Riprendo la seconda parte dell'intervista a Maria Panetta sulla nascita della rivista letteraria "Diacritica" (http://www.diacritica.it) già apparsa sul blog Letteratitudine News.
CLAUDIO MORANDINI - Nel
primo numero di «Diacritica» ti occupi personalmente delle varianti de La Velia di Cicognani. L’approccio è squisitamente
filologico, l’intenzione (condivisibilissima) è apertamente quella di fare riscoprire
la complessità e la ricchezza linguistica di un autore ormai messo da parte.
Qual è, secondo te, il destino della ricerca filologica oggi? Quanto è cambiata
in questi ultimi anni? Qualcosa ne sta minando le basi?
MARIA PANETTA - Come ti dicevo, secondo me la Filologia è
ancora utilissima, specie nell’epoca odierna, dominata dal pressappochismo e
dalla tendenza a banalizzare spesso i contenuti, magari senza semplificarli
realmente, rendendoli davvero accessibili. È una disciplina che insegna il
rigore, appunto, e una tensione verso la massima approssimazione possibile alla
Verità, intesa come il testo più vicino alla volontà autoriale. Insegna,
inoltre, il rispetto per gli altri: personalmente, ho avuto due punti di
riferimento in quest’ambito. Oltre alle indimenticabili lezioni del mio Maestro
Mario Scotti, dotto filologo e insieme critico raffinatissimo, l’ultimo anno
dei miei studi universitari seguii il corso di Filologia italiana di Giorgio
Inglese. Uno dei suoi insegnamenti che meglio ricordo ha guidato le mie scelte
sia nella realizzazione dell’edizione critica del Carteggio tra Croce e Papini, sia in quella della Velia: il criterio di rendere sempre
possibile al lettore la ricostruzione del ragionamento attraverso il quale il
filologo arriva a definire un testo e a proporlo al pubblico. Lo trovo un
insegnamento di grande valore etico; implica una considerazione (che condivido)
di sé come “operaio della conoscenza” (come si definivano certi collaboratori
della «Critica» di Croce), al servizio del progresso della stessa e, dunque,
ben lieto di contribuire anche al proprio “superamento”, in vista di un
avvicinamento ulteriore alla Perfezione (che resta, comunque, una chimera).
Per rispondere anche alla seconda parte della tua domanda, di
certo oggi la Filologia è, da un lato, molto aiutata dalla tecnologia; dall’altro,
ostacolata. Se pensiamo, per esempio, al fatto che ormai le varianti dei testi
contemporanei vengono registrate spesso solo su supporti digitali (e non su
carta) e se ne perdono sovente le tracce, capiamo che soprattutto la cosiddetta
(ironicamente) “critica degli scartafacci” viene ostacolata, e non certo
coadiuvata, dall’uso del computer. Molti materiali che su carta (o pergamena)
sono rimasti a disposizione dei filologi per secoli adesso, infatti, si perdono
nelle memorie dei computer, se conservati solo su tali supporti. Giorni fa,
leggevo un intervento di Vinton Cerf, vicepresidente di Google, che mi ha molto
colpito: uno struggente invito a stampare le foto più significative e
importanti, per non perderle per sempre nel buco nero dell’informazione
digitale…
CLAUDIO MORANDINI - Qual
è insomma il rapporto della filologia con la Rete?
MARIA PANETTA - A mio parere, comunque la Filologia può
sfruttare molto le risorse dell’online: la nostra intenzione, ad esempio, è
proprio quella di divulgare e rendere accessibili a studiosi e lettori di ogni
parte del mondo, in edizione critica, testi inediti di valore estetico o
documentario che non sono mai stati studiati, se non da qualche specialista,
nel migliore dei casi. Caricati sul nostro sito (www.diacritica.it), in un
“clic” certi documenti sinora sconosciuti arriveranno fino ai confini del
nostro mondo e saranno consultabili con estrema facilità e agio da chiunque,
ovunque. Con conseguenze sull’ampliamento delle nostre conoscenze attuali
neanche immaginabili.
CLAUDIO MORANDINI - Trovo
molto interessante anche l'attenzione per il mondo editoriale, condotta con il
rigore del metodo storico-scientifico. In effetti di editoria si parla spesso e
ovunque, ma troppo sovente si rimane a un approccio, come dire, da gossip…
MARIA PANETTA - Come ti dicevo, sono un’italianista prima che
una storica dell’editoria; questo approccio (che ritrovo, ad esempio, nei
volumi di Alberto Cadioli) si differenzia sia da quello più leggero cui fai
cenno, sia da quello di tipo biblioteconomico o archivistico, sia in parte
dall’approccio sociologico puro. L’idea è quella di ricondurre la storia delle
edizioni di libri a quella culturale in senso lato, sottolineando il contributo
che gli intellettuali hanno dato in qualità di mediatori editoriali, ma ognuno
in relazione alle proprie idiosincrasie, alla propria poetica, al proprio
concetto di letteratura, alla propria volontà di incidere sulla società.
Personalmente, sono anche molto interessata ai diversi linguaggi e, dunque,
alle trasposizioni delle opere letterarie in sceneggiature di film, testi
teatrali etc. L’approccio storico, comunque, resta fondamentale anche nello
studio della nascita delle diverse collane editoriali, latrici ognuna di un più
o meno palese e consapevole progetto culturale.
CLAUDIO MORANDINI - Come
intendete muovervi per i prossimi numeri di «Diacritica»? Ho notato che sono
previste uscite per il 25 aprile e il 25 giugno (date non casuali, “parlanti”
per così dire)…
MARIA PANETTA - Sì, lascio a te ricostruirne il motivo, ma
anche la scelta di uscire il 25 febbraio non è casuale (ed è stata fortemente
voluta dalla sottoscritta!)… Abbiamo in mente dei numeri parzialmente tematici
(specie nella sezione di critica letteraria) su questioni e anniversari
rilevanti (quest’anno ne è particolarmente ricco!). Per il resto, ci saranno
sempre saggi, edizioni e articoli miei e di Matteo Quintiliani e, poi,
valuteremo le proposte che ci arrivano.
Penso, però, in linea di massima, di adottare il criterio del
doppio referee solo per giovani
studiosi che non conosciamo bene o per tematiche nelle quali non siamo esperti,
visto che ritengo che quello in vigore oggi nella prassi delle riviste
scientifiche sia un “eccesso di valutazione” (altra cosa è, invece, la
valutazione quantitativa e qualitativa della produzione scientifica degli
strutturati, che percepiscono stipendio, ovviamente). Mi spiego meglio: uno
studioso che insegna da anni presso vari atenei, ha già prodotto libri o
edizioni pregevoli, magari ha superato un concorso nazionale ottenendo
l’Abilitazione Scientifica, dovrà essere sottoposto a valutazione per
l’eternità? Non so quanto sia giusto... Se lo stimo, leggerò il suo articolo e
lo accetterò, magari dopo avergli mosso qualche obiezione amichevole o avergli
chiesto delucidazioni su passaggi che non mi sono chiari, ma resto
dell’opinione che la firma di un articolo comporti un’assunzione di
responsabilità. Casomai, si potrà ribattere in seguito alle idee altrui,
discutendo civilmente come si era usi fare, ad esempio, al tempo delle
dottissime recensioni degli studiosi della Scuola storica.
Capisco che in un momento di crisi economica la valutazione
assolva anche all’utilità pratica di ridimensionare il numero di coloro che
ambiscono a entrare in Accademia (o nella scuola, secondo le ultime proposte di
riforma…), ma trovo ingiusto che essa debba essere perenne: anche perché a
volte si possono presentare dei casi paradossali in cui studiosi stimati e
accreditati ma non strutturati debbano essere valutati, magari, dal ricercatore
appena entrato, con un libro, per una congiuntura favorevole...
CLAUDIO MORANDINI - Un’ultima domanda: leggo che intendete
retribuire ogni articolo che pubblicherete.
MARIA PANETTA - Sì: per ora la cifra è simbolica, ma speriamo
di far crescere il progetto. Qualcuno, però, ha già commentato che si tratta di
una novità “rivoluzionaria”, perché le riviste del nostro settore non usano
retribuire gli studiosi che vi collaborano occasionalmente. Ed ecco il secondo
paradosso: può pubblicare su una rivista scientifica solo uno specialista
altamente qualificato ‒ sempre dopo aver superato il “fuoco incrociato” dei
vari revisori (s’intende) ‒, ma tale professionalità non comune non viene, in
seguito, riconosciuta che in maniera formale. Pare che un esperto di
letteratura debba per anni alimentarsi d’aria, accontentandosi solo del titolo
che ogni pubblicazione costituisce per i concorsi; però, certe riviste vengono
acquistate tramite abbonamento o finanziate con fondi pubblici o privati…
Per ora, il nostro intento è quello di permettere a chi
scrive per noi di poter almeno ottenere il tesserino da pubblicista. In
seguito, speriamo, invece, di poter contribuire a ridare dignità al lavoro
intellettuale, riconoscendogli, in un mondo come il nostro dominato dai poteri
finanziari ed economici, un valore anche quantificabile in tal senso.

