Il 21 giugno, l'amico Giuseppe Giglio, sulla sua pagina facebook, si è espresso così a proposito di "Neve, cane, piede":
La neve
ghiacciata di una sperduta valle alpina. Un cane petulante e chiacchierone. Il
piede di un cadavere che comincia a venir fuori ai primi segnali del disgelo.
Eccoli, gli elementi che fanno il titolo di questo nuovo romanzo (tratto da una
storia vera: la realtà aiutando a rendere probante l'immaginazione) di Claudio Morandini. Una
storia di montagna, certo, ma che si allarga al mondo. Una storia deformante e
felicemente surreale: di quella surrealtà tutta landolfiana (e penso
soprattutto al Landolfi che amava definirsi un «pagliaccio verbigerante») che
illumina tanto vivere, che ne mostra le insufficienze, le inadeguatezze. E così
Adelmo Farandola, un vecchio scontroso e solitario, dalla memoria vacillante, diventa
il nuovo picaro di questa fiaba che si tinge di giallo, o di nero: dove a
preoccupare - una volta chiuso questo godibilissimo e raffinato racconto lungo
- non è tanto il morto (un morto che vede e che parla: come i morti di quel
fulminante romanzo d'esordio che è "Cade la terra", di Carmen Pellegrino), quanto
i vivi. Quelli che appena si intravedono, si scorgono, tra le pagine e i lampi
di luce riflessi dagli specchi di neve. E come accade con quella fortissima
luce alpina, i vivi di "Neve, cane, piede" lasciano percepire al
lettore il loro lato oscuro, quella che Brancati (e torniamo alla luce, alla
neve) avrebbe definito la ripresa buia. Leggetela, questa fiaba picaresca. Vi
piacerà.
venerdì 24 giugno 2016
martedì 14 giugno 2016
Da Letteratitudine: Alfredo Casella
Si legge assai volentieri
“I segreti della giara”, l’autobiografia che Alfredo Casella ha terminato nel
1938 e che opportunamente il Saggiatore ripubblica quest’anno a cura di Cesare
De Marchi e con illuminante postfazione di Giovanni Gavazzeni (“Il nostro
debito con Alfredo Casella”). Casella, compositore di temperamento, dalla
vocazione europeista e modernista, ha in letteratura il gusto delle descrizioni
vivide di ambienti e personalità. Certo, il testo soffre qua e là delle
intenzioni auto-apologetiche: con quest’opera Casella doveva difendersi
dall’ostilità dei rivali, dalle cortigianerie degli invidiosi, e mettere al
riparo se stesso e la seconda moglie ebrea dai pericoli di una denuncia – l’anno
della stesura è lo stesso delle famigerate leggi razziali – ed è per questo che
si sente spinto a sottolineare la propria italianità, l’ispirato cattolicesimo
di famiglia, la granitica fedeltà al fascismo – in questo non era insincero –, a
esaltare le virtù dell’”Italia Littoria” concedendosi financo qualche antipatica
stoccata che oggi ci suona razzista (la “qualità inferiore” dei “metèques” che ingolfano la Parigi del
dopoguerra, la “congrega” di “elementi israeliti medieuropei” che influenzano
in senso “anti-latino” le scelte delle associazioni internazionali della musica
contemporanea).
Ma, si diceva, “I segreti
della giara” è un’opera gustosa e illuminante per molti altri versi. Casella
suddivide il testo in tre grandi momenti, corrispondenti alle tre città che più
hanno contato nella sua formazione. Scorrono così, in ampi quadri fitti di
dettagli, la Torino ottocentesca dell’infanzia e degli affetti familiari, città
che in controtendenza rispetto al resto d’Italia preserva una solida tradizione
strumentale e non pare attratta dal melodramma, a meno che non sia quello di
nuovissimo conio e avanzato linguaggio di Wagner; la Parigi a cavallo tra Otto
e Novecento, fucina cosmopolita di sperimentazioni artistiche ma anche di
memorabili lotte tra “rivoluzionari” e passatisti, guastata da incomprensioni e
gelosie logoranti, abitata da geni afflitti sempre, secondo Casella, da vezzi e
debolezze – e da Parigi l’apertura verso il resto d’Europa, la Russia, la
Germania, l’Inghilterra; infine la Roma del ventennio, in cui il ruolo e la
personalità musicale di Casella si definiscono sia pure tra mille invidie.
L’apprendistato di
Casella si nutre del confronto con metodi, scuole, culture diverse, praticato
con curiosità intellettuale sin dagli anni torinesi e affinato durante il
fertile soggiorno parigino: è come se attraverso lo studio del magistero di
altri compositori, in apparenza diversissimi se non inconciliabili (Richard
Strauss, Mahler, Debussy, i sinfonisti russi, Ravel, Stravinskij, che nella
traslitterazione caselliana diventa Strawinski, e tanti altri), il giovane
Casella imparasse, oltre al mestiere, anche a definire un suo stile personale
(e, attraverso questo stile personale, lo stile di tutta una nazione, visto che
l’autore pone se stesso come campione di italianità, sin dalle prime
composizioni, sin da quella rapsodia intitolata “Italia” del 1907 che oggi rischia
di suonare come un guazzabuglio kitsch e nazionalista di temi popolari e melense
canzonette). Curiosamente, Casella non ci dice molto di sé come compositore:
non lo vediamo quasi mai al lavoro su determinate composizioni, l’atto creativo
non ci viene raccontato, se non per rari e sbrigativi accenni a questioni di
orchestrazione o di alternanza di movimenti: le composizioni saltano fuori già
fatte, magari irrisolte, ingenue, di precaria tenuta, ma già concluse;
piuttosto il compositore ne segue le fortune concertistiche, riporta i giudizi
dei colleghi o dei critici sui giornali o il plauso dei frequentatori delle
sale da concerto. Ma, in un certo senso, Casella resta riservato, quasi pudico,
a differenza, che so, di Stravinskij sempre prodigo di dettagli sulla genesi e
lo sviluppo delle proprie idee musicali – eviteremo di cadere nel cliché
attribuendo alle sue origini piemontesi questo riserbo. Per Casella, insomma, il
racconto della musica è essenzialmente il racconto delle relazioni artistiche, del
percorso dell’opera nel mondo, il riscontro del pubblico – la sua dimensione pubblica,
insomma.
Nella terza sezione dei
“Segreti”, intitolata “Roma (1915-1938)”, si alternano i dettagliati resoconti
di tournée in giro per il mondo (Francia, Stati Uniti, Unione Sovietica) in cui
Casella si impegna a diffondere composizioni proprie e di altri compositori
italiani suoi contemporanei, e le fasi di fervida attività di promozione della
musica contemporanea, italiana e internazionale, a Roma e in generale in
Italia. Su questo punto è riconosciuto unanimemente da tutti coloro che
conobbero Casella l’impegno infaticabile del compositore, sinceramente convinto
che solo attraverso uno svecchiamento del linguaggio e il confronto con le
correnti più avanzate della musica europea (Da Stravinskij a Schönberg, passando per Bartók e
tutti i nomi più importanti) l’ambiente musicale italiano potesse liberarsi dal
provincialismo e dal passatismo. In queste pagine dense di informazioni fino
alla pedanteria, si sente ancora più chiaramente lo sforzo dell’autore di
sbarazzarsi delle facili accuse di anti-italianità che i rivali gelosi gli
gettavano addosso dai giornali. Casella che insiste nel far conoscere al
pubblico romano o milanese degli anni trenta il “Pierrot lunaire” di Schönberg, “Les Noces” o “Oedipus” di
Stravinskij sembra davvero voler fare apostolato di nuovi linguaggi musicali di
cui l’Italia, ancora invischiata nel melodramma e nel verismo, aveva un gran
bisogno (non era solo in questo il nostro Casella: anche Puccini, come ci viene
ricordato, manifestò tale interesse nei confronti delle nuove musiche).
Le testimonianze di chi
lo conobbe personalmente in quegli anni, ne fu allievo e fu aiutato da lui lo
confermano: Casella era generoso di aiuti con chiunque fosse dotato di ingegno,
seppure stilisticamente lontano (in questo senso sono particolarmente
significativi gli esempi dei giovani Petrassi e Dallapiccola, soprattutto del
secondo, attratto dal serialismo schönberghiano
assai più sistematicamente di quanto a suo tempo il giovane Casella fosse stato
dall’atonalismo del “Pierrot Lunaire”, che Casella chiama dodecafonia senza che
lo fosse).
Per Casella non vi è
contraddizione tra il suo impegno a favore delle correnti più avanzate in
musica e l’adesione al fascismo; di questo ha voluto cogliere sin dagli inizi
il lato più “rivoluzionario”, che sentiva coerente con un’arte a sua volta
anticonvenzionale. Nel frattempo, curiosamente, lo stile di Casella andava in
tutt’altra direzione: in nome dell’anti-verismo e dell’anti-romanticismo, la
vena del compositore, affinandosi e liberandosi dall’ingerenza dell’atonalità e
della politonalità praticate da giovane, andava scovando affinità nel
repertorio barocco e pre-classico, nelle forme del concerto grosso e della
sonata scarlattiana: si semplificava, si squadrava (rientrando così in quella
vasta reazione alle vaghezze dell’impressionismo e ai residui del wagnerismo
che va sotto il nome di “neo-classicismo”, nome che per la verità non piacque
mai a nessuno dei compositori più dotati). Casella si emancipava, inoltre, dal
ricorso a materiale folklorico, senza però smettere di alludere, attraverso il
ricorso a danze, ninne-nanne e altre forme consimili, a una matrice popolare
italiana (come avevano fatto o andavano facendo altrove colleghi ammirati quali
De Falla o Bartók).
Così, nel definire il suo stile maturo, Casella parla di “naturalezza e
semplicità però che sono risultato di dolorose e faticate assimilazioni e
rinuncie e non espressioni oppure sfoghi di ingenuità e di dilettantismo” (e “naturalezza
e semplicità” sono anche tra gli ingredienti alla base dell’enunciazione di un
carattere nazionale, arduo impegno cui si dedica Casella nelle ultime pagine,
intitolate, come in una di quelle forme tripartite care al compositore,
“Constatazioni, idee e conclusione”).
http://letteratitudine.blog.kataweb.it/2016/06/07/i-segreti-della-giara/
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mercoledì 1 giugno 2016
Sull'Indice di giugno
Sull’Indice del libri del mese di giugno, in edicola in questi giorni, Domenico Calcaterra firma una acuta analisi di Neve, cane, piede dal titolo "Un realismo largo". La recensione è già disponibile sul sito della prestigiosa rivista letteraria.
«Per marginalità e bizzarria al limite del comico» scrive tra l'altro Calcaterra, «Adelmo Farandola potrebbe certamente appartenere alla tragicomica galleria di stralunate figurine dei tarocchi dispiegate e montate ad arte in A gran giornate; e Neve, cane piede leggersi senz’altro come incunabolo, separato, che pure a quell’eterocosmo finzionale potrebbe essere ricondotto. Ciò che emerge da quest’affilata breve partitura è, ancora una volta, la preoccupazione (al limite dell’ossessione patologica) di Morandini per la messa a fuoco del racconto, la scelta della cadenza adatta: in una parola, della voce.»
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