezza – proprio là si nasconde il tugurio messo in vendita dai parenti
dell’ultimo montanaro cocciuto che ci ha vissuto senza sapere perché e ci è morto
maledicendo l’universo.
«Splendida» dice Ippolito Paracchi quando
vede la catapecchia, dopo cinque ore di camminata. «Qui non mi troveranno mai.»
La sovrastano cenge e crinali da cui
potrebbero precipitare tonnellate di sfasciume per un soffio di vento. Solo un
pazzo ci si fermerebbe, un aspirante suicida in fregola.
Del Natale, Ippolito Paracchi detesta
tutto: i mezzi sorrisi indulgenti per la strada, l’odore di dolciume e vino
caldo che invade anche i luoghi più protetti, la musica melensa dagli altoparlanti
imposti dagli assessori, i babbi natale storpi appesi ai tetti, i presepi con
le statue sbrecciate e spaiate, tutto quel via vai di pacchetti infiocchettati.
Ma questo, in fondo, è niente a confronto con le feste con i parenti. Per anni le
ha subite come si subisce l’insinuarsi di un’otite o di una nevralgia, ma di recente
l’incarognirsi dei litigi familiari lo ha convinto a evitare ogni convegno e a
cercare un luogo inaccessibile, in cui aspettare solo come un cane, come uno
spettro, che le feste siano passate.
Entra nel tugurio, si bea del gelo che
taglia le ossa, del buio quasi notturno del primo pomeriggio, dell’assenza di
suoni, di musiche, di voci, di aliti, di vita. Non accenderà il fuoco, quindi
non ha bisogno di ciocchi: non vuole che il filo di fumo dal comignolo segnali
una presenza umana e consenta di rintracciarlo. In due viaggi stremanti, ha portato
con sé giusto quel che gli serve per sopravvivere due settimane: libri, cibo, trapunte,
torce, pile. Presto comincerà a nevicare sul serio, e quello che a lui è
riuscito diventerà impossibile per chiunque altro – figuriamoci per quei
sedentari dei suoi parenti, gentaglia di città che sale sul SUV per andare a
prendersi il trancio di pizza sotto casa, che lamenta fitte ai muscoli per ogni
minimo sforzo, che se non c’è l’ascensore rinuncia a salire di un piano.
Si è allenato a quel gelo: le ultime due
settimane ha dormito sul balcone, senza coperte addosso, e non si è riparato
nemmeno se pioveva o tirava vento. Non si pone il problema di come scendere a
valle dopo le feste. Rischiare di morire sepolto da una valanga gli sembra poca
cosa a paragone di una veglia natalizia o un cenone. Quando sarà il momento di
ritornare a casa, allora ci penserà.
La notte, lo tengono sveglio i lontani
lamenti di bestie che non conosce. Saranno cervi, con quei vocioni? E quegli
altri, saranno mica lupi? O orsi? Si rigira intirizzito, terrorizzato e felice
nei numerosi strati di trapunte, perché non sono le voci dei parenti, perché
non c’è nulla di natalizio in quel vallone abbandonato, e gli pare di essere
stato dimenticato su un pianeta ostile. In quei momenti, la beatitudine
dell’essere solo e lontano è appena incrinata dal pensiero non di questo
Natale, che ormai è scampato, ma del prossimo, per cui teme di dover
ricominciare daccapo e inventarsi chissà cos’altro.
Ai suoi non ha detto nulla, per non dar
loro il tempo di organizzarsi, di elaborare piani per raggiungerlo. Lassù non
c’è campo. Non lo sapranno mai. Lo daranno per scomparso, magari lo piangeranno
morto. Per un attimo, lo scuote un brivido piacevole al pensiero del parentado
riunito a commemorarlo proprio durante le feste.
Una mattina (è la vigilia di Natale, nel
resto del mondo) la pace torpida in cui si crogiola è turbata da alcune voci provenienti
da più in basso. Si affaccia alla finestra disegnata dal ghiaccio: fuori, a un
centinaio di metri dalla bicocca, sulla neve alta già un metro, si sbracciano
tre figure dai colori sgargianti.
«Eccoci, Ippolito, mannaggia a te!» sente
dire chiaramente a uno di loro.
Li riconosce quando si avvicinano alla
porta e si tolgono gli occhiali da sole: sono i cugini Carlo, Pietro e Pietro
due. Che ci fanno insieme? Ippolito Paracchi ricorda bene che i tre non si sono
mai sopportati, e, nel dopo pranzo di Natale, li ha visti spesso innervosirsi
in stremanti polemiche su temi di politica nazionale, e finire per stizzirsi e
insultarsi nemmeno tanto velatamente. Ora invece sembrano andare d’amore e
d’accordo, lo chiamano a una voce, agitano le mani e i passi come avessero
studiato insieme la coreografia.
«Ehi, lo sappiamo che ci sei, ti abbiamo
visto! Non fare la sagoma, apri!» ridono da fuori, beati, lievi come se
avessero fatto una passeggiata. «Apri, scemo, che abbiamo portato la sgnappa!»
Proprio così dicono: la sgnappa.
Esibiscono un barilotto presumibilmente pieno che avranno portato a turno, su
per l’erta.
«Bevetevela lì, la sgnappa, coglioni»
ringhia lui dietro la porta. Chiude gli occhi e prova a non respirare più,
magari così se ne andranno.
Invece i tre cugini restano, e cominciano
a lavorare di ferri sulla serratura, finché non la fanno scattare e aprono.
Seguono insistiti abbracci, buffetti, barzellette, brindisi iperbolici, struggenti
rievocazioni.
Qualche ora dopo, risa femminili turbano
il suo dormiveglia. I cugini ronfano in un angolo, marci di sgnappa, e lui sta
covando pensieri oscillanti tra il triplice omicidio e il diritto di recesso.
Ma ora, chi sono queste? Bussano alla porta che è già buio. Ippolito Paracchi,
sia pure con qualche titubanza, apre loro.
«Ippolito caro!» strilla la cugina Egle. «Caro,
fatti baciare!»
La segue zia Martina, reclamando altri
baci – puntuti, i suoi, per via di antichi baffi velocissimi nel rispuntare
dopo l’estirpazione.
«Mamma, ma che ci fai qui?» bisbiglia
Paracchi, quando dietro alle altre scopre la settuagenaria che quarantacinque
anni prima l’ha partorito.
«Ma guarda dove è finito! Guarda che giri
ci fa fare!» strilla sua madre, tutta una ridarella, mentre la nipotina Betta,
tenuta stretta per mano, gli mostra la lingua come ha sempre fatto.
«Ti si gelasse quella lingua, ti cadesse
per terra» scandisce lui allora, sperando di scacciarle con una frase
scandalosa.
Ma quelle ridono, fintamente sdegnate,
come dinanzi al ruttino improvvido di un pargolo, all’inciampo di un domestico,
e alla fine ride anche la mocciosa, sia pure senza smettere di mostrare la
lingua livida.
«Ecco la cena!» cantano in coro,
disponendo in giro certe teglie apparse non si sa da dove. «Ma dov’è l’albero?
Niente presepe? Ma il vischio, almeno? Sei proprio un orso!»
Lui tenta il bluff: «Ma vi sbagliate,
mica è Natale, avete fatto male i conti, è per questo che non ci sono
decorazioni! Il Natale è già passato, solo che non ve ne ricordate più, perché
i nostri Natali sono tutti uguali, teniamo a confonderli l’uno con l’altro, ma
io sono sicuro che lo abbiamo già festeggiato, ormai è gennaio, anzi siamo
quasi a febbraio, non vedete?»
Indica a vanvera su un vecchio calendario
le date, i mesi. E quelli ridono, scuotono la testa, lo mandano a quel paese, gli
danno manate affettuose, schiaffi amichevoli.
Il giorno dopo, all’alba, voli d’uccelli
(corvi, rapaci, chissà che altro) in fuga dal fondovalle lo ridestano da un
sonno troppo breve e leggero. Ippolito Paracchi si affaccia, scorato, già
presentendo il peggio, e lascia che gli uccelli passino strillando. Ma ciò che
vede con il binocolo dopo una mezz’oretta sorprende comunque. All’imbocco del
vallone una piccola comitiva di lontani congiunti, zelanti come gnomi, porta
sollevata sulle braccia una lettiga. E sulla lettiga dondola un enorme corpo
avvolto in pizzi.
«Arriviamo, arriviamo!» strillano poco
più tardi quegli gnomi, a cui non sa dare un nome, ma che ricorda di aver visto
ghignare in vecchie fotografie. «Eccoci, non iniziate senza di noi!»
Bussano, e senza che nessuno si scomodi
ad aprire la porta sono già dentro, in un turbinio di neve e cristalli di
ghiaccio. Hanno i nasi paonazzi, le gote venate di azzurro e lilla. Battono le
mani, si prendono a sberle per riscaldarsi, saltano e ridono, sbracciandosi con
i parenti già arrivati.
«Pigotte! Pigotte per tutti!»
Estraggono da enormi calze di lana appese
lungo tutta la lettiga un numero inverosimile di bambole di pezza di incerta
anatomia, focoidi, che vengono distribuite come reliquie e diventano oggetto di
generale ammirazione.
Hanno posato al centro della bicocca la
lettiga su cui grava l’enorme corpo, che ora leva una mano tremula, e rantola
nel subitaneo silenzio: «La famiglia… la famiglia riunita… ora posso morire in
pace…»
È, naturalmente, la vecchissima bisnonna,
e non morirà nemmeno in quest’occasione. Rimarrà a tossire e a fissare con
occhi perfidi tutti i convenuti, suscitando sensi di colpa in ognuno come
nessun altro saprebbe fare.
Ippolito Paracchi, vinto, si avvicina, ne
studia il tremolio delle carni molli, il respiro franto, alla fine si decide e le
chiede come va.
«Male» risponde lei, in un soffio. «Ma la
famiglia è riunita, e per questo sorrido.»
Non sorride, però, l’espressione resta
bloccata in un corruccio perenne.
«Ora posso morire in pace» ripete.
Ma non morirà.
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venerdì 12 febbraio 2016
"Neve, cane, piede" su Letture Sconclusionate
Sul suo bel blog Letture Sconclusionate, Simona Scravaglieri ha parlato a più riprese di “Neve, cane, piede”: citandone il primo capitolo qui, analizzando il romanzo in profondità qui, e riprendendolo qui, tra le letture del mese.
Invito tutti a seguire questo blog, frutto del lavoro di un'appassionata, acuta lettrice.
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"Neve, cane, piede" su Il Recensore
Riprendo parte della bella recensione che Michele Lupo ha dedicato al mio "Neve, cane, piede" su Il Recensore. Vi invito a leggere il resto qui:
Per
decine di pagine ammiri la lingua crepitante di un dettato degnissimo di stare
accanto al Verga più esatto, e poi ti ritrovi davanti a quella che qualcuno ha
felicemente definito una “favola nera”. La formula aiuta se si pensa che più
avanti ancora, dopo un inverno da cui il cane e Adelmo Farandola – personaggio
che nasce a margine del precedente libro di Morandini e di certo ne esaspera le
stravaganze – escono come eroici sopravvissuti, c’imbattiamo in un piede che
emerge da una valanga (…).
Azzerata la retorica del “monte analogo”, invece assai pregnante e
imperioso appare da un lato lo scenario tutto, dall’altra la scomposizione
delle parti, piccole e grandi, che lo tengono tragicomicamente insieme: tutto descritto
con uno sguardo di lucentezza quasi insostenibile. E la domanda sul personaggio
il lettore la sposta sul narratore; perché si chiede se non giochi con lui per
portarlo dove vuole, oppure se in una narrazione così straniante anch’egli, a
partire da un’immagine, sia stato portato via via a inseguire le altre, a
vedere dove andavano a parare, camminando allucinato come il suo eroe: ma con
una lingua e un ritmo da vero maestro. Che “il vero” lo cerca per vie
accidentate, ché ne sa l’assurda s-composizione, lo sberleffo del suo ritrarsi
e la rivelazione inaspettata: mai conclusa. Fra i pochissimi libri italiani
imperdibili del 2015.
(Michele Lupo, Il Recensore)
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