Riprendo, dallo Speciale di FuoriAsse dedicato al Salone del libro 2015, la prima parte del mio articolo intitolato "Romanzi al Salone".
Daniel Kehlmann era al
Salone sabato 14 maggio per presentare il suo ultimo romanzo pubblicato da
Feltrinelli, I fratelli Friedland (F nell’originale) nella traduzione di
Claudio Groff. Conversando con Armando Massarenti, ha teorizzato un romanzo che
torni alle sue radici illuministiche (che so, a Diderot, Voltaire o Sterne) nel
suo essere un gioco di intelligenze tra autore e lettori. Erudito, divertente,
sorprendente, precisissimo nelle sue divagazioni, lieve anche quando insinua
grandi temi di natura filosofica – anzi, lieve soprattutto allora –, Kehlmann
continua a raccontare, attraverso i suoi eccentrici personaggi, l’ansia della
conoscenza umana e i limiti di questa conoscenza, l’illusione che tutto si
possa spiegare e l’intrico di coincidenze e caso che perturba anche le vite più
calcolate. L’ascolto delle riflessioni di Kehlmann mi ha fatto venire voglia di
inseguire al Salone un certo tipo di romanzo contemporaneo, che misceli
racconto con riflessione senza dimenticare mai il sorriso, il benefico distacco
dell’ironia sapiente, e nel dosare fantasticheria e razionalità smonti e rimonti
allegramente da sé i propri elementi costitutivi alla ricerca di nuove
architetture. Gli esempi, va detto, sono tanti: mi accontenterò di soffermarmi
su alcuni.
Partirei dall’Incubatore,
dove giovedì 14 la neonata casa editrice Coazinzola Press di Riccardo Duranti
ha presentato i due suoi autori della collana di narrativa “Figmenti”, Fabio
Ciriachi e Stella Sacchini. Ciriachi, con Uomini
che si voltano (2014) aggiunge una pensosa, spesso dolente e forse
definitiva clausola alla trilogia della memoria (personale, collettiva) che va
da Soprassotto (2008) a Le condizioni della luce (2013)
attraverso L’eroe del giorno (2010). Romanzo a racconti non classificabile
davvero come romanzo, e nemmeno come raccolta di racconti, Uomini che si voltano è il catalogo e la rivisitazione di testi di
natura diversa, “esercizi di osservazione” che coprono un periodo che va dagli
anni ’70 a oggi, nei quali si esercita un’instancabile capacità riflessiva
nutrita di letture coltivate lungo un’intera vita (c’è anche, a suggellare il
tutto, Chiudere il cerchio, il testo
uscito nello speciale “Labirinti di parole” del 2013, fitto, intimo colloquio
con il pensiero di Montaigne). A dare continuità a pagine tanto diverse è il
timbro vocale di Ciriachi, quel tono pacato e ostinato, quasi mai sentenzioso,
da poeta, che lavora inesausto attorno alle cose.
È un incontro felice anche
quello con la “bambina del letto in mezzo”, la protagonista del romanzo Fuori posto di Stella Sacchini,
pubblicato sempre da Coazinzola Press. Concentrata, rimuginante, la bambina
senza nome misura gli spazi e prende le distanze nell’ospedale in cui è
ricoverata per via della spina dorsale “a forma di esse”. Insonne, determinata come
una piccola Alice, quando è sola riveste ogni cosa, ogni angolo di corridoio,
letto e porta di un significato mitico, e si aggira nell’ospedale come a noi
capita di aggirarci in certi sogni dalla geografia determinata. Ha un suo
sistema di controllo del sinistro caos che le si spalanca dinanzi (dinanzi e
sotto i piedi, negli strati inferiori dell’edificio, fino ai sotterranei):
enumera, misura, ripete fino allo sfinimento formule e pensieri, ritualizza
gesti, nomina a modo suo (cioè in un modo obliquo, perifrastico) persone e
luoghi. Quando dialoga con infermiere e dottori, le sue battute sono sempre un
po’ fuori tempo, esternazioni di un flusso interiore di ragionamenti, o
puntualizzazioni capziose che gli adulti non sanno cogliere. Il bello è che in
quelle pagine di dialogo noi lettori riusciamo a sentire i discorsi degli
adulti come li sente la bambina del letto in mezzo: non tentativi di ricondurre
la bambina alla ragionevolezza, ma misteriose allusioni a qualcosa di
incomprensibile. La bambina e gli adulti che si occupano di lei condividono gli
stessi spazi ma restano estranei, come quegli animali che convivono nelle
stesse case ma restano incapaci di capirsi e si tengono alla larga gli uni
dagli altri.
Stella Sacchini ci
accompagna senza concessioni nel mondo interiore della bambina del letto in
mezzo: ne trascrive con pazienza certosina ogni pensiero, anche i
bamboleggiamenti più divaganti, anche le formule più ripetitive. Non conosce
scorciatoie, la bambina del letto in mezzo, non corre mai. E Stella Sacchini la
segue passo dopo passo – non è un modo di dire, davvero ci viene raccontato ogni passo, respiro, batter di ciglia,
perché ogni minimo gesto è un modo di misurare tempo e spazio, è un’ancora di
salvezza, è l’equivalente dei sassolini o briciole disseminati per i boschi
nelle fiabe. Grazie a lei penetriamo in un gioco interminabile, molto serio,
popolato di fantasmi e di persone reali viste come fantasmi. È un mondo in
bianco e nero, anche pauroso, con improvvisi schizzi di colore quando la
bambina del letto in mezzo indugia in ricordi di vacanze o di cartoni animati.
Intendiamoci: nelle vicende della bambina del letto in mezzo, e nel modo in cui
le racconta l’autrice, non c’è nulla o quasi delle furbizie di certi film o
libri di oggi, niente, per essere chiari, che ricordi le figurette alla Tim
Burton o alla Neil Gaiman. Questo – non esagero – è un romanzo sperimentale, e
la piccola protagonista finisce per essere una straordinaria e solitaria
performer di una body art che sonda i limiti degli spazi e del corpo.
(A proposito di Stella
Sacchini, consiglio di assaporare la sua finissima versione in italiano di Il viaggiatore oscuro di Josephine W.
Johnson, appena pubblicato da Del Vecchio. E non perdetevi La scatola nera del traduttore, che riassume il lavoro di
adattamento in italiano e racconta l’approccio insieme esegetico, creativo e emotivo
di chi traduce.)
(1 - continua)








