martedì 23 agosto 2016

Si parla di montagna a Fahrenheit


Il 23 agosto, alle 15, nella prima parte di Fahrenheit, Tommaso Giartosio ha coinvolto Enrico Camanni, Franco Brevini e me in una conversazione sulle trasformazioni (morfologiche, culturali) della montagna.

lunedì 8 agosto 2016

Dal gruppo facebook 12 Piccoli Indiani: il commento di Valeria De Carli

Il gruppo facebook "12 Piccoli indiani", dedicato alla lettura e al commento di alcuni romanzi italiani contemporanei, ha dedicato il mese di luglio a "Neve, cane, piede". Tra i numerosi commenti sul romanzo, colpisce per vastità e complessità di riferimenti questo di Valeria De Carli, che ho il piacere di riportare qui integralmente. 

Ho letto il romanzo breve di Claudio Morandini quasi d’un fiato. Mi è piaciuto molto. La prima sensazione è stata quella di trovarmi di fronte ad un opera di valore universale.
L’intenzione manifesta dell’autore, o quanto meno la curiosità che lo ha spinto a scrivere, è quella di capire perché un essere umano possa abbandonare tutto quanto vi sia di umano. Tuttavia, non ho trovato motivazioni abbastanza forti che giustifichino pienamente la determinazione del protagonista a isolarsi dalla società umana, a parte la sua auto-supposta pazzia. Eppure la storia di Adelmo Farandola non è una storia di pazzia. È bensì una storia di isolamento lucidamente autoimposto e portato al suo estremo. Una vita vissuta ai minimi termini, senza apparati, solo con lo stretto necessario per soddisfare le necessità primarie, in un ambiente naturale duro, indomato, estraneo, inesorabile. D’altra parte, quando era giovane, egli aveva imparato i vantaggi della solitudine, costretto a sfuggire ai rastrellamenti in tempo di guerra. Aveva imparato il conforto di parlarsi da solo, di parlare con le cose e gli animali. Aveva imparato a non soffrire il freddo la fame e il sonno, sfidandoli e combattendoli come i suoi peggior nemici. Il Freddo, la Fame e il Sonno diventano tre persone dalle facce normali, stanche, silenziose, sedute difronte a lui. Per contrasto, questa triade mi ha richiamato il celebre quadro “Trinità” del pittore russo Andrej Rubljov, interpretazione creativa del tema dedotto dalla storia antico-testamentaria dell’apparizione di Dio ad Abramo sotto forma di tre angeli che banchettano presso di lui come prefigurazione dell’Ultima Cena. Il centro ideale e strutturale del quadro è il piatto con la testa del vitello sacrificato, simbolo dell’agnello neo-testamentario. Dietro ognuno degli angeli si leva un emblema: dietro quello centrale, l’albero della vita e dell’amore divino, dietro il sinistro, una casa di cui si vedono le stanze (simbolo dell’edificazione interiore dell’uomo), dietro il destro, una montagna, immagine dell’ispirazione divina e della sublimità del pensiero.

Ora, come associare la sublime armonia di questa composizione alla visione dei tre squallidi figuri in cenci scuri che perseguitano il bestemmiatore Adelmo Farandola? Gli elementi simbolici nel quadro di Rubljov, l’albero, la casa e la montagna, il piatto con la testa di vitello sacrificato, sono tutti presenti nella storia di Adelmo Farandola. Naturalmente è necessario fare un esercizio di astrazione nel quale ci si può sbizzarrire con le chiavi di lettura. Più semplicemente basta coglierne le assonanze-dissonanze. Se la Fame corrisponde all’albero della vita e dell’amore, sono la vita e l’amore ciò di cui Adelmo Farandola ha fame. Se il Freddo corrisponde alla casa, simbolo dell’edificazione dell’interiore dell’uomo, attraverso il pensiero, è proprio questo che Adelmo Farandola non ha o ha perso. Vedo anche nel simbolo della casa con stanze, una brillante immagine della mente logica che ordina i pensieri nei propri cassetti, e che Adelmo Farandola suo malgrado, tiene un po’ in disordine! Se il Sonno corrisponde alla montagna, nel quadro di Rubljov simbolo di ispirazione divina, è o sarebbe il luogo del sogno, di una delle porte d’accesso al divino. Ma per Adelmo Farandola è il nemico più infido, che lo avrebbe consegnato alla morte senza ritorno. Perché lui teme la morte, come tutti coloro che non prendono neanche in considerazione l’ipotesi di una continuazione oltre la vita terrestre. Infine, nel vitello sacrificato sul piatto offerto alla Trinità, simbolo dell’Agnello di Dio, vedo rappresentato Adelmo Farandola, colto nel suo isolamento selvaggio, quale emblema del sacrificio dell’Uomo ancora inconsapevole del divino, al cospetto della triade maledetta, Fame Freddo e Sonno, che consuma la carne e fa tacere lo spirito. Se il mio accostamento può sembrare un po’ tirato per i capelli, invito ugualmente chi legge a vedere quest’opera i cui colori sono tanto puri e limpidi, come raggianti sono le schiarite. A ulteriore riprova del contrasto con l’immagine della penosa triade nella visione di Adelmo Farandola. Visto che Adelmo Farandola è l’antitesi quasi perfetta dell’essere spirituale, anche la montagna, i suoi dirupi minacciosi che egli percorre come un animale braccato, la vetta del bivacco estivo, sono tutti aspetti che connotano l’assoluta mancanza o rifiuto del divino. Anche le gallerie della miniera, nelle viscere della terra, che sono stomaco che ingoia e non utero che accoglie e pasce la vita, confermano l’estraneità di Adelmo Farandola a qualsiasi riferimento spirituale. La terra non è il luogo dal quale Dio plasmò Adamo, non è la tomba dalla quale risorgere a nuova vita.

Detto ciò, Adelmo Farandola assurge a simbolo universale dell’uomo originario. Lo ritroviamo nella condizione di un Adamo dopo la cacciata dal Paradiso Terreste, senza Dio e senza Eva, di uomo primitivo, che sopravvive in un ambiente seppur ostile ma che egli in qualche modo controlla grazie alla sua intelligenza, in una natura che non offre frutti da cogliere, ma solo altri animali da cacciare. Un animale, un non-ancora-uomo. Almeno fino a quando non compare il cane, primo animale addomesticato, compagno dell’uomo – interessato, ma comunque fedele - fin dalla notte dei tempi. “Quel bastardo” - il cane - significativamente senza nome, è insieme anima e coscienza di Adelmo Farandola, e forse per questo motivo non ha un nome proprio. Anima perché il dialogo con il cane, al quale Adelmo Farandola si rapporta differenziandosi da lui, gli permette di umanizzarsi, come quando si prende cura dell’animale ripulendolo dalle zecche. Essendo il cane una bestia, Adelmo diventa uomo. Coscienza, perché sempre per mezzo del dialogo con il cane, egli riemerge dal vuoto abissale di una mente ridotta a uno stato quasi preverbale, fatto di immagini ed emozioni, nella quale si perdeva prima di incontrarlo. Una mente nella quale i pochi ricordi del vissuto prima dell’isolamento affiorano, e presto svaniscono, fino talvolta a depersonalizzarsi, talvolta risolvendosi nel distacco completo della coscienza di Adelmo Farandola dal suo passato.
La mente di Adelmo Farandola sembra confusa, offuscata da quell’ossessione per i fili dell’elettrodotto che lo avrebbero reso matto. In realtà, la sua è la mente di quell’uomo originario nella quale, come è descritta da Roberto Galasso ne Il Cacciatore di Stelle, l’invisibile era visibile, e continuamente si trasformava. Quando tutto avveniva in un solo flusso di forme, dai ragni ai morti, quando era il regno della metamorfosi, come dopo avvenne soltanto nella caverna della mente. Aggiungo io, prima del Big Bang, come mi piace immaginare la nascita della coscienza. Ancora Roberto Galasso ne Il Cacciatore Celeste scrive che gli uomini diventarono animali metafisici durante la caccia. Quando la caccia ebbe inizio, non c’era un uomo che inseguiva un animale. C’era un essere che inseguiva un altro essere. Mentre con la pastorizia e l’agricoltura l’animale divenne soltanto animale, separato per sempre dall’uomo. Adelmo Farandola è cacciatore e pastore al tempo stesso.

Il vero mondo di Adelmo Farandola è nella mente. I pensieri e le parole del cane nascono in realtà nella mente dell’uomo che nel cane si immedesima. Meravigliosa facoltà dell’immaginazione quella dell’immedesimazione e mirabilmente resa da Claudio Morandini nel personaggio del cane. I pensieri di Adelmo Farandola sono il luogo dove gli esseri e le cose sui quali egli posa la sua attenzione prendono significato, la trama lungo la quale si svolge il tempo della sua vita. Un tempo che pare fermarsi quando il cane non c’è. Il cane, lo strumento della sua coscienza appunto. Senza il cane, anche lo spazio familiare dell’angusto vallone montano in cui vive, si dilata fino a diventare un immenso deserto nel quale egli si sente piccolo come una formica o un verme. Sebbene Claudio Morandini con questa similitudine intenda chiaramente enfatizzare il sentimento di solitudine provato per la mancanza del cane - tra l’altro anche questo un tratto umanizzante conquistato - formica e verme sono anche esseri notoriamente incapaci di pensare, con i quali non può sussistere un dialogo. E se, per assurdo, Adelmo parlasse con le formiche o con i vermi, allora sì che potrebbe dirsi veramente matto!

Da Zibaldoni e altre meraviglie: "Le vacanze dello scrittore"

Nella rubrica “Da una provincia di confine” su Zibaldoni e altre meraviglie, compare un nuovo pezzo, intitolato “Le vacanze dello scrittore”. Ne riporto l'inizio, con l'invito consueto a seguire ogni pagina di quella eccellente rivista.


L’amico scrittore venuto qui a riposare dalle beghe cittadine, dalle polemiche, dai livori della metropoli si aggira i primi giorni con il sorriso beato, le narici dilatate a inspirare l’aria che lui reputa fresca e incontaminata, le orecchie tese a cogliere il silenzio. Lo conduco apposta in quartierini tranquilli, per compiacerlo, lontano dal traffico che ingombra le vie da mattina a sera, lontano dai negozi di moda o di telefonia da cui escono profumi artificiali e techno a palla (ma dov’è finita la musique d’ameublement d’una volta, lo sapete voi? che fine ha fatto la cara vecchia musichetta da ascensore o da supermercato, che invogliava all’acquisto e leniva le tensioni?), lontano dai dehors in cui nervosissimi perdigiorno fumano bevono e parlano a voce troppo alta. Esistono ancora, per fortuna, certe viuzze appartate, ombrose, maleodoranti il giusto, in cui al massimo si può incontrare un cane, un gatto, una vecchia. Lassù, tra le cimase dei tetti, il cielo. L’amico scrittore mi è subito grato, e si fa tutto naso, in quelle viuzze, che immediatamente collega a mille altre viuzze letterarie che la sua memoria (prodigiosa nelle connessioni letterarie) ha assiepato e inscatolato nella sua mente. Ecco, ecco! ripete come incantato, questo volevo, quest’ombra, quest’odore, questo nulla!
Vuole fare come me, in tutto. Una volta rideva come un matto, quando gli raccontavo che qui si pranza a mezzogiorno, si cena alle sette (anzi, si finisce di cenare alle sette) e non è raro che si vada a letto alle dieci, perché il giorno dopo ci si alza presto. Io alle sette comincio a pensare a dove andare per l’aperitivo, rideva, io alle dieci comincio a pensare non alla cena, ma al bis di olive! Ora dice di voler fare come me, per disintossicarsi dalle cattive abitudini. E i primi giorni in effetti si mette d’impegno a seguire i nostri orari, docile, divertito, si dà alle minestre, dice che tenere in mano il cucchiaio lo fa tornare bambino.
In città (la sua città), si lamenta poi, non si può più vivere. È infestata dagli scrittori. Se si affaccia a sbadigliare alla finestra, si trova dinanzi il dirimpettaio premio Strega; se va in edicola a prendere inserti letterari (i quotidiani li butta quasi subito) incrocia il blogger polemista che lo prende a braccetto e gli attacca un bottone di quelli mentre sul blog si diverte a distruggerlo. Se va a comprare, che so, scatolette di tonno o buste di insalatina non può fare a meno di strusciare l’epa del tal critico, o del tale editor. E c’è sempre, appartato in attesa dietro un angolo, uno scrittore meno fortunato di lui, che balza fuori al suo passaggio e fa questua di favori.
Ma è vita quella? si lamenta l’amico scrittore, mentre lo invito a guardarsi attorno e dimenticare. Tu, tu sì che sei fortunato! dice poi convinto, qui non c’è nessuno, nessuno! Non potrei incontrare nessuno, potrei camminare per ore senza essere riconosciuto, e non troverei un collega nemmeno se lo volessi!
Dice di tenere spento lo smartphone, ma in realtà, quando si crede non osservato, cerca nella tasca, e furtivamente dà un’occhiatina, che nessuno lo cerchi dalla grande città. Qui non c’è nessuno, nessuno! insiste. Tranne te, aggiunge poi, anche se non ce n’è bisogno. Ti affacci e i tuoi dirimpettai nemmeno sai che scrivi; e magari loro non sanno proprio scrivere. Entri in un caffè e nessuno ti coinvolge in una diatriba letteraria. Dalle mie parti, si lamenta, non posso nemmeno più entrare a prendere un caffè perché becco subito Tizio e Caio che stanno lì, appostati, come in quelle vecchie foto degli anni cinquanta, hai presente? Quelle con Palazzeschi, Tobino, Orson Welles, Pasolini, che so, Cecchi D’Amico, Penna, Vedova, Guttuso, mettici chi vuoi, colti in un momento di pausa? Ecco, con quell’aria lì, l’aria di chi vorrebbe ricreare quell’ambiente, quel ricircolo di idee. Hai notato, tra parentesi, che nessuno rideva mai in quelle foto? Hanno tutti l’aria di volersene andare, di aspirare all’aria aperta, alla luce, ma nessuno si muove per primo, rimangono affondati in quei divanetti scomodi, e soffrono, perché la scomodità e la sofferenza fanno parte della condizione dell’intellettuale, eccetera.

L’amico gira beato, nel silenzio, nell’inconsapevolezza dei luoghi in cui sono nato. Dopo un po’, quando si accorge che potrei sentirmi depresso alle sue parole, comincia a esaltarmi come un astro, anzi l’unico, di questi luoghi, ed esagera fino a imbarazzarmi.

Da Fuori Asse n. 17: "Un uomo buono"

Nel numero 17 (luglio 2016) della rivista Fuori Asse la rubrica Lettera 22, curata da Mauro Tomassoli e dedicata alle scritture brevi, ospita il mio racconto "Un uomo buono". Ne riporto l'inizio, invitandovi a leggere ogni pagina di quella eccellente rivista.

Ho sempre avuto l’inclinazione a far morire le piante di casa. Ficus, gerani, cacti, con me non hanno mai avuto vita facile. Li compro e li ricompro, li metto sul davanzale, li tengo al sole o all’ombra a seconda dei casi, innaffio o non innaffio come da istruzioni, e quelli nel giro di una settimana si sgonfiano, ingialliscono, si torcono, si denudano. Neanche con il basilico, la mentuccia, il timo sono fortunato: quando entrano in casa sono rigogliosi, e promettono pesti succulenti, sapori speziati, e già la sera del primo giorno perdono le foglie, il giorno dopo sono circondati da un nugolo di quelle moschine che si accompagnano sempre ai vegetali in disfacimento. Insomma, se ci ricavo un condimento è già qualcosa. Poi butto tutto, e torno ai surgelati.
Pensavo di non avere il pollice verde, semplicemente. Me lo dicevano tutti: poverino, non hai il pollice verde. Capita. Anzi, può essere un vantaggio, perché i vicini non mi affideranno mai le loro piante quando vanno in vacanza, ed è una scocciatura in meno. Ma qualche mese fa ho scoperto che non è solo questione di cattivo penchant per i vegetali di appartamento. C’era questo gattino, che ogni tanto si affacciava alle porte dell’uno o dell’altro, nel quartiere, accasandosi ora qui, ora lì. Ricambiava con fusa e strusci discreti i pranzi e le cene e le attenzioni, ma non poteva dirsi di nessuno. Bene, un giorno bussa, per così dire, alla mia porta. Lieto di avere compagnia senza dover per forza parlare, apro, lo faccio accomodare, gli offro un’acciughetta, gli porto del latte. Mentre quello lappa, gli preparo un giaciglio con certi cuscini damascati dono della mia povera mamma. La sera, mentre faccio un cruciverba, mi godo la vicinanza del felino. Lo sento arrendevole, sotto le mie dita, sfibrato, ma attribuisco il tutto all’affaticamento che deve cogliere chi fa vita seminomade e non può sempre contare su due pasti tutti i giorni. Fatto sta, dopo una gara di sbadigli in cui lui esce vincitore andiamo a letto. La mattina dopo, al risveglio, lo scopro ancora più debole, al punto che è incapace di alzarsi, di muovere due passi senza scivolare stremato a terra. «Dormito male, eh?» gli dico per scherzo. Provo a tirarlo su con un lieve massaggio, ma è peggio. Poi vomita non so che. A mezzogiorno è già morto.
«Era già malato, di sicuro» mi consola per telefono mia cugina Letizia. «Oppure avrà mangiato una lucertola.»
«Sarà» dico io, «non è stato mica bello vederlo andarsene così.»
«Se ti piacciono i gatti, però, non devi privartene. Ho sempre pensato che fossi un tipo da gatti. Prendine subito un altro, ti aiuterà a elaborare il lutto.»
Elaboriamo il lutto, allora, dico io, puntando al gattile.
Il secondo gatto, un soriano di una certa età, reso docile e grasso da un antico intervento chirurgico, entra in casa circospetto, annusa, si guarda continuamente alle spalle come se si sentisse minacciato, non gioca, non mangia. «Fai lo snob?» gli chiedo allora, per scherzare e metterlo a suo agio. Due giorni, e se ne va all’altro mondo anche lui.
«Hai mica dei veleni in casa?» chiede Letizia. «Magari in cucina, sotto il lavandino? Quelli son bestie che girano, assaggiano tutto, magari sono arrivati entrambi a quei veleni e ci hanno fatto merenda.»
«Non ho veleni».
«Sicuro?»
«Sicuro» dico io. Però, finita la telefonata, vado a controllare. Niente veleni a portata di gatto, soltanto, in un armadietto ben chiuso, le solite cose, una conegrina, un detersivo, della cera per pavimenti, un barattolo di vernice che nemmeno si apre. Niente che possano avere assaggiato.

Il terzo gatto, che vado a comprare più per curiosità che per desiderio di compagnia (al gattile esito a tornare così presto), non vorrebbe nemmeno entrare in casa. Mi scappa non appena apro la porticina della gattiera, scappa a gambe levate giù per le scale, si butta sulla strada, finisce sotto il SUV dell’ingegner Caramore, che nemmeno se ne accorge. «Per la miseria, ingegnere!» strillo, ma quello non mi sente, perché sta facendo le sue manovre.

Da Fuori Asse n. 17: Carla Vasio

Carla Vasio
Piccoli impedimenti alla felicità
Nottetempo, 2015
È sempre una gioia leggere un nuovo libro di Carla Vasio (lo è anche, per motivi analoghi, rileggere i suoi precedenti, tra i quali alcuni da tempo fuori catalogo aspettano una degna ricollocazione editoriale). Dopo Vita privata di una cultura, del 2013, imponente affresco di un’epoca brulicante di artisti, di letterari, di musicisti in mezzo a cui l’autrice si aggirava complice affettuosa e maliziosa, la casa editrice Nottetempo ci consegna nel 2015 un esile libro di racconti, o frammenti, o fogli d’album, intitolato Piccoli impedimenti alla felicità. Qui Carla Vasio si misura con la forma del dialogo, prevalente in moltissimi dei brani: e fissa sulla pagina conversazioni tra figure che volutamente non sono definite, colte in situazioni ellittiche. Illumina certi dettagli, ne lascia in ombra altri. Prosciuga, ma questo prosciugamento non porta a un’accelerazione, bensì a una sorta di stato di quiete vibrante – piccole vibrazioni, quasi inavvertibili. Si insinuano, nel dialogare, frammenti dell’ambiente, dettagli naturali, ombre notturne o crepuscolari; e spiccano i gesti, evidenziati come segnali misteriosi, anche quando sono consueti, se non compulsivi; e vi si frappone ogni sorta di oggetti e di animaletti, lumache, mosche, vermi, farfalle, che non fanno in tempo a diventare segni di qualcosa, emblemi portatori di una rivelazione, perché il racconto sfuma e finisce prima.

Colti in momenti in cui qualcosa li distoglie dalla rassicurante consuetudine, i personaggi (le ombre di personaggi, le silhouette, gli abbozzi, se vogliamo) esitano, incespicano, si pongono domande che restano inesplorate: non sono diversi da noi – sono dei “noi” a cui è stato tolto colore, dei “noi” che un’ironia superiore ha reso esili e disarmati. Assorta, precisissima nel lavorare tutta questa vaghezza di contorni, Carla Vasio lascia in chi la legge un retrogusto di ironia superiore, che incanta e disorienta.