mercoledì 12 novembre 2014

Ascolti: Aut Records, 1

Coraggiosa, curiosa, avventurosa, Aut Records è un’etichetta indipendente che propone musica di ricerca al di là di ogni confine di genere. Dopo avere ascoltato gli ultimi album pubblicati non posso fare a meno di parlarne.
Quella di “Color Network”, il progetto di Francesco Massaro, Beppe Scardino, Danilo Gallo, Adolfo La Volpe e Giacomo Mongelli, è davvero la musica che può rappresentare il nostro tempo, anche se nasce come tributo alla vena sperimentale di un modello storico come Ornette Coleman: distorta, sconnessa, detritica, urlante e balbettante, con inaspettate oasi di cantabilità, repentini e fugaci accordi in un panorama di disaccordi. È la musica di un cantiere al lavoro, di un vulcano pronto a eruttare, di una fabbrica in cui ai rumori delle macchine si mescolano grida di rivendicazione, della vita carica di tensione di un quartiere urbano. È anche musica che si cerca, che sembra cioè nascere da un parlottio casuale, e quando trova un’idea, un possibile percorso, se ne appropria, ci si avvita attorno, lo esplora fino a disossarlo, e in questo accanimento trova una sorta di precaria intesa comune, sempre pronta a smentite.  Gli attriti non si ricompongono, le voci e i ritmi si sovrappongono in un mix babelico molto contemporaneo senza compiacersi a vicenda, oggetti casuali sono suonati accanto a strumenti veri con la medesima determinazione. Manca, programmaticamente, l’armonia: anche nel senso che mancano strumenti armonici, che diano spessore accordale e quindi facciano rientrare le divagazioni nervose dei solisti in un tessuto armonico che le normalizzi e le renda “accettabili”.

Se “Color Network” sembra ambientarsi in esterni urbani, “Cup, glasses and tanks” del trio Nicola Guazzaloca, Pablo Montagne e Giacomo Mongelli (ancora lui) predilige gli interni, resta cioè fedele a una dimensione cameristica più classica. Intendiamoci: siamo sempre nel solco della musica di ricerca, in quel mondo di relazioni dissociate e contrastanti che è un po’ la cifra stilistica dell’etichetta, e che fa sì che i musicisti suonino per così dire l’uno contro l’altro, o nonostante l’altro, più che insieme – un disaccordo sempre voluto, e consensuale, e prodigo di alchimie inaspettate. Qui a dominare, in un paesaggio sonoro fatto di cristalli e vetri e cose fragili sempre lì lì per incrinarsi e a frantumarsi, domina il pianoforte di Guazzaloca, percussivo, ostentato, intriso, volontariamente o involontariamente, di memorie storiche (non solo risalenti alla fervida stagione del free jazz): evita finché può ogni riconoscibilità, ma ogni tanto per così dire ci casca (come in “Tank of cigars”), e allora si abbandona a una sorta di temporaneo piacere dell’invenzione, a guizzi di virtuosismo che poi, di colpo, vengono abbandonati. Evoca tintinnii e vetrosità, nei titoli e anche nei timbri, con la complicità degli altri, ma spesso sembra volersi comportare come il classico elefante in una cristalleria, o il capo di una gang in un’oreficeria – seguirne le imprese produce quasi un piacere narrativo.

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