L’ampio romanzo di
Antonio Lorenzo Falbo, “Finché brucia la neve” (Armando Curcio editore), intreccia
abilmente le vite e le voci di due personaggi, Desy e Alex. La prima,
educatrice in una comunità psichiatrica, è una donna appassionata del suo
lavoro, ma fragile; l’altro è un ragazzo affetto da schizofrenia che da un
certo momento è ospitato nella comunità.
Tra i due si
notano forti punti in comune. Entrambi soffrono e nascondono, finché possono,
questa loro sofferenza; sono inoltre condizionati da figure assenti, per loro
importantissime, come la sorella Clare, morta suicida e anche lei
schizofrenica, per Alex, e l’ex di Desy, Max, anch’egli operatore e suicida,
per motivi che rimarranno misteriosi per buona parte del romanzo e che
costituiscono il punto di partenza di un’indagine di Desy. I ricordi di queste
figure assenti muovono i gesti dei due protagonisti e riempiono i loro
pensieri. Desy inoltre, vittima del burn-out,
scivola sempre più verso comportamenti patologici che la renderanno simile ai
pazienti (anzi, “utenti”) che dovrebbe curare.
Il romanzo
racconta proprio (in Desy, ma anche in Alex, e in molti altri) il contrasto
perenne tra “follia” e “ragione”, tra controllo e abbandono. In questo senso,
malati e terapeuti (Desy soprattutto, come dicevamo, scivola più degli altri
verso la follia) sembrano accomunati dai medesimi rischi, da un medesimo “male
di vivere”, da una comune fragilità. Tale contrasto è anche efficacemente evocato
nell’ossimoro presente nel titolo non scontato, “Finché brucia la neve”.
Un altro punto in
comune tra i protagonisti e anche molti altri personaggi è lo sdoppiamento
della realtà in un secondo mondo immaginario, ma comunque molto vivido,
alimentato da rimuginii, visioni, paure, speranze: un locus amoenus, un hortus
conclusus che Desy e Alex sentono minacciato e che rischia sempre il
degrado per colpa di elementi esterni (la metafora del giardino ben coltivato
ricorre ossessivamente nei pensieri di Desy; in Alex questo mondo prende
piuttosto l’aspetto del luogo fiabesco).
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