Sul blog "La gallina intelligente", http://lagallinaintelligente.blogspot.it/, Fabrizio Ottaviani riprende con questa premessa il testo che ho dedicato in un post di qualche giorno fa al suo bel romanzo "La gallina" (Marsilio, 2011):
"Di Morandini, dopo essermi occupato sul Giornale dello straordinario A Gran giornate (La linea, 2012), sto leggendo ora l'altrettanto notevole Rapsodia su un solo tema (Manni, 2010). Si tratta, semplicemente, di grandi romanzi, che solo il filisteismo e la diffusa pochezza culturale patria destinano ad un pubblico di happy few."
http://lagallinaintelligente.blogspot.it/2012/12/il-giorno-di-natale.html
lunedì 31 dicembre 2012
domenica 30 dicembre 2012
"A gran giornate": la lettura di Marco Codebò
Sul suo blog http://lisolamisteriosa.myblog.it/ Marco Codebò scrive, come al solito con grande acutezza, del mio "A gran giornate":
Concludo l’anno consigliando a tutti la lettura di A gran giornate (La Linea, Bologna, pp. 7- 255), l’ultimo romanzo di Claudio Morandini.
Intanto, un elogio allo scrittore: Morandini è al suo quinto romanzo in sei anni e ogni volta è stato capace di percorrere una strada nuova dal punto di vista sia dei contenuti sia dello stile. Una vena narrativa così irrequieta è rara, specialmente quando il mercato editoriale e il comprensibile desiderio di successo spingono tutti, anche (soprattutto?) i grossi nomi, verso la produzione di lavori a cliché.
Questa volta Morandini ha disegnato un racconto fantastico in cui porzioni via via crescenti di realtà scivolano inesorabilmente nell’allucinazione: una bambola gonfiabile impara a camminare, una misteriosa creatura, forse antropofaga, vive rinchiusa nella stanza di una pensione familiare, angosciosi uccellacci solcano il cielo in cerca di preda.
A gran giornate si serve del viaggio come struttura portante della narrazione, inserendosi così nella tradizione del romanzo/contenitore che troppa narrativa contemporanea, piattamente stesa sul modello del giallo, ha colpevolmente emarginato. Mentre la scatenata fantasia di Morandini popola il racconto di figure e situazioni a metà fra l’assurdo e il mostruoso, il suo talento realistico, perfettamente servito da una lingua che si segnala per precisione lessicale e ricchezza di forme, aggredisce la natura umana con feroce crudezza. Se la prima maniera ricorda Buzzati, la seconda riporta al Tozzi novelliere o al Dante di Malebolge.
Il maggior merito di A gran giornate è il suo rifiuto di qualsiasi posizione consolatoria. Il romanzo guarda la condizione umana dritta negli occhi, in un approccio che coinvolge tutti i livelli del testo, dalla materia bassa del narrato fino allo spietato realismo dello stile, passando per l’organizzazione in senso discendente, verso gli inferi, delle strutture narrative.
A gran giornate non si presta ad essere letto da consumatori narcotizzati dalle trame (crono)logiche che il mercato editoriale impone al romanzo contemporaneo. Non verrà apprezzato da chi legge per farsi sedurre da magici finali che meravigliosamente risolvano intrighi falsamente complicati. Invece che accompagnarci lungo un percorso che alla resa dei conti si rivelerà pur sempre lineare, il romanzo ci invita ad avventurarci in un labirinto. Durante il racconto, alcuni dei fili che Morandini ci lancia portano quasi all’uscita, altri si perdono per strada. Tutti meritano di essere seguiti da lettori disposti a farsi coinvolgere nell’avventura romanzesca di A gran giornate.
Marco Codebò
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venerdì 28 dicembre 2012
L'articolo integrale di Giuseppe Giglio su "La Sicilia"
Riporto integralmente l'eccellente articolo di Giuseppe Giglio apparsa sul quotidiano "la Sicilia" del 9 dicembre.
«Quando si dice pensare, s’intende pensare alla morte. E a che altro pensare?». Mi vengono in mente queste parole di Alberto Savinio, dopo aver letto A gran giornate (La Linea, 2012), l’ultimo romanzo dello scrittore aostano Claudio Morandini. Un libro provocatorio, scritto da un illusionista che gioca a nascondere. Un libro che racconta la vita attraverso il pensiero della morte. Svolgendolo, il racconto, in una picaresca fenomenologia del male. Non il male spettacolare, quello di tanti noir, ma un male grigio, familiare, inafferrabile, strisciante nel quotidiano.
L’io narrante – come un moderno (e più inquieto) Lazarillo de Tormes – attraversa ancora una volta la lunga galleria novecentesca degli inetti: piccoli uomini del sottosuolo, disperatamente comici, divorati da un’angoscia sottile, e come prigionieri in una «voraginosa sospensione». E destano subito curiosità, i personaggi di quest’allucinato teatro dell’assurdo, che ad un certo punto si ritrovano tutti insieme, in un viaggio senza meta, su uno sgangherato furgone: da Onorato Casamagna, che convive con una bambola che ha imparato a gonfiarsi da sola, a Tullio Semenzani, ex carcerato, truffatore e seduttore di ricche vecchine; per non dire del sacrestano Nathan, ossessionato dal naturismo, che finisce per perdersi nudo nei boschi; o di Franchino Spaventa, che - per attirare su di sé l’interesse delle donne - arriva addirittura a farsi biforcare la lingua; su tutti sembra ridere un vecchio comico di varietà: Marius Duprez, mentre il rissoso Ollssen suona disperatamente il piano per non soccombere sotto apocalittici e misteriosi mostri che lo braccano.
Un repertorio manicomiale, uno specchio deformante. Con una bambola gonfiabile che tanto ricorda quella de La moglie di Gogol, uno dei racconti migliori di Tommaso Landolfi (che del Gogol grande scrittore fu anche infaticabile traduttore). E non a caso, visto che Landolfi (soprattutto quello che amava definirsi un «pagliaccio verbigerante») sembra sostanziare la filigrana di questo romanzo sull’inadeguatezza, sull’insufficienza di tanta vita: dalla quale la morte è bandita, rimossa, come fosse un corpo estraneo. E Morandini lo ricorda, ai suoi lettori, con questa saporosa parodia: dove la vita vera, quella che val la pena di vivere, prende forma proprio attraverso la non vita di questi squinternati teatranti dell’esistere. «La vita fugge, et non s’arresta una hora,/et la morte vien dietro a gran giornate», recita un sonetto petrarchesco. E porgendo l’orecchio all’io narrante di A gran giornate, sembra di ritrovarne l’eco, come filtrata attraverso un pensiero del landolfiano astronauta di Cancroregina: «aspetto il coraggio di morire».
Giuseppe Giglio
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Da "Letteratitudine News": Nabokov e la musica
Da oggi, la mia collaborazione con il blog "Letteratitudine" si estende su https://letteratitudinenews.wordpress.com. L'esordio è con un pezzo dedicato alle idiosincrasie musicali di Vladimir Nabokov.
Chi conosce la prosa sontuosa, musicalissima di Vladimir Nabokov non può trattenere lo stupore a un certo punto della raccolta di memorie che Adelphi ha pubblicato nel 2010 a cura di Anna Raffetto con il titolo “Parla, ricordo” (nella eccellente traduzione di Guido Ragni, a cui ricorreremo per le citazioni); perché Nabokov, con splendidanonchalance, confessa (rivendica, anzi) una totale mancanza di attitudine per la musica. E non solo riconosce di non aver mai nutrito il minimo interesse per la musica in quanto arte o pratica hobbistica di alto livello, ma asserisce di non capirci nulla, di sentirla come totalmente estranea al suo sentire.
La scoperta di questa sordità alla musica è precoce e, parrebbe, serenamente indolore. Al piccolo Vladimir, che dimostra da subito una forte sensibilità sinestetica nell’accostare suoni della lingua a colori, le note musicali non evocano alcuna impressione ottica. “La musica, mi dispiace dirlo, mi giunge solo come una sequenza arbitraria di suoni più o meno irritanti. In determinate condizioni emotive riesco a sopportare gli spasimi di un vibrante violino, ma il pianoforte da concerto e tutti gli strumenti a fiato assunti in piccole dosi mi annoiano e in dosi maggiori mi scorticano vivo.”
Prima osservazione, forse banale: Nabokov, dall’alto della sua arte, sente di potersi permettere di confidare una sordità alla musica; sente anche di non doversi rammaricare di nulla. Di fronte a tante dimostrazioni di dilettantismo musicale, a volte anche un tantino imbarazzanti, da parte di scrittori o artisti, la sua franca confessione, che si colorerà in certe pagine di un’ilare perfidia, suona come uno schiaffo salutare, o almeno come un buffetto scherzoso. È un sano ridimensionamento dell’aura mistica riservata alla musica (ancora nel Novecento, in ambienti non musicali) una frase sui bambini prodigio come questa: “fanciulli graziosi e ricciuti che agitano bacchette o ammansiscono immensi pianoforti e che alla fine si trasformano in musicisti di seconda categoria, occhi tristi, oscuri disturbi, e qualche cosa di vagamente deforme nei posteriori eunucoidi”.
C’è probabilmente di più, però: Nabokov veniva da una famiglia in cui la musica era amata, seguita e praticata, come occasione sociale, esercizio di bellezza e applicazione di disciplina. Vladimir sembra, con questa sua presa di posizione, non solo staccarsi dalla musica, ma anche dal mondo splendido ma ritualizzato dell’aristocrazia russa in Russia o in dorato esilio in Europa: dalle serate all’opera, che lo annoiavano a morte, dall’eccentrico zio Ruka, dilettante di poesia e di composizione, verso il quale pure nutre affetto, o dal fratello Sergej, che bambino si sottoponeva senza protestare a lezioni di piano, eseguendo esercizi che a Vladimir sembrano ovviamente “detestabili”. Ma non è snobismo quello di Nabokov, è piuttosto rivendicazione di una scelta estetica autonoma. In un certo senso è come se la musica, scivolando sull’impermeabile Vladimir, lo avesse saltato o, dal suo punto di vista, risparmiato, balzando dalla generazione dei genitori, dopo avere sfiorato appena il fratello, a quello dei figli – dell’unico figlio, anzi, Dmitri, musicista oltre che curatore e traduttore delle opere del padre, e basso di un certo prestigio, a giudicare dal curriculum.
Ma sarà davvero così estranea la musica a Nabokov? Qualche dubbio può venire, a rileggere frasi di concentrata percezione musicale della vita come questa, da “Lolita”, orchestrata come una partitura di voci: “Ciò che udivo era soltanto la melodia dei bambini che giocavano, soltanto quello, e l’aria era così limpida che in mezzo a quel vapore di voci mescolate, maestose e minute, remote e magicamente vicine, schiette e divinamente enigmatiche, si poteva udire di tanto in tanto, come liberato, uno zampillo quasi articolato di vivide risa, o il colpo di una mazza, o lo sferragliare di un camion giocattolo, ma era tutto troppo lontano dagli occhi perché si potesse distinguere un movimento nelle strade appena tratteggiate. Rimasi ad ascoltare quella vibrazione musicale dall’alto del mio dirupo, quegli sprazzi di grida isolate che avevano per sottofondo una sorta di schivo mormorio, e allora capii che la cosa disperatamente straziante non era l’assenza di Lolita dal mio fianco, ma l’assenza della sua voce da quel concerto di suoni.”
O, per quanto sia fin troppo facile, torniamo a leggere (ascoltare? sentire?) l’incipit dallo stesso “Lolita”, in cui il senso promana dal suono, dalla pura scansione sonora delle sillabe: “Lolita, light of my life, fire of my loins. My sin, my soul. Lo-lee-ta: the tip of the tongue taking a trip of three steps down the palate to tap, at three, on the teeth. Lo. Lee. Ta.”
https://letteratitudinenews.wordpress.com/2012/12/28/vladimir-nabokov-letteratura-e-musica/
Chi conosce la prosa sontuosa, musicalissima di Vladimir Nabokov non può trattenere lo stupore a un certo punto della raccolta di memorie che Adelphi ha pubblicato nel 2010 a cura di Anna Raffetto con il titolo “Parla, ricordo” (nella eccellente traduzione di Guido Ragni, a cui ricorreremo per le citazioni); perché Nabokov, con splendidanonchalance, confessa (rivendica, anzi) una totale mancanza di attitudine per la musica. E non solo riconosce di non aver mai nutrito il minimo interesse per la musica in quanto arte o pratica hobbistica di alto livello, ma asserisce di non capirci nulla, di sentirla come totalmente estranea al suo sentire.
La scoperta di questa sordità alla musica è precoce e, parrebbe, serenamente indolore. Al piccolo Vladimir, che dimostra da subito una forte sensibilità sinestetica nell’accostare suoni della lingua a colori, le note musicali non evocano alcuna impressione ottica. “La musica, mi dispiace dirlo, mi giunge solo come una sequenza arbitraria di suoni più o meno irritanti. In determinate condizioni emotive riesco a sopportare gli spasimi di un vibrante violino, ma il pianoforte da concerto e tutti gli strumenti a fiato assunti in piccole dosi mi annoiano e in dosi maggiori mi scorticano vivo.”
Prima osservazione, forse banale: Nabokov, dall’alto della sua arte, sente di potersi permettere di confidare una sordità alla musica; sente anche di non doversi rammaricare di nulla. Di fronte a tante dimostrazioni di dilettantismo musicale, a volte anche un tantino imbarazzanti, da parte di scrittori o artisti, la sua franca confessione, che si colorerà in certe pagine di un’ilare perfidia, suona come uno schiaffo salutare, o almeno come un buffetto scherzoso. È un sano ridimensionamento dell’aura mistica riservata alla musica (ancora nel Novecento, in ambienti non musicali) una frase sui bambini prodigio come questa: “fanciulli graziosi e ricciuti che agitano bacchette o ammansiscono immensi pianoforti e che alla fine si trasformano in musicisti di seconda categoria, occhi tristi, oscuri disturbi, e qualche cosa di vagamente deforme nei posteriori eunucoidi”.
C’è probabilmente di più, però: Nabokov veniva da una famiglia in cui la musica era amata, seguita e praticata, come occasione sociale, esercizio di bellezza e applicazione di disciplina. Vladimir sembra, con questa sua presa di posizione, non solo staccarsi dalla musica, ma anche dal mondo splendido ma ritualizzato dell’aristocrazia russa in Russia o in dorato esilio in Europa: dalle serate all’opera, che lo annoiavano a morte, dall’eccentrico zio Ruka, dilettante di poesia e di composizione, verso il quale pure nutre affetto, o dal fratello Sergej, che bambino si sottoponeva senza protestare a lezioni di piano, eseguendo esercizi che a Vladimir sembrano ovviamente “detestabili”. Ma non è snobismo quello di Nabokov, è piuttosto rivendicazione di una scelta estetica autonoma. In un certo senso è come se la musica, scivolando sull’impermeabile Vladimir, lo avesse saltato o, dal suo punto di vista, risparmiato, balzando dalla generazione dei genitori, dopo avere sfiorato appena il fratello, a quello dei figli – dell’unico figlio, anzi, Dmitri, musicista oltre che curatore e traduttore delle opere del padre, e basso di un certo prestigio, a giudicare dal curriculum.
Ma sarà davvero così estranea la musica a Nabokov? Qualche dubbio può venire, a rileggere frasi di concentrata percezione musicale della vita come questa, da “Lolita”, orchestrata come una partitura di voci: “Ciò che udivo era soltanto la melodia dei bambini che giocavano, soltanto quello, e l’aria era così limpida che in mezzo a quel vapore di voci mescolate, maestose e minute, remote e magicamente vicine, schiette e divinamente enigmatiche, si poteva udire di tanto in tanto, come liberato, uno zampillo quasi articolato di vivide risa, o il colpo di una mazza, o lo sferragliare di un camion giocattolo, ma era tutto troppo lontano dagli occhi perché si potesse distinguere un movimento nelle strade appena tratteggiate. Rimasi ad ascoltare quella vibrazione musicale dall’alto del mio dirupo, quegli sprazzi di grida isolate che avevano per sottofondo una sorta di schivo mormorio, e allora capii che la cosa disperatamente straziante non era l’assenza di Lolita dal mio fianco, ma l’assenza della sua voce da quel concerto di suoni.”
O, per quanto sia fin troppo facile, torniamo a leggere (ascoltare? sentire?) l’incipit dallo stesso “Lolita”, in cui il senso promana dal suono, dalla pura scansione sonora delle sillabe: “Lolita, light of my life, fire of my loins. My sin, my soul. Lo-lee-ta: the tip of the tongue taking a trip of three steps down the palate to tap, at three, on the teeth. Lo. Lee. Ta.”
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martedì 25 dicembre 2012
Letture: Fabrizio Ottaviani, "La gallina"
Come in un film di Buñuel, o in una pièce di Ionesco, i
quattro protagonisti de “La gallina”, il vivace e originale romanzo di Fabrizio
Ottaviani pubblicato da Marsilio nel 2011, restano prigionieri di una
situazione paradossale e vischiosa, nell’appartamento di lusso al settimo piano
in cui si svolgono quasi tutte le scene.
Un giorno una vecchia misteriosa consegna una gallina (una
strana gallina, dalle lunghe e robuste zampe da rapace, dall’intestino
indomabile, dal puzzo intrattabile). Il maggiordomo crede che sia un’eccentricità
della padrona di casa, Elena De Giorgi, o del marito, Massimiliano, non rifiuta
la gallina, aspetta ordini. Da quel momento la bestia si aggirerà per le sale
dell’appartamento come un ingombrante, corporalissimo spettro, anche spaventoso
quando agita le ali e tenta brevi voli, e condizionerà le vite dei
protagonisti, portando in superficie conflitti latenti, agendo insomma come
elemento scatenante. Cercheranno di sbarazzarsene, invano. Cuoca (Irene) e
maggiordomo (Adelmo) ricorreranno ai più vari espedienti, fallendo sempre, mentre la
loro rivalità si accentua, e il fallimento dell’uno diventa occasione di
rivalsa per l’altro. Dubbi, debolezze, ripicche e incomprensioni condiscono
anche la relazione tra i due padroni di casa. In mezzo a tutto questo, si manifesta
la gallina, ostinata, incomprensibile come la proibizione a uscire dalla stanza
dell’”Angelo sterminatore” di Buñuel, o il moltiplicarsi di sedie o
l’ingigantirsi di un cadavere ne “Le sedie” e “Amedeo o come sbarazzarsene” di
Ionesco (ma mi è venuta in mente anche la “scimia” de “Le due zittelle”
landolfiane).
Nella seconda parte del romanzo la presenza della gallina
avrà conseguenze nefaste, tragiche, secondo un ben orchestrato crescendo,
quando diventerà oggetto di trame da parte di finti amici e veri rivali dei coniugi
De Giorgi, pronti a sfruttare l’ospite sgradito e le rivalità dei due domestici
per sbalzare Massimiliano e Elena dai loro posti di potere. Qui gli spazi si
ampliano, arrivano a cogliere grattacieli dall’architettura imponente ma traballante,
strade trafficate, tribunali ospitati in edifici incongrui, il tutto in
un’atmosfera di caos imminente, di prossimo tracollo. Intanto però qualcosa
continua a ricordarci che lassù, nell’elegante appartamento anche un po’ kitsch
al settimo piano, continua a razzolare la gallina da cui tutto è partito.
Ne “La gallina”, la comicità di molte situazioni nasce
dall’incongruo di una bestia produttrice indefessa di escrementi e piume e
puzza in un contesto di almeno apparente impeccabilità; dall’inadeguatezza dei
sistemi nell’affrontare il problema; dalla compostezza recitata anche nei
momenti più agitati dai ben educati personaggi; dalla decelerazione delle
reazioni mentali, dal ragionare ossessivo, dalla vivacità al rallentatore delle
scene, rese quasi oniriche da uno stile narrativo fuori dal tempo, attento ai minimi
dettagli, amante delle ricercatezze, con effetto talvolta raggelante; dal
grottesco di carattere teatrale di certi momenti (l’arrivo delle amiche della
signora, la lunga, stralunata scena con la guardia medica, la scena degradante in
tribunale, il consiglio di amministrazione all’ultimo piano di un grattacielo
pericolosamente oscillante al vento, la veglia funebre colta attraverso gli
occhi e le orecchie della gallina accovacciata nella bara); dallo
smascheramento e capovolgimento delle più rassicuranti convenzioni sociali e
familiari. Tutto questo, oltre che comico, suona anche francamente angoscioso,
certo.
Chi è la vecchia che ha consegnato la gallina, e a quale scopo?
Questa domanda, che attraversa ancora i primi capitoli, verrà quasi
dimenticata, per effetto dell’emergenza data dalla presenza della gallina.
Tornerà verso la fine, senza trovare risposta, o meglio trovandone parecchie,
tutte possibili ma insoddisfacenti. Il mistero, per fortuna, rimane, infilato in
un finale parzialmente lieto, sorprendente ma del tutto coerente.
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sabato 22 dicembre 2012
Il nuovo "Zibaldoni e altre meraviglie"
"Da una provincia di confine" si intitola la rubrica che tengo (da ieri) sul nuovo "Zibaldoni e altre meraviglie", la bella rivista letteraria online diretta da Enrico De Vivo (http://www.zibaldoni.it). Il titolo è fin troppo chiaro: "da quassù" (era un altro possibile titolo), cioè da un'ottica periferica, se non marginale, proverò a osservare le cose e a ragionare sulla condizione (in senso soprattutto culturale) della provincialità, che ritengo di conoscere piuttosto bene, dal momento che mi ci trovo impantanato da una vita.
Il mio primo, piccolo contributo al nuovo elegante "Zibaldoni" si può leggere qui, http://www.zibaldoni.it/2012/12/22/provincia-di-confine/, e comincia così:
Scusate, non voglio buttarmi a parlare per forza anch’io di provincia. Molti l’hanno già fatto, e bene, molti ancora lo stanno facendo. I territori bituminosi delle province di pianura e di montagna alimentano felicemente la letteratura italiana, e tanti hanno già riflettuto assai meglio di me su questo rapporto fecondo tra invenzione letteraria e geografie della provincia. Lo ha vissuto sulla propria pelle, per esempio, l’emiliano Silvio D’Arzo, o Ezio Comparoni (per tacere degli altri alias). In lui la provincialità era così profondamente radicata da spingerlo appunto a utilizzare diversi pseudonimi pur di non essere riconosciuto. Rintraccia le linee essenziali di questa liaison conflittuale l’introduzione di Ivan Tassi alle tre versioni del racconto “Casa d’altri” pubblicate con rigore filologico da Diabasis nel 2010. Nelle sue lettere all’editore Vallecchi, D’Arzo ha creato, attraverso finzioni biografiche, falsi dati anagrafici enom de plume, una ragnatela protettiva dalla notorietà di provincia, che gli suonava come una peste da cui difendersi negando, negando sempre di essere lui. Va bene, i suoi scrupoli erano effetto di un’evidente angoscia depressiva, coltivata nella solitudine di un pudore estremo che rifiutava veri rapporti umani. Ma la provincia che D’Arzo o Comparoni temeva, quella fatta di edicolanti e tabaccaie, parenti stretti e lontani, vicini di casa, amiche della madre, frequentatori di parrocchia, redattori di rivistine e via così, non era frutto delle sue nevrosi: è reale, ancor oggi, gode di invidiabile salute, esercita un perenne giudizio sulle cose del mondo che pure non sa mettere a fuoco e capire fino in fondo, e, concedendo allo scrittore del luogo (qui cito D’Arzo stesso) una fama da “campione ciclista cittadino” o da “tenore”, lo immiserisce, lo umilia, proprio perché non lo comprende. Meglio, ripeteva D’Arzo, l’anonimato continuamente verificato e messo a punto, meglio aggirarsi come un’ombra sconosciuta nelle vie troppo familiari.
La provincia (italiana, ma non solo) è vasta, multiforme, onnicomprensiva. Quello che vorrei tracciare in questa rubrica, se mi riesce, è invece un territorio più modesto e appartato, e assai meno conosciuto: è quella provincia di confine che, per effetto di Alpi o altri impedimenti geomorfologici, si trova circoscritta, rannicchiata su se stessa, lontano dalle grandi inquietudini della provincia di pianura. Ne so qualcosa perché ci vivo – soffrendo un po’, e allungando gli occhi, quando mi riesce, al di là del profilo dei monti.
Il mio primo, piccolo contributo al nuovo elegante "Zibaldoni" si può leggere qui, http://www.zibaldoni.it/2012/12/22/provincia-di-confine/, e comincia così:
Scusate, non voglio buttarmi a parlare per forza anch’io di provincia. Molti l’hanno già fatto, e bene, molti ancora lo stanno facendo. I territori bituminosi delle province di pianura e di montagna alimentano felicemente la letteratura italiana, e tanti hanno già riflettuto assai meglio di me su questo rapporto fecondo tra invenzione letteraria e geografie della provincia. Lo ha vissuto sulla propria pelle, per esempio, l’emiliano Silvio D’Arzo, o Ezio Comparoni (per tacere degli altri alias). In lui la provincialità era così profondamente radicata da spingerlo appunto a utilizzare diversi pseudonimi pur di non essere riconosciuto. Rintraccia le linee essenziali di questa liaison conflittuale l’introduzione di Ivan Tassi alle tre versioni del racconto “Casa d’altri” pubblicate con rigore filologico da Diabasis nel 2010. Nelle sue lettere all’editore Vallecchi, D’Arzo ha creato, attraverso finzioni biografiche, falsi dati anagrafici enom de plume, una ragnatela protettiva dalla notorietà di provincia, che gli suonava come una peste da cui difendersi negando, negando sempre di essere lui. Va bene, i suoi scrupoli erano effetto di un’evidente angoscia depressiva, coltivata nella solitudine di un pudore estremo che rifiutava veri rapporti umani. Ma la provincia che D’Arzo o Comparoni temeva, quella fatta di edicolanti e tabaccaie, parenti stretti e lontani, vicini di casa, amiche della madre, frequentatori di parrocchia, redattori di rivistine e via così, non era frutto delle sue nevrosi: è reale, ancor oggi, gode di invidiabile salute, esercita un perenne giudizio sulle cose del mondo che pure non sa mettere a fuoco e capire fino in fondo, e, concedendo allo scrittore del luogo (qui cito D’Arzo stesso) una fama da “campione ciclista cittadino” o da “tenore”, lo immiserisce, lo umilia, proprio perché non lo comprende. Meglio, ripeteva D’Arzo, l’anonimato continuamente verificato e messo a punto, meglio aggirarsi come un’ombra sconosciuta nelle vie troppo familiari.
La provincia (italiana, ma non solo) è vasta, multiforme, onnicomprensiva. Quello che vorrei tracciare in questa rubrica, se mi riesce, è invece un territorio più modesto e appartato, e assai meno conosciuto: è quella provincia di confine che, per effetto di Alpi o altri impedimenti geomorfologici, si trova circoscritta, rannicchiata su se stessa, lontano dalle grandi inquietudini della provincia di pianura. Ne so qualcosa perché ci vivo – soffrendo un po’, e allungando gli occhi, quando mi riesce, al di là del profilo dei monti.
martedì 18 dicembre 2012
Piccola (e vanitosa) postilla al post precedente
Leggendo "Mariti alla brace" di Betty Mindlin, ed. La Linea (v. post precedente), ho capito finalmente dove diavolo è finito il mio Nathan nella sua deriva nelle foreste (cap. 3): in uno dei racconti orali raccolti dalla Mindlin in Amazzonia.
Lasciando da parte gli scherzi: ne parlavo con Maurizio Gnerre, l'autore dell'Introduzione a "Mariti alla brace", a Roma, in occasione della presentazione di "A gran giornate". Gnerre sottolineava la dimensione "picaresca" di quelle narrazioni orali, e trovava in questa dimensione un elemento in comune con i miei personaggi dell'ultimo romanzo. Aveva ragione: unito alla divagazione libera dell'immaginazione e all'imprevedibilità combinatoria degli elementi, c'è un senso comune di ricerca e smarrimento in ambienti sempre più vasti e ostili, in cui si intrecciano realismo e fiabesco. A farci le spese, in uno dei capitoli più tropicalisti, è il povero Nathan, che oltretutto, come uno dei personaggi della Mindlin, vaga nudo (privo però, se vogliamo esser puntigliosi, dell'astuccio penico).
Lasciando da parte gli scherzi: ne parlavo con Maurizio Gnerre, l'autore dell'Introduzione a "Mariti alla brace", a Roma, in occasione della presentazione di "A gran giornate". Gnerre sottolineava la dimensione "picaresca" di quelle narrazioni orali, e trovava in questa dimensione un elemento in comune con i miei personaggi dell'ultimo romanzo. Aveva ragione: unito alla divagazione libera dell'immaginazione e all'imprevedibilità combinatoria degli elementi, c'è un senso comune di ricerca e smarrimento in ambienti sempre più vasti e ostili, in cui si intrecciano realismo e fiabesco. A farci le spese, in uno dei capitoli più tropicalisti, è il povero Nathan, che oltretutto, come uno dei personaggi della Mindlin, vaga nudo (privo però, se vogliamo esser puntigliosi, dell'astuccio penico).
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domenica 16 dicembre 2012
Letture: "Mariti alla brace", di Betty Mindlin
Leggo “Mariti alla brace – Miti erotici dell’Amazonia”, la raccolta di racconti orali indigeni ad opera di Betty Mindlin, che La
Linea ha pubblicato quest’anno nella collana “Il secondo libro” nella
eccellente traduzione di Angela Masotti e con il corredo di una brillante Introduzione
di Maurizio Gnerre. Il libro è entusiasmante per diversi motivi, che proverò a
dire.
I racconti orali delle popolazioni amazzoniche coinvolte rivelano
un immaginario straordinariamente vivido e libero; il fantastico è ovunque,
interseca le vite degli uomini e delle donne dei villaggi e le vite degli
animali e dei vegetali della foresta, intreccia il mondo sensibile e quello
notturno e spiritico, la routine del villaggio e i sentieri dei sogni. Mai
visti spiriti e demoni così concreti, animali e piante così umani. C’è un
oscillare continuo tra i diversi regni, tra le diverse realtà, un continuo
metamorfosarsi, un osservarsi e attrarsi e concupirsi e sedursi tra creature
appartenenti a nature diverse – e per noi, solo per noi, incompatibili. C’è anche
diffidenza, certo, pure ostilità, spesso espressa in forme di ferocia
incontenibile – e c’è sempre il rischio dell’inganno, del tranello,
dell’imboscata. Ma il travaso tra mondo umano e mondo della natura e mondo
degli spiriti è continuo, inarrestabile, forsennato, spensierato anche, nel
senso che pare vissuto, almeno nelle prime fasi, con la più grande naturalezza
e spontaneità.
Tutto questo divagare dei narratori orali, che rimescolano i
miti della collettività con personali falli di memoria e guizzi di
improvvisazione, riceve, al momento della trascrizione, e poi della messa a
punto, della rifinitura, della rielaborazione delle diverse fonti (tutte
opportunamente, rigorosamente citate), una pulitura che dà un effetto
sorprendente e forse imprevisto. Chissà come erano disordinati, arruffati,
bislacchi, centrifughi questi racconti, al momento in cui uscivano dalle bocche
degli anziani narratori; la buona educazione della lingua scritta lavora invece
sulle connessioni, ricerca un senso, una direzione, un sistema di relazioni,
almeno fin dove può, e dal contrasto tra la materia bruta e intricata che
immagino all’origine della ricerca e la sintesi operata dalla scrittura nasce
un suono nuovo, un contrasto proficuo (lo stesso che senti risuonare nelle
pagine dei grandi trascrittori di materiale folklorico europeo, a pensarci
bene: ma qui, in “Mariti alla brace”, la lontananza geografica fa percepire il
tutto con maggiore forza).
L’erotismo e il desiderio sembrano dominare molti racconti:
è una sessualità panica, che pervade come dicevo tutta la realtà, e spinge a
inseguire amanti o a ricercare il piacere là dove i tabù sociali lo
vieterebbero. In realtà (lo mette bene in luce la Mindlin nel saggio in cui
tira le somme finali) quasi tutti i racconti presentano allegre manifestazioni
di sessualità che però, in un modo o nell’altro, e spesso anche ferocemente,
vengono represse o ricondotte alle leggi non scritte di una comunità piuttosto
repressiva, di certo sessista. Donne e uomini se la spassano nei modi più
singolari per quasi tutto il racconto, concentrati nell’ottenimento del loro
piacere, dimentichi del loro ruolo e della rete di legami e obblighi familiari
e sociali, persi in una ricerca quasi onirica di una loro realizzazione
attraverso il piacere: ma ecco che nelle ultime righe arriva la mazzata,
vengono scoperti, sbugiardati, oltraggiati, mutilati, uccisi, nella migliore
delle ipotesi solo derisi – e qui va detto che le sorti peggiori, le punizioni
più severe e feroci toccano alle donne.
Il linguaggio orale asseconda questa libertà di movimento
dei personaggi – dei loro corpi, anzi delle parti dei loro corpi, le quali
spesso sono dotate di un’autonomia totale, si staccano dal resto, assumono
iniziative proprie, si trasformano in altro, si ingrandiscono o
rimpiccioliscono o deperiscono indipendentemente dal resto dell’organismo –
dicevo che il linguaggio orale, le lingue nascoste e a perenne rischio di
estinzione delle popolazioni dell’Amazzonia, assecondano questa libertà di
movimento dei personaggi nel mondo vibrante e ambiguo della sessualità panica,
e sanno essere esplicite, evitano le perifrasi, chiamano gli organi sessuali
per quel che sono, entrano nei dettagli fisiologici anzi. Del corpo non hanno
quella diffidenza impaurita che l’Occidente ha soprapposto all’immaginario
greco-romano – semmai, qualche problema a questo proposito sembrano averlo i
narratori che usano il portoghese, meno libero, più vincolato a etichette e a
censure linguistiche.
Ho amato quest’antologia di miti vividi, divertenti e
feroci, in cui metamorfosi biologiche imprevedibili avvengono quasi ad ogni
riga. È il tipo di fonte presso cui ogni scrittore dovrebbe dissetarsi, per
ritrovare il gusto della sorpresa e la schiettezza dell’espressione.
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sabato 15 dicembre 2012
"A gran giornate" su "Retroguardia 2.0"
Francesco Sasso, sulla rivista letteraria online "Retroguardia 2.0", ha pubblicato oggi una bella recensione al mio "A gran giornate".
Già qualche settimana fa, in un post poi scomparso dalle pagine della rivista ma rintracciabile qui, http://it.paperblog.com/appuntamenti-a-gran-giornate-di-claudio-morandini-1485587/, Sasso aveva anticipato le sue impressioni: "Con vero gusto, in questi giorni, ho iniziato a leggere l'ultimo libro di Claudio Morandini. Subito mi colpisce la qualità del linguaggio e dell'immaginazione".
E conferma oggi Francesco: "A gran giornate è un’opera grottesca tirata giù con ingegno e con prodigiosa fantasia da uno scrittore dalle eccezionali abilità stilistiche. In A gran giornate ci sono personaggi vivi e scene bizzarre, anfratti di mistero e squarci di fantasia. Per fortuna è un’opera vagabonda e, nella trama, smarrita". E più avanti, dopo avere accennato ai singoli personaggi "sbandati ed irragionevoli": "Il tutto poi confluisce come rivoli in un unico fiume: un’eterna fuga senza meta nel deserto che si muta in abisso di irrealtà. E la vita disperatamente gioiosa dei personaggi, che de facto è ricerca d’amore, si conclude davanti ad una cupa allegoria (...). L’autore" conclude Francesco Sasso "guarda con ironico e mesto sorriso queste creature umane agitarsi come fantocci nel teatro dei burattini che è la vita".
L'articolo completo si può leggere in http://retroguardia2.wordpress.com/2012/12/15/claudio-morandini-a-gran-giornate/.
Tenete d'occhio questa rivista di Francesco Sasso e Giuseppe Panella, è fatta con competenza e passione.
Già qualche settimana fa, in un post poi scomparso dalle pagine della rivista ma rintracciabile qui, http://it.paperblog.com/appuntamenti-a-gran-giornate-di-claudio-morandini-1485587/, Sasso aveva anticipato le sue impressioni: "Con vero gusto, in questi giorni, ho iniziato a leggere l'ultimo libro di Claudio Morandini. Subito mi colpisce la qualità del linguaggio e dell'immaginazione".
E conferma oggi Francesco: "A gran giornate è un’opera grottesca tirata giù con ingegno e con prodigiosa fantasia da uno scrittore dalle eccezionali abilità stilistiche. In A gran giornate ci sono personaggi vivi e scene bizzarre, anfratti di mistero e squarci di fantasia. Per fortuna è un’opera vagabonda e, nella trama, smarrita". E più avanti, dopo avere accennato ai singoli personaggi "sbandati ed irragionevoli": "Il tutto poi confluisce come rivoli in un unico fiume: un’eterna fuga senza meta nel deserto che si muta in abisso di irrealtà. E la vita disperatamente gioiosa dei personaggi, che de facto è ricerca d’amore, si conclude davanti ad una cupa allegoria (...). L’autore" conclude Francesco Sasso "guarda con ironico e mesto sorriso queste creature umane agitarsi come fantocci nel teatro dei burattini che è la vita".
L'articolo completo si può leggere in http://retroguardia2.wordpress.com/2012/12/15/claudio-morandini-a-gran-giornate/.
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venerdì 14 dicembre 2012
Intervista a Fabio Ciriachi sulla poesia
Come dicevo, ecco le belle risposte di Fabio Ciriachi alle domande sulla poesia formulate dalla mia seconda liceo.
Come
ci si sente a essere un poeta oggi?
Nelle mie esperienze di scrittura, essermi occupato e occuparmi
anche di poesia (tre raccolte edite e una quantità notevole di testi spuri) non
arriva a farmi “sentire” un poeta. Non c’è, a mio avviso, una condizione che
autorizzi a definirsi così in modo permanente; considero, invece, possibile che
nello stato d’animo particolare con cui ci si esprime in versi si sia molto
vicini a quanto il termine “poeta” comunemente esprime. E comunque, quando si
ha l’impressione che i versi abbiano trovato le parole giuste, ci si sente
molto bene.
Che
cosa può dire e dare la poesia oggi?
Tenendo conto del particolare rapporto tra società civile e
fruizione culturale che caratterizza questa fine della postmodernità (rete,
blog, e-book), mi sento di affermare che la poesia, oggi, dice e dà più o meno
quanto ha detto e dato nel corso dei secoli. Occasioni di crescita interiore,
per chi cura questo aspetto dell’esistenza; ciambella di salvataggio, per chi
altrimenti annegherebbe; punto di riequilibrio, per il suo saper liberare dalla
povertà squilibrante dei linguaggi utilitaristici; squarcio di vastità sulle
ristrettezze di un’esistenza che la routine sociale ottunde.
Che
cosa non è la poesia oggi?
La domanda è di una tendenziosità che mi sfugge, perché sarebbe
fin troppo facile rispondere che non né una balena, non è un F-35, non è un
passaggio a livello. Forse dovrei più retoricamente considerarla alla luce di
cosa ci si aspetta che sia, magari come continuazione di ciò che ci si è
aspettato che fosse in passato. Allora mi viene da dire che non è vaticinio,
non è profezia, non è manna dal cielo (per incontrarla, da lettori, bisogna
lavorare sodo), non è scorciatoia (“sette paia di scarpe ho consumato”), non è
consolazione.
In
che rapporto ti poni con la tradizione poetica che ti ha preceduto?
In un rapporto di piena e incondizionata gratitudine. Devo tutto
a quanti hanno scritto prima di me; non solo a quelli sui quali, per affinità,
mi sono formato, e che mi hanno insegnato il poco che so fare, ma anche a
quelli che la mobilità del giudizio critico mi fa ritenere lontani, estranei,
al limite dell’inutile. Certo, dietro ogni pubblicazione c’è il rischio che si
celi un atto di stolta superbia, giacché pubblicare equivale a dire “aggiungo
qualcosa che mancava a quanto già esiste”, il che è molto difficile da
dimostrare. Tanto è vero che, per quanto mi riguarda, l’unica condizione a cui
sottostò, e alla quale ho sempre cercato di essere fedele, è che il nuovo libro
sia migliore del precedente.
Come
e quando ti sei accostato alla poesia?
A scuola, da piccolo, perché in casa mia non c’era un rapporto
con la lettura tale da favorire occasioni. Poi, nell’adolescenza, la poesia è
entrata quasi da sola in un più ampio progetto di apertura allo scrivere, e da
allora si è nutrita di letture disordinate ma per lo più appassionanti. Piano
piano, a forza di imitare i maestri, la mia voce ha assunto un carattere suo
proprio, anche riconoscibile, e lo prova la telefonata di un’amica che,
rimettendo a posto le sue carte, diceva di aver trovato una poesia anonima che
le sembrava scritta da me; le ho chiesto di leggermela e ho scoperto che in
realtà era una mia traduzione di una poesia di Philip Larkin, poeta che amo
molto ma dal quale sono stilisticamente lontano. Perplessità a parte sui
fondamenti del tradurre, è stata una buona verifica di riconoscibilità.
Da
dove nasce la scrittura poetica? Cos’è l’ispirazione poetica?
Credo nasca da quanto scritto prima, e poi ancora prima, fino ad
arrivare alla prima scrittura che immagino nata dal canto, anzi, dal suono, un
suono che, trovata voce umana capace di esprimerlo, ha al contempo trovato
pensiero, senso, fino a rendere costante ed equilibrato il compromesso
suono/pensiero. Quanto all’ispirazione, non so bene cosa dire, se non che non
esiste, forse, quella che si fa somigliare a una sorta di discesa dello spirito
santo, che s’infonde nel poeta e, attraverso i suoi versi, arriva agli altri. È
probabile che esista, invece, in chi scrive e in chi legge, una tendenza al
bello come armonia quotidiana, come patria di salute in cui abitare il più
possibile, ma di difficile accesso, perché il patto sociale, almeno nell’area
culturale che deriva dalla Grecia, si è costituito su valori che tendono a
negare, in quanto improduttiva, quell’area dell’essere, di modo che si arriva a
scrivere poesia solo quando, per ragioni spesso carsiche, si riesce ad aggirare
il divieto.
Fabio Ciriachi è nato nel 1944 a Roma, dove vive dopo aver
passato molti anni a Arezzo. Fotografo, poeta, autore e traduttore, con la
silloge Dissidenze ha vinto il
Premio Montale 1990 e con il racconto Solo
per somiglianza ha vinto il Premio Anna Maria Ortese 2004. Fra i suoi ultimi libri di
narrativa, Azzurro-cielo e
verde-pistacchio (Edimond, 2008); Soprassotto
(Palomar, 2008), L’eroe del giorno
(Gaffi, 2010). Come poeta ha pubblicato presso Empirìa Il giardino urbano (2003) L’arte di chiamare con un filo di voce (1999) e Pastorizia (2011). Nel 2011, sempre per Empirìa, ha partecipato a Testo originale de i parlamenti.
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