Il 30 ottobre 2014, alle 11,00 presso l’Aula Magna del Liceo Musicale Statale di Forlì, in Via Salinatore 17, sarà presentato un nuovo allestimento de “Gli oscillanti”, con musiche di Marta Raviglia e Manuel Attanasio su mio libretto. Con Stefano Asioli, Elisa Babini, Cecilia Gaetani, Lorenzo Giovagnoli, Catia Gori, Nicoletta Grazzani, Elisabetta Maulo, Lara Puglia.
lunedì 27 ottobre 2014
domenica 26 ottobre 2014
Ascolti: Piero Bittolo Bon, Domenico Caliri
Piero Bittolo Bon Jümp
The Shark
El Gallo Rojo, 2014
Piero Bittolo Bon: alto sax, alto clarinets, flute
Gerhard Gschlössl: trombone, sousaphone
Pasquale Mirra: vibes
Domenico Caliri: electric and acoustic guitar
Danilo Gallo: double bass, electric bass
Federico Scettri: drums
Se Stravinskij avesse
scritto funk invece di ragtime, sarebbe andato a parare dalle parti dei funk
destrutturati, implacabilmente irregolari, a cui si dedicano i componenti della
Piero Bittolo Bon Jümp The Shark in “Iuvenes doom
sumus”, pubblicato quest’anno, come i precedenti, dall’etichetta
El Gallo Rojo.
L’estetica della band si
muove nel solco tracciato da certo jazz colto, che sa conciliare (ma come fa? ma
come ci riesce?) contrappunto rigoroso e un certo melodismo divagante, sghembo
e inquieto: siamo dalle parti del Threadgill più cameristico, per capirci.
Se si può parlare di
umorismo in musica, il sestetto di Piero Bittolo Bon suona come un buon
esempio: sarà quel rimescolare gli opposti, quell’impasto timbrico che alla
freddezza degli strumenti a percussione accosta a forza il calore terrigno dei
fiati, a cavarne attriti e stridori, quel prediligere gli staccati (anche qui
mi viene in mente la predisposizione quasi nevrotica per gli staccati dello
Stravinskij neoclassico), quello stare un po’ dentro un po’ fuori la materia
trattata, quel mescolare magma con ghiaccio, quell’equilibrio oscillante tra
distacco e empatia… Di sicuro, ed è un sollievo, il sense of humour di questa musica non ricorre mai alla facile
scorciatoia della parodia, della caricatura ammiccante: si colgono, nei
paesaggi tra urbani e campagnoli tracciati dalla penna di Bittolo Bon, rimandi
ad altre musiche, ma sono detriti, scorie non decifrabili, frammenti di fossili.
Piero Bittolo Bon è
solista generoso: mescola volentieri il timbro del suo clarinetto e del suo sax
a quello degli altri strumenti della compagine cameristica con cui si
accompagna: e quando tace per lasciare spazio agli altri, si percepisce come
un’impazienza di riprendere il discorso. Predilige il dialogo (che a volte
sembra prendere il tono e il ritmo di “baruffe” da commedia goldoniana) con il
sousafono o il trombone di Gerhard Gschlössl, che in
diversi momenti pennella di echi bandistici i brani e conferisce un’aria
ruvidamente rustica (come il basso tuba in certo Threadgill, appunto). Chissà
che si dicono quei due: fatto sta che li sentiamo borbottare e questionare a
lungo, e a volte la loro intesa pare perfetta, un unisono di buone intenzioni,
a volte le visioni divergono, le opinioni stridono, le voci vanno ognuna per
conto suo. Due “rusteghi”, sembrano – e speriamo di non essere fraintesi,
perché quel loro parlottare ora conciliante ora suscettibile ha sì come sfondo
ideale un paesaggio veneziano, ma allo stesso tempo è congenitamente
contemporaneo, e si trova a suo agio anche in posa davanti allo skyline di New
York o Chicago. D’altra parte, tra i suoi modelli sentiamo, oltre al già citato
Threadgill, Coleman (Ornette, certo, ma anche e forse soprattutto Steve, l’instancabile
macinatore di note nelle varie compagini di cui è stato leader), Tim Berne…
Piero Bittolo Bon trova
un altro complice nel chitarrista Domenico Caliri: la sintonia è tale che i due
si ospitano nei rispettivi album come si riprende un discorso interrotto tra
amici perché si è fatto tardi. Le loro visioni della musica e del rapporto tra
suono improvvisato e scrittura sono simili, e anche quel certo gusto per
l’irregolare, l’irrequieto, lo sghembo, il dissonante – una propensione ad
attribuire una sorta di necessità al caso. Bittolo Bon sembra più attratto
dall’esplorazione degli effetti che scaturiscono da una compagine ridotta,
Caliri è sedotto dagli impasti timbrici e armonici di un organico più vasto: Bittolo
Bon indugia sull’iterazione mai regolare di ostinati tematici o ritmici e non
gli dispiacciono le lunghe sequenze di puro abbandono; Caliri si volge verso
un’idea di composizione più strutturata, più scritta, in cui le esigenze
dell’insieme prevalgono sulle ragioni dei singoli solisti. Ma insomma, i
riferimenti sembrano comuni, come comune è quel certo gusto per le
virgolettature, per la provocazione umoristica (ma mai becera), quel tenersi
ben lontani dagli accomodamenti della musica maistream, il prediligere gli spigoli e le spine alle morbidezze.
A questo punto, parlare
di jazz nei confronti di Piero Bittolo Bon significa rimandare a una sola delle
sue influenze: perché, a voler mettere un po’ di ordine nella sua cameretta
(non che lo si debba fare per forza, anzi è un gioco parecchio ozioso, ma ormai
ci sono dentro), ci troveremmo tanta musica colta del Novecento,
dall’onnipresente Stravinskij a Messiaen e Ligeti e oltre, del rock, forse
anche del soul, e qualcosa che non è possibile definire e che potremmo
chiamare, per sentirci in pace, una specie di musica del futuro.
Domenico Caliri
Caligola Records, 2014
Christian Thoma: oboe, english horn
Piero Bittolo Bon: alto sax, flute
Enrico Sartori: Bb clarinet, alto sax
Francesco Bigoni: tenor sax, Bb clarinet
Beppe Scardino: baritone sax, bass clarinet
Mirco Rubegni: trumpet, flugehorn, french horn
Glauco Benedetti: tuba
Fabio Costantini: el. guitar
Pasquale Mirra: vibraphone
Alfonso Santimone: piano, synth
Francesco Guerri: cello
Federico Marchesano: electric bass, double-bass
Federico Scettri: drums
Domenico Caliri: conduction, composition, el. guitar
In “Camera lirica” di
Domenio Caliri si respira un’aria diversa, anche se si ritrovano le voci originali di alcuni interpreti (il vibrafono di Pasquale Mirra, la batteria di Federico Scettri) – e anche se il linguaggio è sempre quello,
nervoso, scritto, intricato, del jazz contemporaneo meno accomodante. A fare la
differenza è la pastosità armonica, quell’oscillare tra jazz da big band dei
bei vecchi tempi (virgolettato, però, come fuori sincrono) e orchestra colta –
talvolta con echi beffardi da sigla televisiva degli anni sessanta (ed è un
complimento, intendiamoci) o, addirittura, da gag alla Spike Jones. Impasti molto
contemporanei e insieme vintage, trascinanti
e insieme trattenuti (è giocoforza ricorrere agli ossimori, nel raccontare
questa musica); assoli di sorvegliata follia e momenti d’assieme, sotto una direzione
minuziosa.
“Danze storte”, il
sottotitolo della traccia intitolata “Initìnere”, aiuta a capire l’idea poetica
che governa tutta l’operazione: movimento, certo, dinamismo, danzabilità, ma
“storta”, anche cantabilità, ma sconnessa. Non c’è paura delle dissonanze,
degli accostamenti stridenti – anzi, un costante senso di sfida li cerca, ne
favorisce l’incontro.
Cinque tracce
corrispondono alle sezioni di una “allegoria sonora in cinque quadri” dal
titolo “Baccanale”: è una sorta di musica a programma, in forma di poema
sinfonico o di balletto, in cui il mito classico è recuperato con intenti à la Cocteau; soprattutto, è l’occasione
per esplorare la fertile ambivalenza di una musica che, mentre allude
all’ebbrezza dionisiaca e alla perdita di controllo, sottostà al controllo
(apollineo) del compositore-direttore. Sono baccanti ebbre, d’accordo, e non
potrebbe essere altrimenti: ma osservate a una certa distanza, con sguardo
divertito. Non hanno più nulla della terribilità delle menadi: il loro è un
gioco di società, a metà tra l’orgia di provincia e la scuola serale di ballo. Improvvise
accelerazioni del ritmo le costringono a galop indecorosi, le gettano a gambe
all’aria; seguono decelerazioni estenuate, in cui si ha il tempo di ricomporsi,
di riprendere fiato, sistemarsi la mascherina o la parrucca, o le giarrettiere.
A questo punto è chiaro
di cosa sia l’”allegoria sonora” questa divertente e inquietante partitura: dei
nostri tempi convulsi e volgari, sbigottiti e briosi, allucinati e incupiti. Ci
siamo tutti, lì dentro, che lo vogliamo o no.
Per avere un altro
esempio delle qualità compositive (e, in senso lato, narrative) di Caliri, sentite
anche come si infittisce implacabile il contrappunto di “H Song”, come germina
con una sorta di inevitabilità da un nucleo tematico, come da un certo punto su quel contrappunto
si infiltra l’improvvisazione a cercare uno spazio, a contaminare con macchie
di nuovi colori, e come tutto alla fine ritorni nell’alveo della scrittura
rigorosa. E sentite come la frenesia di “Mouse” contagi tutti – come l’ansiogena
colonna sonora di un disegno animato fintamente scanzonato in cui tutto
potrebbe precipitare da un momento all’altro verso il peggio, e ci potrebbe
scappare pure il morto (John Zorn approverebbe). Un momento di pausa, verso
metà, non è meno irrequieto: ci si è nascosti da qualche parte, si trattiene
l’urlo, si bisbiglia con quel paio di altri fuggiaschi, si battono i denti per
la tensione, ci si mette d’accordo per riprendere la fuga. Ecco, ci siamo. Via!
In questo caos
minuziosamente organizzato, Caliri, puntiglioso compositore, è invece solista discreto:
lascia ampio spazio al suo “ensemble non convenzionale”, lascia gli eccellenti
solisti declamare o borbottare o ringhiare in frammenti di monologhi sempre un
po’ dissociati, e interviene là dove serve un accompagnamento accordale, o un
controcanto ironico, staccato (rieccolo, lo staccato ossessivo che rimanda alla
concitazione dei nostri tempi). È come uno Zappa meno compiaciuto, meno
condiscendente con se stesso.
È invece un’elegia, o
meglio un’egloga che profuma di legno (anche fuor di metafora: i legni vi hanno
un ruolo dominante) “Oswiecim (K Song)”, dedicata a Primo Levi (il titolo
riprende il nome polacco della cittadina che in tedesco suona Auschwitz): una
parentesi assorta nella frenesia generale, in cui una melodia dolente, di
disarmante semplicità, cresce e si espande armonicamente fino a diventare voce
di una moltitudine. Il modello severo delle “Symphonies pour instruments à
vent” di Stravinskij (sempre lui!) non è lontano.
Da Letteratitudine: “Salvare Mozart” di Raphaël Jerusalmy (e/o, 2013)
“Salvare Mozart” di Raphaël
Jerusalmy, tradotto in modo eccellente da Gaia Panfili, racconta lo scontro tra
due diverse concezioni della musica (e della vita, in buona sostanza). Da una
parte troviamo il protagonista Otto J. Steiner, che malato, sconfitto, burbero,
recluso in un sanatorio cascante, confida i suoi umori alle pagine di un
frammentario diario destinato al figlio lontano. Ci troviamo a Salisburgo, tra
il 1939 e il 1940 (Salisburgo? Una voce narrante “burbera”? Non siamo lontani
dai rimuginii di Thomas Bernhard): l’Austria ha aderito con allarmante
entusiasmo all’annessione con la Germania di Hitler, e il nazismo imperversa
ovunque. All’inizio Steiner, che vivrebbe circondato dalla musica, se potesse,
se gli lasciassero il grammofono, e ascolta fino a consumarli i pochi dischi
che gli sono rimasti, scopre di condividere l’amore per la musica con i nazisti
– e questo lo preoccupa, lo riempie di dubbi. Prima del ricovero va ad
assistere a un concerto (“Il ratto dal serraglio” diretto da Böhm, “un’interpretazione…
brillante, poderosa, immensa”), si trova circondato da ufficiali nazisti, c’è
anche Hitler in un palco. Perché perseguitati e persecutori condividono gli
stessi gusti? Le differenze emergeranno chiare, definitive, più avanti, quando il
kitsch dei nazisti e dei loro complici infetterà Salisburgo e il suo Festival, trasformandolo
in “una sagra di militari in libera uscita e buzzurri impinguinati”, con
direttori come Böhm e Léhar che brandiscono “le loro bacchette come randelli” e
se ne stanno sul podio a dirigere “come caporali” (quest’ultima cosa la si dice
di Heinz Hilpert, che però, a dire il vero, era regista, non direttore
d’orchestra).
Agli antipodi del gusto di Steiner si
trovano proprio i melomani di marca germanica, amanti di marcette e valzer,
pronti a scattare sull’attenti allo squillo di una fanfara, prigionieri, per
così dire, di una concezione militaresca della musica, incapaci di apprezzare
le sfumature di un’esecuzione meditata e invece esaltati da interpretazioni
tronfie, retoriche – lontanissimi da quel Mozart che per Steiner finisce per
rappresentare l’ultima voce da preservare, l’ultima oasi di bellezza in un
mondo in declino verso il brutto (e l’orrore). “Il nostro Mozart” scriverà
verso la fine, “non il loro”: musica cioè che i gerarchi nazisti non sanno
capire, anche se la ascoltano compunti, e che nemmeno i loro lacchè possono
capire, anche se la sanno eseguire. Nelle sue proposte meno volgari ed effimere
la musica tedesca è comunque intrisa di “lirismo esaltato, grandioso”, in nome
di “una sorta di romanticismo esacerbato” di marca genericamente straussiana
che al tempo stesso esprima “l’impeto del Reich” e si tenga lontano “dai patemi
e dalla tetraggine” della musica non di regime.
“Perché tutto questo accade a suon
di musica?” si chiede con amarezza il protagonista il 13 marzo 1940,
anniversario dell’Anschluss e occasione per un concerto di gala a Vienna. “Gli
strumenti dovrebbero tacere. I tenori, i violinisti. Non essere complici. Per
pudore”. La “spudorata” mancanza di gusto (o meglio, degenerazione del gusto),
che sembra nascere da una sovrapposizione dell’estetica nazista su certe
inclinazioni austriache, viene sarcasticamente etichettata in diversi frammenti
del diario. Vittime illustri del giudizio severo di Steiner sono, oltre a certi
compositori di basso rango benvisti dal regime, anche alcuni direttori
d’orchestra, più o meno celebri. Sulla loro complicità più o meno dichiarata
l’autore (Jerusalmy, stavolta, non più Steiner) scriverà una nota finale di
condanna senza appello: “Nessun musicista
né direttore d’orchestra citato nel diario di Otto si schierò mai in
difesa della libertà di espressione, o prestò il benché minimo aiuto ai
colleghi perseguitati” si legge, prima della stoccata finale: “Dopo la guerra
incassarono tutti l’ammirazione incondizionata dei melomani di tutto il mondo”.
Steiner, per esaltare il lato
inafferrabile, irriducibile a un semplice schema, della musica che ama, ricorre
anche al paradosso, all’assioma tranchant:
“Strano che i tedeschi siano melomani. La musica è perenne approssimazione”
scrive l’8 marzo 1940. Ecco, ci siamo: la musica di Mozart non impone un ritmo
di marcia (non fa venir voglia di invadere la Polonia, come Wagner, ha detto o
scritto non so più dove Woody Allen): è allusiva e carezzevole, vibrante anche
quando la si immagina soltanto: “Palpito di piacere. Immagino le prove, le
ramanzine del direttore d’orchestra, i macchinisti che disturbano. Percepisco
ogni grattio d’archetto, ogni fiato degli ottoni e perfino il fruscio della
carta quando i musicisti voltano pagina”. È senso dell’attesa, dilatazione
della sensibilità. Vive oltre le note, si prolunga nei silenzi che precedono e
seguono l’esecuzione. Dà calore e prolunga la vita.
Il fatto che gran parte delle
vicende narrate si svolga in un luogo così spiccatamente simbolico come un
sanatorio non deve far pensare che il romanzo si esaurisca in una dimensione allegorica:
la realtà storica si intromette spesso e rabbiosamente nel torpore dimesso,
sofferente e sempre più degradato della clinica, dapprima grazie alla radio,
poi attraverso improvvise perquisizioni, interrogatori violenti, sparizioni di
persone sospette di essere ebree, requisizioni di un intero piano per il
ricovero di soldati orribilmente feriti provenienti da uno dei tanti fronti di
guerra. Per fortuna Steiner, che per metà è ebreo, riesce a eludere i
controlli, a confondersi nella folla dei malati, ad apparire addirittura uno
degli altri, con tanto di saluto con
il braccio levato.
Oltre alle incursioni brutali del
mondo esterno, si infittiscono le allusioni a quello che avverrà di lì a poco:
quando Steiner sogna di mettere su un’orchestra con gli altri degenti
l’immagine fa rabbrividire: “Tutti quegli scheletri in pigiama che suonano
Schubert all’ingresso della mensa. Davvero buffo.” Non si può non pensare alle
orchestrine di reclusi nei campi di concentramento, obbligate a suonare dinanzi
ai loro persecutori.
“Salvare Mozart” è davvero
un’operina ricca di allusioni sottili. L’appartenenza di Steiner al mondo ebraico,
mai negata ma, per forza di cose, tenuta nascosta, in un certo senso anche a
lui stesso, emerge pian piano verso la fine, quando il protagonista si troverà
a condividere la camerata con un vecchio morente che per farsi forza canticchia
ininterrottamente una vecchia melodia yiddish. Quella filastrocca entrerà nella
mente di Steiner fino a occuparne ogni spazio, fino a diventare un’ossessione (“Cerco
di canticchiare qualcosa di Mozart, di Schubert, ma il dannato motivetto torna
alla carica non appena sto zitto. Soprattutto di notte”), e gli fornirà la
soluzione per una “vendetta” esemplare quanto incruenta. Eppure, nemmeno il
vecchio agonizzante e incosciente è ebreo: quella melodia appiccicosa è un
ricordo remoto della sua infanzia, venuto a galla chissà come nel degrado
definitivo della sua mente, a dimostrazione di come un tempo i due mondi,
quello degli ebrei e quello dei non ebrei, potessero convivere e fondersi senza
grossi traumi.
La melodia farfugliata aiuta il
vecchio morente a respirare meglio: allora anche Steiner la canticchia, a
canone, e un po’ alla volta riesce a liberarsi i polmoni dall’oppressione del
male. La musica, ancora una volta, sia pure in questa situazione notturna e ai
limiti dell’onirico, può salvare – dunque bisogna salvarla.
A poco a poco la ribellione di
Steiner, il suo atto estremo prima della morte, si chiarisce: assume dapprima
il carattere di un attentato (e la descrizione del tentativo di avvelenamento
di Hitler al momento dell’incontro tra questi e Mussolini al Brennero ce lo fa
sentire assieme come indispensabile e impossibile, nella cornice pacchiana,
fracassona e grottesca dell’evento); poi diventerà, dicevamo, una vendetta più
sottile e sofisticata, una splendida vendetta musicale che non riveliamo per
non togliere ai lettori il piacere di scoprirla.
Se Mozart va salvato (e in effetti
si salva) nonostante tutto, altri musicisti amati escono malconci, come
Beethoven: prima umiliato nel refettorio del sanatorio, sparato da un
grammofono tra gli ammalati in vestaglia, deformato da un’acustica pessima
(“Non pensavo che un giorno avrei detestato Beethoven”, chiosa Steiner); poi,
senza che abbia alcuna colpa, infilato nel repertorio dei direttori di regime,
enfatizzato da Karajan e dagli altri, reso tronfio monumento (assieme a Richard
Strauss e a Bruckner) di un modo di intendere la musica che il protagonista
giudica “superato” e “privo di originalità”.
Giorno dopo giorno, la solitaria resistenza
di Steiner si configura sempre più come una difesa dell’arte, del gusto, della
bellezza dinanzi alla rozzezza dei barbari. Il “rubare la musica” dei nazisti,
il loro triviale appropriarsi dei luoghi della cultura, delle opere dei grandi
compositori, è un’offesa contro cui vale ogni mossa, anche l’omicidio, se è il
caso – di sicuro vale rischiare la vita, giocare il tutto per tutto, mirare a
quell’ultimo obiettivo rimasto prima che la malattia si porti via tutto. Per
preservare la musica che ama dalle ruberie dei nazisti e dei loro complici e
dalle rozze e stupide tirate retoriche dei musicisti di regime (per “salvare
Mozart”, insomma), Steiner è disposto anche a sporcarsi le mani, ad aiutare
l’amico Hans a vergare i programmi del Salzburger
Kultursommer, sempre più olezzante di “varietà da soldataglia”, e a
difendere certe scelte di repertorio: malato, indebolito, isolato, accetterà di
sobbarcarsi viaggi e impegni che lo debiliteranno ancora di più, ma insieme gli
daranno la sensazione di essere ancora vivo. In un empito di combattività non
privo di comicità, il protagonista si abbandona a proclami che suonano come
dichiarazioni di guerra: “Salisburgo non sarà Bayreuth. Giammai!”
http://letteratitudine.blog.kataweb.it/2014/10/25/salvare-mozart-di-raphael-jerusalmy/
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martedì 21 ottobre 2014
Da Letteratitudine: Valerio Piperata
Veloce e buffo come un
cartone animato, il romanzo d’esordio di Valerio Piperata, “Le rockstar non
sono morte” (e/o, 2014), è un tributo insieme sincero e ironico al culto del
Dio del Rock – evocato più volte, e qua e là, nei momenti difficili, pure
nominato invano. Il giovanissimo autore, e l’io narrante che credo debba
qualcosa alle esperienze di batterista dell’autore, un po’ credono un po’ no a
questo Dio, di cui si sentono i Giobbi, sempre presi di mira, messi alla prova,
perseguitati senza una ragione.
“Il Dio del rock me lo sentivo sotto la pelle, dentro al
cuore” dice il liceale romano Davide Fagiolo, il protagonista, con slancio da
integralista. “Mi dava coraggio, mi ci faceva credere. Perché siamo pochi, noi
eletti dal Dio, ma siamo stati scelti da Lui per la forza e la costanza che
abbiamo dimostrato di avere, nel nome del rock. Siamo disposti a superare ogni
ostacolo, difficoltà, date a cachet zero, pur di arrivare dove vuole portarci
Lui: la destinazione di questo viaggio la ignoriamo, sappiamo solo che,
indipendentemente da quello che succede, dobbiamo continuare a camminare.”
Davide Fagiolo è
batterista; o meglio, vorrebbe esserlo, aspira a esserlo, e non è detto che lo
sia davvero: ma insomma, suona una batteria da quattro soldi in una band
raccogliticcia che sembra un concentrato di tutte le aspirazioni, le illusioni,
le bellezze e le goffaggini del rock (oltre che un significativo campionario
antropologico di certa gioventù italiana di oggi, irrimediabilmente marginale).
Il suo riferimento ideale sta in Ringo Starr, non certo in uno dei virtuosi
della batteria che hanno imperversato in tanti gruppi degli ultimi decenni del
Novecento: e questo suo ruolo, questa predisposizione verrebbe da dire
caratteriale, se non genetica, gli consente di avere un punto di vista
laterale, defilato, periferico, e appunto ironico, sulle vicende narrate.
Fagiolo è il motore di tutto, il cuore del gruppo, la base su cui tutto il
resto si tiene: eppure il suo ruolo, come quello di tanti altri batteristi, da
Ringo Starr in su, non è riconosciuto. I batteristi stanno in fondo, di solito non
si agitano eppure faticano più degli altri, vengono intervistati meno degli
altri, sul palco dei concerti sono nascosti dall’agitarsi delle prime donne, nei
video rischiano di rimanere comparse, se non macchiette. Ecco, Fagiolo è un po’
così, ma non sembra che gliene importi molto. Sa che in realtà senza la base
ritmica (costante, anche se approssimativa) garantita dal batterista la musica
suonata dagli altri non ha più senso. Il vero leader non è il frontman che si sgola e si scalmana
davanti a tutti, ma lui, il negletto batterista in penombra – così, almeno, in
un misto di modestia e megalomania, pensa il nostro protagonista.
Chiunque abbia vissuto, da
ragazzo, l’esperienza di mettere insieme un gruppetto per suonare rock conosce
quel misto di esaltazione, ostinazione, ansia e frustrazione che colora le
giornate e agita le notti: i problemi tecnici, i locali improvvisati,
l’acustica tremenda, il pubblico scarso e ostile o, peggio, indifferente, le
cene offerte dai gestori a base di pastasciutta, le località sconosciute in cui
nessuno ha fatto pubblicità al concerto – e la bellezza di certi momenti in cui
miracolosamente tutto sembra andare per il verso giusto, il pubblico arriva e
gradisce, e di colpo la fatica e i dissapori scompaiono, e si ha la sensazione
di trovarsi dinanzi a un’inaspettata epifania. Ecco, c’è tutto questo nel
romanzo di Piperata, ed è fresco e immediato come se fosse in presa diretta,
improvvisato sul palco, senza tanti aggiustamenti in postproduzione.
Il rock di cui si fanno
paladini i quattro del gruppo è paratattico, diretto, semplice; e anche lo
stile e la lingua di questo romanzo lo sono. Frasi veloci, squadrate: zero
subordinate o quasi, qualche periodo sgangherato che dia un tono di sincerità
anche brutale, un tot di luoghi comuni che suggeriscano l’immediatezza del
parlato. È una semplicità schematica ma vivace, coltivata nonostante gli studi
dell’autore (e del personaggio, che sta finendo il liceo classico, il che vorrà
pur dire qualcosa).
L’idea di rock che emerge
nel romanzo di Piperata è istintiva, pulsionale: il rock è una musica che non è
necessario saper suonare, è un culto più che un linguaggio – in ogni caso basta
riuscire a balbettarlo per evocarlo. Volerlo suonare, nella logica
semplicistica e appassionata di Fagiolo e dei suoi amici, equivale a praticarlo
davvero: “beccare le note giuste” non è importante quanto sognare di farlo.
Il rock dei personaggi di
Piperata è fieramente (ma, allo stesso tempo, si direbbe, inconsapevolmente)
controcorrente: non si sente a suo agio nei giorni nostri, proprio non ci si
ritrova. Forse per questo sta scomparendo, o “morendo”, interessa a sempre meno
giovani, anzi non è più sentito dai giovani come il loro linguaggio. La
vitalità diretta del rock è messa in un angolo dall’artificialità della musica
digitale più commerciale, ancora più squadrata e elementare (musica che non si
ascolta davvero, non si suona davvero). I maestri del rock, e anche quelli
della canzone d’autore, intesi come riferimenti, modelli, padri ispiratori,
profeti, o sono morti o sono anziani – e sgomitano in un pantheon sempre più
affollato. Nel mondo dipinto da Piperata (e non solo da lui) il rock è fuorimoda: e a questo punto, i
protagonisti possono rivendicare questa condizione di inattualità come un
motivo di orgoglio, fino al punto di chiamare il proprio gruppo “I vecchi”.
Come il rock, il romanzo
di Valerio Piperata scorre diretto, enfatico ma senza veri drammi. Piperata ama
certa comicità fatta di nomi storpiati come in certe storie di Topolino (i
celebri Setfiba, Vecchiotti, Caparotta, Peppino d’Elba, Negro d’Avola, Articolo
8, i temibili critici musicali Stroncatutti, Sgamasòle, Maria Castrante…), di
accumulazioni e iperboli (e qui, nell’eccesso di caricaturalità, il modello
sembrano essere, più che gli albi di Topolino, certe teratologie sociali del Paolo
Villaggio dei tempi di Fantozzi: si pensi a località come Cecio Marittimo,
Santa Maria Cosciona, San Pizzino, San Scatarro). Al Fantozzi dei bei tempi
rimandano anche le elencazioni dell’abbigliamento tragicamente o mostruosamente
casuale e inadeguato con cui il gruppo si presenta per la prima volta sulla scena,
oltre alla descrizione dell’iperbolico megaedificio del supermanager
discografico Ottavio Pilato. Forse avremmo fatto a meno di certi dettagli e certi
nomi che sembrano scorciatoie troppo facili verso la risata (che so, un Nicola
Latrina, un Mario Chiavica, o i già citati San Scatarro e Santa Maria
Cosciona…), ma qui prevale un gusto per la corporalità che è proprio del
carattere irriducibilmente infantile dell’Italia, e forse è proprio questo che
vuole suggerirci Piperata.
Niente drammi, si diceva,
in questo romanzo: niente conflitti dilanianti, insomma, non a scuola, dove
pure il protagonista è trattato regolarmente a pesci in faccia dai coetanei, e
di sicuro nemmeno in famiglia, dove anzi i genitori, ognuno a modo suo,
finiscono per appoggiare con affetto, un pizzico di rassegnazione, una discreta
dose di ammirazione e un po’ di rimpianto per le proprie occasioni perdute il
sogno del figlio di costituire una rock band e di arrivare al successo
(obiettivo che per un po’ sembra possibile). E anche quando la delusione per il
mancato successo sembra interrompere per sempre il sogno di Fagiolo, anzi,
proprio in quel particolare momento, gli affetti e l’ottimismo finiscono per
rafforzare i legami e ricostruire la speranza. In fondo (non è una sorpresa, ma
suona sempre bene), non è il successo in sé a contare, ma il lungo percorso che
si fa per raggiungerlo.
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