Coraggiosa, curiosa, avventurosa, Aut Records è un’etichetta indipendente che propone musica di ricerca
al di là di ogni confine di genere. Dopo avere ascoltato gli ultimi album
pubblicati non posso fare a meno di parlarne.
Quella di “Color
Network”, il progetto di Francesco Massaro, Beppe Scardino, Danilo Gallo, Adolfo La Volpe e
Giacomo Mongelli, è davvero la musica che può rappresentare il nostro tempo, anche se nasce come tributo alla vena sperimentale di un modello “storico” come Ornette Coleman: distorta,
sconnessa, detritica, urlante e balbettante, con inaspettate oasi di cantabilità,
repentini e fugaci accordi in un panorama di disaccordi. È la musica di un
cantiere al lavoro, di un vulcano pronto a eruttare, di una fabbrica in cui ai
rumori delle macchine si mescolano grida di rivendicazione, della vita carica
di tensione di un quartiere urbano. È anche musica che si cerca, che sembra
cioè nascere da un parlottio casuale, e quando trova un’idea, un possibile percorso,
se ne appropria, ci si avvita attorno, lo esplora fino a disossarlo, e in
questo accanimento trova una sorta di precaria intesa comune, sempre pronta a
smentite. Gli attriti non si
ricompongono, le voci e i ritmi si sovrappongono in un mix babelico molto
contemporaneo senza compiacersi a vicenda, oggetti casuali sono suonati accanto
a strumenti veri con la medesima determinazione. Manca, programmaticamente,
l’armonia: anche nel senso che mancano strumenti armonici, che diano spessore
accordale e quindi facciano rientrare le divagazioni nervose dei solisti in un
tessuto armonico che le normalizzi e le renda “accettabili”.
Se “Color Network” sembra
ambientarsi in esterni urbani, “Cup, glasses and tanks” del trio Nicola
Guazzaloca, Pablo Montagne e Giacomo Mongelli (ancora lui) predilige gli
interni, resta cioè fedele a una dimensione cameristica più classica.
Intendiamoci: siamo sempre nel solco della musica di ricerca, in quel mondo di
relazioni dissociate e contrastanti che è un po’ la cifra stilistica
dell’etichetta, e che fa sì che i musicisti suonino per così dire l’uno contro
l’altro, o nonostante l’altro, più che insieme – un disaccordo sempre voluto, e
consensuale, e prodigo di alchimie inaspettate. Qui a dominare, in un paesaggio
sonoro fatto di cristalli e vetri e cose fragili sempre lì lì per incrinarsi e
a frantumarsi, domina il pianoforte di Guazzaloca, percussivo, ostentato,
intriso, volontariamente o involontariamente, di memorie storiche (non solo
risalenti alla fervida stagione del free jazz): evita finché può ogni
riconoscibilità, ma ogni tanto per così dire ci casca (come in “Tank of
cigars”), e allora si abbandona a una sorta di temporaneo piacere
dell’invenzione, a guizzi di virtuosismo che poi, di colpo, vengono
abbandonati. Evoca tintinnii e vetrosità, nei titoli e anche nei timbri, con la
complicità degli altri, ma spesso sembra volersi comportare come il classico
elefante in una cristalleria, o il capo di una gang in un’oreficeria – seguirne
le imprese produce quasi un piacere narrativo.

