Il gruppo facebook "12 Piccoli indiani", dedicato alla lettura e al commento di alcuni romanzi italiani contemporanei, ha dedicato il mese di luglio a "Neve, cane, piede". Tra i numerosi commenti sul romanzo, colpisce per vastità e complessità di riferimenti questo di Valeria De Carli, che ho il piacere di riportare qui integralmente.
Ho letto il romanzo breve di Claudio Morandini quasi d’un
fiato. Mi è piaciuto molto. La prima sensazione è stata quella di trovarmi di
fronte ad un opera di valore universale.
L’intenzione manifesta dell’autore, o quanto meno la
curiosità che lo ha spinto a scrivere, è quella di capire perché un essere
umano possa abbandonare tutto quanto vi sia di umano. Tuttavia, non ho trovato
motivazioni abbastanza forti che giustifichino pienamente la determinazione del
protagonista a isolarsi dalla società umana, a parte la sua auto-supposta
pazzia. Eppure la storia di Adelmo Farandola non è una storia di pazzia. È
bensì una storia di isolamento lucidamente autoimposto e portato al suo
estremo. Una vita vissuta ai minimi termini, senza apparati, solo con lo
stretto necessario per soddisfare le necessità primarie, in un ambiente
naturale duro, indomato, estraneo, inesorabile. D’altra parte, quando era
giovane, egli aveva imparato i vantaggi della solitudine, costretto a sfuggire
ai rastrellamenti in tempo di guerra. Aveva imparato il conforto di parlarsi da
solo, di parlare con le cose e gli animali. Aveva imparato a non soffrire il
freddo la fame e il sonno, sfidandoli e combattendoli come i suoi peggior
nemici. Il Freddo, la Fame e il Sonno diventano tre persone dalle facce
normali, stanche, silenziose, sedute difronte a lui. Per contrasto, questa
triade mi ha richiamato il celebre quadro “Trinità” del pittore russo Andrej
Rubljov, interpretazione creativa del tema dedotto dalla storia
antico-testamentaria dell’apparizione di Dio ad Abramo sotto forma di tre
angeli che banchettano presso di lui come prefigurazione dell’Ultima Cena. Il
centro ideale e strutturale del quadro è il piatto con la testa del vitello
sacrificato, simbolo dell’agnello neo-testamentario. Dietro ognuno degli angeli
si leva un emblema: dietro quello centrale, l’albero della vita e dell’amore
divino, dietro il sinistro, una casa di cui si vedono le stanze (simbolo
dell’edificazione interiore dell’uomo), dietro il destro, una montagna,
immagine dell’ispirazione divina e della sublimità del pensiero.
Ora, come associare la sublime armonia di questa
composizione alla visione dei tre squallidi figuri in cenci scuri che
perseguitano il bestemmiatore Adelmo Farandola? Gli elementi simbolici nel
quadro di Rubljov, l’albero, la casa e la montagna, il piatto con la testa di
vitello sacrificato, sono tutti presenti nella storia di Adelmo Farandola.
Naturalmente è necessario fare un esercizio di astrazione nel quale ci si può
sbizzarrire con le chiavi di lettura. Più semplicemente basta coglierne le
assonanze-dissonanze. Se la Fame corrisponde all’albero della vita e
dell’amore, sono la vita e l’amore ciò di cui Adelmo Farandola ha fame. Se il
Freddo corrisponde alla casa, simbolo dell’edificazione dell’interiore dell’uomo,
attraverso il pensiero, è proprio questo che Adelmo Farandola non ha o ha
perso. Vedo anche nel simbolo della casa con stanze, una brillante immagine
della mente logica che ordina i pensieri nei propri cassetti, e che Adelmo
Farandola suo malgrado, tiene un po’ in disordine! Se il Sonno corrisponde alla
montagna, nel quadro di Rubljov simbolo di ispirazione divina, è o sarebbe il
luogo del sogno, di una delle porte d’accesso al divino. Ma per Adelmo
Farandola è il nemico più infido, che lo avrebbe consegnato alla morte senza
ritorno. Perché lui teme la morte, come tutti coloro che non prendono neanche
in considerazione l’ipotesi di una continuazione oltre la vita terrestre.
Infine, nel vitello sacrificato sul piatto offerto alla Trinità, simbolo dell’Agnello
di Dio, vedo rappresentato Adelmo Farandola, colto nel suo isolamento
selvaggio, quale emblema del sacrificio dell’Uomo ancora inconsapevole del
divino, al cospetto della triade maledetta, Fame Freddo e Sonno, che consuma la
carne e fa tacere lo spirito. Se il mio accostamento può sembrare un po’ tirato
per i capelli, invito ugualmente chi legge a vedere quest’opera i cui colori
sono tanto puri e limpidi, come raggianti sono le schiarite. A ulteriore
riprova del contrasto con l’immagine della penosa triade nella visione di
Adelmo Farandola. Visto che Adelmo Farandola è l’antitesi quasi perfetta
dell’essere spirituale, anche la montagna, i suoi dirupi minacciosi che egli
percorre come un animale braccato, la vetta del bivacco estivo, sono tutti aspetti
che connotano l’assoluta mancanza o rifiuto del divino. Anche le gallerie della
miniera, nelle viscere della terra, che sono stomaco che ingoia e non utero che
accoglie e pasce la vita, confermano l’estraneità di Adelmo Farandola a
qualsiasi riferimento spirituale. La terra non è il luogo dal quale Dio plasmò
Adamo, non è la tomba dalla quale risorgere a nuova vita.
Detto ciò, Adelmo Farandola assurge a simbolo universale
dell’uomo originario. Lo ritroviamo nella condizione di un Adamo dopo la cacciata
dal Paradiso Terreste, senza Dio e senza Eva, di uomo primitivo, che sopravvive
in un ambiente seppur ostile ma che egli in qualche modo controlla grazie alla
sua intelligenza, in una natura che non offre frutti da cogliere, ma solo altri
animali da cacciare. Un animale, un non-ancora-uomo. Almeno fino a quando non
compare il cane, primo animale addomesticato, compagno dell’uomo – interessato,
ma comunque fedele - fin dalla notte dei tempi. “Quel bastardo” - il cane -
significativamente senza nome, è insieme anima e coscienza di Adelmo Farandola,
e forse per questo motivo non ha un nome proprio. Anima perché il dialogo con
il cane, al quale Adelmo Farandola si rapporta differenziandosi da lui, gli
permette di umanizzarsi, come quando si prende cura dell’animale ripulendolo
dalle zecche. Essendo il cane una bestia, Adelmo diventa uomo. Coscienza,
perché sempre per mezzo del dialogo con il cane, egli riemerge dal vuoto
abissale di una mente ridotta a uno stato quasi preverbale, fatto di immagini
ed emozioni, nella quale si perdeva prima di incontrarlo. Una mente nella quale
i pochi ricordi del vissuto prima dell’isolamento affiorano, e presto
svaniscono, fino talvolta a depersonalizzarsi, talvolta risolvendosi nel
distacco completo della coscienza di Adelmo Farandola dal suo passato.
La mente di Adelmo Farandola sembra confusa, offuscata da
quell’ossessione per i fili dell’elettrodotto che lo avrebbero reso matto. In
realtà, la sua è la mente di quell’uomo originario nella quale, come è
descritta da Roberto Galasso ne Il Cacciatore di Stelle, l’invisibile era
visibile, e continuamente si trasformava. Quando tutto avveniva in un solo
flusso di forme, dai ragni ai morti, quando era il regno della metamorfosi,
come dopo avvenne soltanto nella caverna della mente. Aggiungo io, prima del
Big Bang, come mi piace immaginare la nascita della coscienza. Ancora Roberto
Galasso ne Il Cacciatore Celeste scrive che gli uomini diventarono animali
metafisici durante la caccia. Quando la caccia ebbe inizio, non c’era un uomo che
inseguiva un animale. C’era un essere che inseguiva un altro essere. Mentre con
la pastorizia e l’agricoltura l’animale divenne soltanto animale, separato per
sempre dall’uomo. Adelmo Farandola è cacciatore e pastore al tempo stesso.
Il vero mondo di Adelmo Farandola è nella mente. I pensieri
e le parole del cane nascono in realtà nella mente dell’uomo che nel cane si
immedesima. Meravigliosa facoltà dell’immaginazione quella dell’immedesimazione
e mirabilmente resa da Claudio Morandini nel personaggio del cane. I pensieri
di Adelmo Farandola sono il luogo dove gli esseri e le cose sui quali egli posa
la sua attenzione prendono significato, la trama lungo la quale si svolge il
tempo della sua vita. Un tempo che pare fermarsi quando il cane non c’è. Il cane,
lo strumento della sua coscienza appunto. Senza il cane, anche lo spazio
familiare dell’angusto vallone montano in cui vive, si dilata fino a diventare
un immenso deserto nel quale egli si sente piccolo come una formica o un verme.
Sebbene Claudio Morandini con questa similitudine intenda chiaramente
enfatizzare il sentimento di solitudine provato per la mancanza del cane - tra
l’altro anche questo un tratto umanizzante conquistato - formica e verme sono
anche esseri notoriamente incapaci di pensare, con i quali non può sussistere
un dialogo. E se, per assurdo, Adelmo parlasse con le formiche o con i vermi,
allora sì che potrebbe dirsi veramente matto!