mercoledì 6 luglio 2016

"Neve, cane, piede": aggiornamenti, 2

Su Valdichiana Oggi, Andrea Vignini firma un interessante recensione di Neve, cane, piede, in cui si legge tra l’atro:
« La sua ultima fatica letteraria è un romanzo breve ambientato nella solitudine inospitale delle montagne e incentrato sulla figura eremitica di un vecchio, Adelmo Farandola, ormai incamminato sulla strada senza ritorno della demenza senile. Accanto a lui c'è un cane sporco e malridotto che, paradossalmente, appare più incline alla parola del suo padrone, o forse è lui che, a causa dell'avanzare del male che gli obnubila la mente, se lo immagina così.
La loro esistenza, fatta di miseria e fatica quotidiane, procede sempre uguale a se stessa in quelle lande desolate fino a quando, al sopraggiungere del primo calore primaverile, non capita loro di imbattersi per puro caso nel piede di un cadavere sconosciuto che spunta da una valanga. Un simile espediente narrativo potrebbe autorizzare il lettore ad attendersi un racconto che da qui in avanti si dispieghi sulla linea del giallo classico o del noir, insomma una trama protesa a fare luce su qualche sanguinoso mistero. Invece no.
Il cadavere, come il cane e gli uccelli (cacciatore e prede), entra semplicemente a fare parte del niveo nitore dell'universo fisico e metafisico di Adelmo che intrattiene anche con esso il medesimo rapporto fatto di contatto reale e dialoghi immaginari, cosicché si può tranquillamente affermare che quel corpo morto (e ancor prima una sua specifica parte, il piede appunto) finisce per diventare un personaggio a pieno titolo, non più strano né meno credibile degli altri che popolano con i loro scarni movimenti e i loro dialoghi taglienti il libro di Morandini.»

Anche sul blog Tempoxme Giuditta Casale parla di Neve, cane, piede:
« Claudio Morandini scrive un racconto corposo, materiale, in cui il silenzio e i pensieri prendono consistenza materica, in cui le sensazioni diventano reali e tangibili.
Un romanzo introspettivo, in cui il senso del macabro si collega alla migliore tradizione gotica. Adelmo Farandola è un nuovo mostro di Frankenstein, che destinato (anche se per suo volere) alla solitudine, ne paga tutte le conseguenze più estreme: dalla durezza delle condizioni di sopravvivenza alla fame, fino a giungere alla perdita della memoria e alla pazzia. Quello che emerge dalla scrittura tersa e nitida di Morandini è un senso pieno della natura, nella miriade disparata dei suoi aspetti, in cui la ferocia e la dolcezza, la brutalità e l’umanità perdono i loro contorni, per mescolarsi in un medesimo orizzonte.»

Infine, Carlo Simoni scrive di Neve, cane, piede su Secondo orizzonte e sugli Appunti del sito di Nuova Libreria Rinascita.
« La montagna, il bosco, la neve: Rigoni Stern, pensi all’inizio. Ma vai avanti, e il vecchio ti richiama un Rosso Malpelo sopravvissuto alle fatiche, e perché non un’altra figura di Verga, il Mazzarò della Roba? Ma neanche qui puoi dire di averlo capito, Adelmo Farandola.
Perché è vero che è tutto concentrato su di sé e sulle sue cose, ma i soldi che aveva se li è dimenticati in banca e non sa neanche più di averli, e quei pochi che tiene nella sua baracca sperduta sono solo il mezzo che gli permette di far provviste le rare volte che scende fino al paese. Per poi scordarsi, quando è alla bottega, di che cosa ci fosse andato a fare. Ma anche l’eco di un altro vecchio smemorato isolato fra le montagne, il signor Geiser dell’Uomo nell’Olocene di Frisch, si spegne presto: Adelmo non possiede alcun immaginario enciclopedico cui aggrapparsi per non perdere la memoria.
Però c’è il cane, un randagio che gli si è affezionato, e gli parla, dando voce a quel che di umano è rimasto in lui, soprattutto quando dalla valanga spunta un piede. Un piede umano. E qui il racconto si tinge di giallo: di chi è quel piede? Per un po’ crediamo di aver capito dove vuol andare a parare questo racconto. E invece no. Non è neanche un giallo alpino, questo racconto (…).
Tra i tanti echi di cui risuona e le molte tracce che semina e subito si perdono, Neve, cane, piede, alla fine si rivela una “storia vera”, a suo modo. Ce lo spiega l’autore, nella “Storia di una storia” con la quale in conclusione si è sentito in dovere di illuminare il lettore. E, si direbbe, giustificare anche di fronte a se stesso il fatto di aver immaginato questa favola pacata e feroce.»

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