martedì 21 aprile 2015

Ascolti: Francesco Cusa & The Assassins

Se volessimo iniziare con una frase a effetto diremmo che gli assassini tornano sempre sul luogo del delitto; sarebbe forse divertente (non è detto), ma si sicuro fuorviante, per diversi motivi.
Perché gli Assassins di Francesco Cusa sono in realtà un gruppo fluido; giunto al secondo album, “Love” (improvvisatore Involontario, 2015), il progetto resta quello del primo CD, “The Beauty and theGrace” (sempre Improvvisatore Involontario, 2012), ma cambiano alcuni nomi: Cristiano Arcelli al sax al posto di Piero Bittolo Bon, Giulio Sternieri alle tastiere al posto di Luca Dell’Anna (restano la tromba di Flavio Zanuttini e ovviamente la batteria di Cusa, che è anche autore delle composizioni).
E poi, soprattutto perché si tratta di un progetto tutto musicale, e faremmo bene a concentrarci sulla musica e a sorvolare sulle blagues, gli scherzi dei titoli (nel primo album: “Orrore dentro alla coperta elettrica”, “Breve storia di una padella cancerogena”…) e dei commenti sul booklet – sulla musica per quel che è, in sé. Così, in “The Beauty” assistiamo a una rivisitazione insieme sincera e impaziente della stagione del jazz elettrico e contaminato degli anni Settanta. Tutto, in “The Beauty and the Grace” (la tromba di Zanuttini, le tastiere di Dell’Anna, il sax di Bittolo Bon, anche la ritmica dello stesso Cusa) ci porta da quelle parti, guarda programmaticamente in quella direzione, verso una musica libera e eccitante, incapace di fermarsi o di accontentarsi, verso quell’attitudine funk e tonalmente ambigua se non francamente atonale che metteva insieme gli opposti con naturalezza, la sperimentazione e il ritmo da ballo (o una sua derivazione), il colto con il pop (o una sua trasfigurazione).
Gli Assassins però non amano ripetersi, ripercorrere le medesime strade. Così, nel secondo album, “Love”, le blagues dei titoli si fanno meno dirette e soprattutto i riferimenti sono meno facilmente collocabili in un tempo preciso. Già nella prima traccia si passa da una frenesia jungle all’evocazione dello space jazz, con in mezzo un tot di altri rimandi. L’approccio è meno filologico, più nervoso e quasi insofferente: il connubio tra i musicisti si fa più conflittuale che solidale (si ascolti “Intricate Corvai”), il ritorno al passato è più marcatamente ironico (“Intricate Corvai” e “Wrong Measures” si concludono con temi da spy movie o da telefilm poliziesco) e meno settoriale (ci si concede un po’ di scratching in “Wrong Measures”). Si respira meno l’aria dei soli anni Settanta, insomma, e si assiste invece a un remix degli ultimi quattro decenni. La black music, nelle sue varianti meno corrive, è comunque sempre al centro delle attenzioni del gruppo. Il risultato è un album più asciutto del primo (si riduce drasticamente l’apporto accordale della tastiera), meno indulgente e nostalgico, più aspro e, per così dire, più “cattivo” (la voce che canticchia sarcastica in “Ending 2” ne è la conferma).
A conti fatti, di tutti i progetti di Cusa questo degli Assassins pare il più musicale, il meno virgolettato, il meno imbragato in impalcature letterarie o extramusicali. Qui si suona, ci si diverte, non si parla, o si parla il meno possibile, e si ragiona in termini di strutture, di masse sonore in movimento, di equilibrio o disequilibrio di forme. Gli Assassins sono gentiluomini attenti e scrupolosi, rispettosi anche quando sembrano fare la voce grossa. Sappiamo che potrebbero uccidere (le loro vittime, beninteso musicali, sono arguibili per contrasto), ma qui esprimono riconoscenze e tributano onori alla musica che amano e che continua a resistere come matrice elettrizzante e propulsiva. Di questa rifiutano soltanto l’autoindulgenza, che sostituiscono con una franca irrequietezza che impedisce loro di rimanere a lungo su un medesimo registro stilistico.


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